Pandemia e DaD: un’analisi statistica

di Lorenzo Caldirola

Come forse i nostri lettori più fedeli ricorderanno, a giugno abbiamo somministrato ad un vasto campione di studenti delle superiori della Lombardia, soprattutto Bergamo e provincia, un questionario per indagare la loro esperienza con la didattica a distanza e, più in generale, con le misure restrittive introdotte durante la prima ondata della pandemia.

Dei 169 rispondenti il 70 % erano donne e più dell’85 % studiava in un liceo. Per quanto riguarda le età tutte le classi delle superiori erano ben rappresentate.

Considerando l’aspetto propriamente didattico, è risultato evidente che la capacità di studiare e di seguire con attenzione le lezioni da parte degli studenti è molto scemata con l’introduzione della DAD, per loro stessa ammissione. Soprattutto però è stato riscontrato quasi all’unanimità che a venir meno è stata la capacità dei professori di tenere le lezioni in modo chiaro e comprensibile, oltre che di vigilare correttamente sull’attenzione in classe e durante le verifiche. Quasi la metà degli intervistati ha infatti affermato che svolgere le verifiche a distanza era più semplice che in classe, ma soprattutto il 42 % di loro sostiene di aver iniziato a copiare proprio grazie alle “nuove possibilità” che la DAD mette a disposizione per farlo.

Ricordando che la scuola non è fatta solo di istruzione ma anche di relazioni, abbiamo poi sottoposto agli studenti una serie di domande per esplorare come il lockdown abbia influenzato i rapporti interpersonali. Dalle loro risposte possiamo vedere che per molti di essi è stato decisamente difficile riuscire a separare in maniera chiara il tempo dedicato allo studio e quello dedicato allo svago, questo anche perché le due attività venivano per forza di cose svolte nello stesso luogo e spesso sullo stesso dispositivo. Un dato interessante però è che, nonostante molti studenti abbiano ammesso che le loro relazioni sia con i compagni che con i professori sono peggiorate durante i mesi di DAD, un nutrito 26 % ha anche dichiarato di essersi ben abituato alla didattica a distanza e di non sentire nessuna necessità di tornare sui banchi di scuola. Su questo posso ipotizzare una interpretazione: da pendolare di lunga data  e svestendo momentaneamente i panni dello statistico, potersi svegliare dieci minuti prima dell’inizio delle lezioni e non dover passare dal freddo di una strada congelata al caldo soffocante di un mezzo pubblico, pressato con altri cento studenti, ha il suo fascino.

Guardando infine al lato più intimo e personale di tutta questa vicenda, molti studenti si sono sentiti soli, o almeno più soli, durante i mesi di lockdown; hanno sofferto molto l’interruzione di gite e attività sportive e, anche se fortunatamente in pochi casi, hanno anche iniziato ad assumere alcolici e a fare uso di droghe. Penso che lo specchio di tutta questa solitudine sia il 93 % di persone che ha ammesso di aver violato le restrizioni almeno una volta per incontrare un amico o il proprio partner.

Volendo riassumere e concludere il discorso, possiamo dire che la pandemia ha avuto effetti evidenti sulla società in generale e sulla scuola in particolare. Gli strumenti erano pronti, o comunque lo sono stati in fretta, mentre le persone ci hanno messo un po’ di più ad adattarsi alla nuova situazione e non sempre ci sono riuscite al 100 %. Sicuramente è stato dimostrato che una scuola differente da quella tradizionale è possibile ed è stato dato spazio ad alcune innovazioni che faciliteranno e integreranno molto bene la didattica in futuro. È emerso tuttavia in maniera altrettanto evidente che quello della scuola è anche il tempo e il luogo in cui i giovani stringono relazioni, mettono alla prova sé stessi e maturano; privarli di tutto questo è stata una triste necessità, ma non potrà mai e poi mai essere il futuro.

Pandemia e DaD: testimonianze dai giovani

di Francesco Marinoni

I “giovani”: quante volte vi è capitato di sentire usi (e soprattutto abusi) di questa categoria? Mai abbastanza intraprendenti ma allo stesso tempo troppo esuberanti, irrispettosi, indisciplinati, maleducati e chi più ne ha più ne metta. E, naturalmente, con l’arrivo della pandemia una nuova categoria si è aggiunta alla lista: untori per eccellenza. Capita, per esempio, che sul Corriere della Sera si possano leggere pensieri illuminati di editorialisti storici che propongono ragionamenti di questo tipo:

«Infatti, da dove pensiamo mai che provengano in larga maggioranza le turbe di giovani che dappertutto stanno agitando le notti italiane di questa estate? Da dove, se non dalle invivibili periferie, dagli sperduti quartieri dormitori, dalle strade male illuminate che finiscono nel nulla? Ormai è diventato un rito. Al calar d’ogni sera, specie nel fine settimana, quei giovani si rovesciano nelle piazze, nei centri storici delle città, e sembrano farlo come posseduti da un desiderio di rivalsa che oggi si manifesta nella volontà d’infrangere tutti gli obblighi e le precauzioni sanitarie, di farsi beffa in tal modo di ogni regola di civile convivenza. Li muove, si direbbe, quasi il torbido proposito di seminare il contagio, d’infettare la società «per bene» insieme ai posti che essa abita. Di distruggere quanto non possono avere.»

Ma se forse parole come queste rappresentano un apice particolarmente delirante (e classista) del profondo disprezzo di cui i famosi “giovani” godono in questo Paese, non è certo difficile trovare altri esempi simili. L’intera retorica iniziata nell’estate 2020, e portata avanti anche in quella appena trascorsa, della movida pericolosa, condita da varie ordinanze per promuovere il “decoro” e combattere il “degrado”, si è alimenata sull’addossare responsabilità per una pandemia in corso solo ed esclusivamente a una fetta (per altro in costante diminuzione nel nostro Paese) della popolazione, che ha permesso tra le altre cose di dimenticare e nascondere alcuni aspetti cruciali.

Pensiamo alla gestione della scuola e dell’università nella prima e soprattutto nella seconda ondata della pandemia. Si è parlato molto di DAD, certo, e sarebbe ingeneroso dire che non siano stati sottolineati gli aspetti negativi e problematici ad essa connessi, ma molto spesso si è dimenticato di considerare il punto di vista fondamentale di chi l’ha vissuta in prima persona. Quanto spazio è stato dato a studenti e studentesse per dire la loro? Secondo noi di Altro, sicuramente non abbastanza.

Per questo motivo abbiamo scelto di cercare delle voci per aiutarci a raccontare meglio cosa è stato davvero affrontare la pandemia dal loro punto di vista. Abbiamo fatto circolare, alla fine dello scorso anno scolastico, un questionario rivolto a ragazzi e ragazze delle scuole superiori grazie a cui abbiamo raccolto molte risposte su cui vale la pena di riflettere (e di cui tratteremo in un articolo a parte), e siamo riusciti anche a realizzare alcune interviste per approfondire meglio domande che, inevitabilmente, non potevano risolversi in una semplice risposta a crocette.

Chiacchierando sono emerse molte prospettive interessanti. C’è chi, per esempio, nel corso di quest’anno non ha perso la fiducia nel ruolo della politica e ha scelto di iscriversi a un partito, con la voglia di mettersi in gioco in prima persona e dire la propria. C’è la consapevolezza sempre più crescente dell’importanza della salute mentale, che non può essere trascurata e messa in secondo piano. Abbiamo incontrato persone che, nonostante abbiano trovato difficoltà nel cambiare radicalmente le proprie abitudini, erano ben consapevoli della situazione e sono riusciti ad adattare la propria vita sociale anche grazie ai mezzi tecnologici.

Naturalmente, ogni esperienza è personale e non si può certo pretendere di trarre delle conclusioni definitive da alcune opinioni. Personalmente però credo che le parole siano fondamentali: nel questionario, alla fine, abbiamo chiesto di pensare alla prima parola che venisse in mente ripensando all’esperienza passata. Le abbiamo raccolte in questa immagine:

Già solo da qui lo spazio di riflessione è immenso. Dietro a queste parole ci sono ragazzi e ragazze, tante personalità e storie di vita diverse che arrivano a questo quadro impietoso e preoccupante. Come qualcuno ci ha raccontato nelle interviste, l’impressione che la pandemia e la sua gestione abbiano segnato le esistenze di tanti e di tante è forte. Forse non è il caso di suonare troppo disfattisti, ma i numeri del 2020 e del 2021 sulla salute mentale sono decisamente poco incoraggianti.

Quel che è certo è che riconoscere i problemi è sicuramente un buon modo per provare ad arginare i danni. Archiviare il 2020 come semplice “incidente di percorso” non può essere una soluzione: al contrario, la testimonianza di ciò che ha significato sarà una risorsa fondamentale affinchè in futuro si rifletta in modo più approfondito e consapevole su certe scelte e sulle loro conseguenze

Per concludere, vorrei lasciare qui sotto i tantissimi commenti che ci sono arrivati al termine del questionario: queste righe raccontano molto più di quanto è stato possibile sintetizzare in questo articolo. Tanti pensieri saranno stati probabilmente lasciati da voi che state leggendo: colgo l’occasione per ringraziarvi ancora una volta, a nome di tutta la redazione, per la straordinaria partecipazione.

«Una mala gestione di un contagio permette a professori tecnicamente impreparati di valutarti anche solo per le facce che normalmente faresti durante le lezioni e il tutto mentre tutti i contatti con l’esterno si allontanano e quelle vecchie amicizie che ti rimanevano si distruggono per inezie.»

«Sono d’accordo sulla prudenza, ma alcune restrizioni erano inutili e l’unica cosa che facevano era danneggiare la salute mentale dei giovani. Non hanno considerato i ragazzi delle superiori e quelli delle università per niente, credendoli abbastanza maturi da affrontare una cosa del genere, ma così facendo ci hanno totalmente trascurati. Non vediamo l’ora di fare il vaccino e lasciarci tutto alle spalle e se questo vuol dire andare a scuola tutti i giorni e fare anche più verifiche non fa niente, sempre meglio di stare in casa attaccati a un computer tutto il giorno.»

«Molto triste, noioso, disumano.»

«Vorrei non fosse mai accaduta.»

«Sicuramente ci sono pro e contro di ogni esperienza. La pandemia ha creato paura e timore, ma allo stesso tempo ha aiutato ad unire le persone. La DAD può essere un buon mezzo per il futuro, ma non siamo ancora in grado di utilizzarlo al meglio.»

«Spero di non fare mai più DAD.»

«Spero finisca completamente tutto al più presto.»

«Penso sia un esperienza che non abbia voglia di ripetere, soprattutto il fatto di rimanere chiusa in casa senza poter vedere amici e parenti o fare le solite attività che facevo per distrarmi un po’ dalla scuola. Ho detestato il lockdown, ma ho la fortuna di avere una famiglia numerosa e quindi è stato bello anche riscoprire quanto sia bello stare anche in famiglia.»

«Io sono in una quarta ginnasio al liceo classico, non ho potuto legare e conoscere i miei compagni, non ho potuto condividere emozioni con loro, solo nell’ultimo periodo prima della fine della scuola sono riuscita a creare dei legami anche con ragazzi al di fuori della mia classe; quando ero in DAD mi sentivo isolata dal mondo, come in una bolla impenetrabile, mi sentivo soffocata e ovattata.»

«Mi ha rovinato, prima riuscivo a studiare come ogni persona ma adesso non ho più la voglia degli anni passati.»

«Ansia.»

«Inevitabile.»

«É stato tutto molto pesante, ha portato molti a chiudersi in sè stessi, la fiducia nei confronti degli altri è diminuita.»

«È stata una situazione pesante e difficile per tutti sotto tutti i punti di vista. Penso che la DAD sia stata la migliore delle conseguenze della pandemia, ma è stata comunque una cosa negativa per molti studenti (se non per tutti) e spero che si torni alla normalità dall’anno prossimo.»

«Non ne potevo più della DAD: professori che facevano fatica a fare lezione perchè c’era sempre un problema (es. non funzionava il microfono), salti della corrente, problemi con i link per entrare nelle lezioni… ma, soprattutto, mancava la socialità; il contatto, lo stare per davvero tutti insieme. Ho fatto fatica a conoscere i miei compagni, con la DAD: come si fa a conoscere una persona tramite uno schermo? A me è parso impossibile. Ora, ovviamente ci sono gli aspetti negativi, ma anche quelli positivi: sono una persona molto ansiosa, e quando ci sono interrogazioni vado nel panico; con la pandemia e la conseguente DAD, non ho avuto particolari problemi con le interrogazioni, proprio a causa di quella distanza dal docente che mi permetteva di stare più tranquilla. Quando poi però siamo tornati in presenza, da questo punto di vista è stato un disastro. In generale, non mi è piaciuta la DAD e spero davvero che, se ci sarà, l’anno prossimo sia limitata.»

«Sono cambiata molto nell’ultimo anno. Forse il fatto di ritrovarmi a casa da sola, distante dalla costante condivisione con amici e compagni, mi ha permesso di concentrarmi maggiormente su me stessa, capirmi e ritrovarmi. Per questo direi che, nonostante tutto, per me è stata anche un’esperienza costruttiva e, paradossalmente, “ringrazio” che ci sia stata.»

«Nonostante sia stato molto faticoso e stressante è stato necessario per provare a far fronte all’emergenza.»

«Sotto alcuni aspetti mi è serita a capire meglio me stessa e chi mi vuole davvero bene e che tiene veramente a me, sotto altri è stata tosta non avere persone molto importanti per un semplice abbraccio, pizza o divertimento.»

«Spero di non dover trascorrere un altro anno di fronte al computer, sento il bisogno di andare a scuola e vivere questi anni di Liceo. Non riesco più a reggere l’idea di trascorrere sempre meno tempo con i miei amici o l’idea di passare le ore a vedere persone uscire dalla lezione/fingere di avere problemi di connessione pur di non fare verifiche/interrogazioni. A fine Liceo mi piacerebbe guardare indietro e ricordare tanti bei momenti vissuti in presenza (il confronto con i compagni pre e post interrogazione/verifica, le lezioni dal vero, le risate, le gite e le colazioni con gli amici), non giornate trascorse in casa, seduta davanti a uno schermo ad aspettare la fine di questa situazione.»

«È stato un periodo difficile per tutti e passerà nella storia, e forse sarà difficile tornare alla normalità dopo tutto quello che è successo.»

«Mi ha fatto fondere la PlayStation 4.»

«Penso sinceramente che la DAD sia stata una presa per il culo da parte di tutti, dagli alunni agli insegnanti a dietro le quinte della scuola. La pandemia è stata una merda per tutti, non lo metto in dubbio, eppure c’è chi si è fregato il cazzo della situazione e ha vissuto la sua vita felicemente, mentre coglioni come me sono rimasti a casa anche quando si poteva uscire tranquillamente. Ma alla fine di tutto, questo non è successo solo col lockdown, ma succede in qualsiasi situazione, perchè non sono furbo abbastanza come loro.»

«Non mi piace.»

«Secondo me siamo stati molto pigri nel svolgere la DAD. Alcuni dormivano, alcuni mangiavano etc… Però i professori potevano almeno renderle interessanti. Ogni volta mi devo svegliare con il brutto vizio di non seguire perchè è noioso, anche dal fatto che è un dispositivo elettronico e si ha la libertà di giocare a giochi che ti piacciono senza che ti becchino.»

«Penso che la prima pandemia abbia preso di sprovvista e che quindi non fosse possibile essere preparati ma per quanto riguarda la seconda ondata penso sia stata gestita male, per esempio l’idea dei banchi con le rotelle su cui sono stati investiti molti soldi è stata un fallimento anche perché molte scuole come la mia non li hanno neanche ricevuti.»

«È stato un momento di riflessione, che mi ha portato però a conoscere anche nuove persone attraverso il maggiore utilizzo dei social.»

«Venne e continua a essere una situazione gestita malissimo. Ci si ammala di più a stare in casa, isolati e con il terrorismo psicologico fatto dalle televisioni che per il virus. Serviranno molti più psicologi che “dottori”.»

«Sono tutte o cause o conseguenze di questa situazione “emergenziale” in cui ci troviamo. Di sicuro nuociono al nostro benessere psico fisico. (Sono presenti le virgolette perché di questa situazione se ne sta facendo un abuso oramai).»

«Penso che le continue chiusure, restrizioni abbiano reso più fragili coloro che non avevano problemi, abbiano distrutto le persone già in difficoltà. Capisco che nel 2020 ci si è ritrovati spiazzati da una nuova malattia, assurdo che dopo l’estate sia stata trattata la situazione allo stesso modo, senza prestare attenzione a quelli che magari il virus non l’hanno contratto, ma che hanno dovuto affrontare situazioni difficili, per esempio in famiglia.»

«Disorganizzata, studenti e scuole lasciate allo sbaraglio, norme e regole assurde.»

«Credo sia stata un’esperienza difficile per alcuni aspetti e che ha costretto tutti a cambiare le proprie abitudini per il bene comune. Tuttavia, le lezioni in DAD hanno dato la possibilità di imparare a sfruttare in maniera produttiva la tecnologia e hanno messo a disposizione più tempo per sè stessi.»

«Ha cambiato il mio pensiero e modo di pensare e affrontare difficoltà.»

Tutto quello che dovresti sapere sulle sigarette elettroniche

di Francesco Marinoni

Fra le diverse abitudini che portano a danni per la salute, il fumo di sigaretta rappresenta sicuramente uno dei vizi più radicati: per impatto, è il primo fattore di rischio evitabile causa di malattie cardiovascolari e di tumori. Ad oggi, i fumatori rappresentano circa il 18.6 % della popolazione italiana sopra i 14 anni; va comunque osservato che, in seguito alle sempre più diffuse campagne di sensibilizzazione e all’introduzione delle norme che proibiscono il fumo nella maggior parte dei luoghi chiusi, questa percentuale è ormai in calo da molti anni, in tutte le fasce di età (nel 2001, per esempio, si attestava al 23.7 %). In particolare, un altro fattore che ha sicuramente contribuito all’abbassamento di questo numero è l’introduzione di nuove alternative alla sigaretta tradizionale, come per esempio le cosiddette sigarette elettroniche. Tuttavia, nel tempo sono stati sollevati numerosi dubbi sull’efficacia e la sicurezza di questi strumenti, che inizialmente venivano presentati come un’alternativa quasi priva di effetti nocivi al consumo di tabacco.

Introdotta per la prima volta in Cina nel 2003 e diffusasi in Occidente a partire dal 2006, la sigaretta elettronica (“svapo” per gli amici) funziona vaporizzando un liquido a base di acqua che contiene glicerolo, glicole propilenico e diverse sostanze aromatizzanti, oltre a un quantitativo di nicotina che varia a seconda del prodotto scelto, anche se è possibile acquistare liquidi in cui quest’ultima è assente. Il motivo per cui per molti questa è stata considerata fin da subito un’ottima alternativa alla sigaretta tradizionale è evidente: pur mantenendo la gestualità e il meccanismo, il fumatore non è esposto alle numerose sostanze tossiche e cancerogene rilasciate dalla combustione del tabacco; e poi, può regolare la quantità di nicotina assunta, riducendo così il fattore di dipendenza che questa sostanza genera. Data questa premessa quindi, naturalmente, tutte le principali aziende produttrici di questo tipo di prodotto si sono affrettate a pubblicizzarle come un efficace metodo per smettere di fumare, alimentando un mercato che, seppure ancora piuttosto ristretto (riguarda meno del 2.4 % della popolazione in Italia, al 2020), è in costante crescita, soprattutto nella fascia dei più giovani.

Per cercare di fare più chiarezza sull’argomento ed individuare possibili rischi per la salute dei consumatori sono stati effettuati numerosi studi sull’utilizzo della sigaretta elettronica. In particolare, di recente pubblicazione è il parere presentato dal Comitato scientifico per la salute, l’ambiente e i rischi emergenti della Commissione Europea (SCHEER), che permette di abbozzare un quadro piuttosto completo rispondendo in parte ai numerosi interrogativi che sono sorti in questi anni. Un primo aspetto messo in luce è che questi prodotti possono rappresentare una porta d’accesso per i non fumatori al consumo di prodotti a base di tabacco, data la facile reperibilità e l’aspetto accattivante cui contribuiscono anche i diversi aromi utilizzabili. Inoltre, così come le sigarette tradizionali, quelle elettroniche possono portare alla dipendenza da nicotina, in quanto, come già detto, questa sostanza è spesso presente nel liquido vaporizzato. Per quanto riguarda altri danni alla salute (escludendo effetti a lungo termine che, data la commercializzazione relativamente recente, non possono ad oggi essere valutati con certezza), ci sono moderate evidenze di effetti limitati sulle vie respiratorie (prevalentemente irritazione) e sul sistema cardiovascolare, mentre per quanto riguarda la cancerogenicità, gli effetti negativi sul sistema nervoso centrale e sulla riproduzione le prove sono più deboli (a differenza di quelle, ormai ben note, per le sigarette tradizionali). La maggiore pericolosità evidenziata è in realtà legata alla possibilità di difetti di fabbrica o utilizzi non corretti, che possono portare a entrare in contatto direttamente con il liquido contenuto all’interno. In questo senso quindi, allo stato attuale della conoscenza, si può affermare con relativa certezza che i danni alla salute provocati dalle sigarette elettroniche sono minori rispetto a quelli delle loro “cugine”.

L’altro aspetto da considerare è però l’efficacia delle “svapo” nell’aiutare i fumatori a smettere: in questo senso le prove a sostegno, al momento, sono piuttosto deboli. Però, come minimo, sembra esserci un contributo nella riduzione del quantitativo di tabacco fumato, dato che spesso i consumatori fanno un uso combinato di sigarette elettroniche e tradizionali. Chi propone quindi questi prodotti come percorso semplice per liberarsi del vizio del fumo, che poi nella maggior parte dei casi sono le stesse aziende che li producono, non basa le proprie affermazioni su un’evidenza scientifica consolidata. Proprio per questo motivo attualmente le sigarette elettroniche non sono commercializzate (nella maggior parte dei Paesi) come prodotti di tipo farmaceutico, che richiederebbero un’analisi ben più dettagliata e solida dei benefici portati.

Ancora più complessa è l’analisi di un’altra alternativa che si sta diffondendo sempre maggiormente, ovvero le sigarette a riscaldamento di tabacco. In questi prodotti, a differenza delle sigarette elettroniche, è presente il tabacco e il consumatore aspira il vapore prodotto dal riscaldamento ad elevata temperatura (ma senza combustione) delle foglie. Questo vapore, oltre ovviamente alla nicotina, contiene (a differenza di quello prodotto dalle “svapo”) una serie di sostanze cancerogene presenti anche nel fumo di sigaretta tradizionale, seppure in quantità minori. Il grosso problema di questi prodotti al momento è che quasi tutti gli studi effettuati su di essi sono stati promossi dalle stesse compagnie che li producono, il che fa inevitabilmente sospettare della loro affidabilità: infatti, sebbene sia certo che la minore concentrazione di molte sostanze cancerogene nel fumo generato dal riscaldamento rispetto a quello generato dalla combustione del tabacco lo renda meno tossico, non si hanno dati abbastanza sicuri sui danni che comunque si provocano, inevitabilmente, nel fumatore.  A questo proposito l’Istituto Superiore di Sanità ha segnalato la debolezza degli studi promossi dall’azienda Philip Morris, che commercializza le IQOS oltre ad essere il maggiore produttore di sigarette al mondo.

In conclusione, è importante tenere a mente tutti questi aspetti nel bilancio dei rischi e benefici delle alternative moderne alla sigaretta, che non andrebbero in ogni caso considerate come metodi efficaci per smettere di fumare: a questo scopo, oltre al supporto farmacologico (disponibile per esempio nella forma dei cerotti alla nicotina), è invece raccomandabile un percorso di aiuto psicologico, che può fornire un importante sostegno ai fumatori desiderosi di abbandonare il loro vizio.

Di seguito potete trovare le fonti di cui mi sono servito in questo articolo:

http://dati.istat.it/Index.aspx?QueryId=15512#
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/la-sigaretta-elettronica-e-meno-pericolosa-della-sigaretta-di-tabacco
https://www.salute.gov.it/imgs/C_17_pubblicazioni_1882_allegato.pdf
https://www.salute.gov.it/portale/fumo/dettaglioContenutiFumo.jsp?lingua=italiano&id=5589&area=fumo&menu=vuoto
https://www.nbst.it/1009-sigarette-elettroniche-il-parere-finale-della-commissione-europea-ma-ancora-dubbi-su-svapo-e-covid-19.html
https://www.airc.it/cancro/informazioni-tumori/corretta-informazione/sigaretta-a-riscaldamento-di-tabacco
https://www.fondazioneveronesi.it/magazine/articoli/fumo/le-iqos-potrebbero-essere-dannose-quanto-le-sigarette-tradizionali
https://www.altroconsumo.it/salute/cura-della-persona/speciali/rischio-fumo-sigarette-elettroniche

Due numeri sul gioco d’azzardo

di Francesco Ronzoni

Il gioco d’azzardo, o meglio l’insieme di tutte quelle attività ludiche che coinvolgono delle scommesse in denaro e le relative possibili vincite, è probabilmente considerato uno dei vizi più diffusi nella nostra società, oltre ad essere sicuramente fra i più antichi. Infatti, sebbene non tutti siano attratti dal suo fascino , ogni tanto capita anche alle persone più impensabili di lasciarsi scappare la tentazione di misurare la propria fortuna alla lotteria, alle slot machines o a qualsiasi altro gioco che possa soddisfare la voglia di sfidare la sorte.

Purtroppo per noi il romanticismo insito in questo gesto spesso viene presto frantumato: ciò avviene a causa di quei due freddi antagonisti che sono da un lato il guadagno (sottinteso: di chi il biglietto della lotteria ce lo vende, non certo il nostro), dall’altro la matematica, che da terribile amica ci aiuta a riaffacciarci alla realtà.

Per questo articolo l’intenzione è quella di descrivere molto superficialmente il ruolo che la matematica svolge dietro le quinte nel gioco d’azzardo. Mi limiterò al contesto del gioco legale: la matematica che si calcola al di fuori della legalità non la conosco realmente, ma posso solo immaginare che sia nei fatti molto più affascinante, seppur una peggiore amica.

Dunque, in Italia l’agenzia fiscale che si occupa, tra le altre cose, delle regolamentazioni legate al Gioco è l’Agenzia delle Dogane e dei Monopoli (ADM). Ogni anno questo ente provvede a redigere il “Libro Blu” (facilmente reperibile in pdf online), in cui vengono pubblicate tutte le informazioni relative al gioco nel nostro paese: da qui sono stati ricavati i dati discussi in seguito.

Prima di entrare nel dettaglio però bisogna chiarire cosa si intende esattamente con gioco d’azzardo: l’ADM riconosce vari tipi di “giochi” tra cui vengono differenziati, per esempio, apparecchi AWP (Amusement with Prizes) e VLT (Video Lottery Terminal), lotterie, scommesse sportive, scommesse ippiche,  giochi da casinò e di carte, bingo… Molti di questi, inoltre, sono disponibili sia in versione fisica che virtuale. Ogni tipologia comporterebbe un discorso a sé che evidentemente non ci possiamo permettere di fare in un semplice articolo, perciò ho deciso di concentrarmi principalmente su AWP e VLT (per intenderci, le slot machines). Gli apparecchi AWP, composti da cabinet e scheda di gioco, sono i più comuni  e si possono trovare anche in locali non specializzati come bar, edicole e tabacchi, oltre, ovviamente, a tutte le sale gioco, in cui sono ammessi anche gli apparecchi VLT. Quest’ultimi sono invece terminali internet multi-gioco con touch screen collegati ad un sistema centrale, gestito dall’ADM. Per legge, tutti questi apparecchi devono garantire un ritorno di denaro percentuale ai giocatori (Vincita) sul totale giocato (Raccolta) equivalente, come minimo, al 70% della Raccolta per ogni ciclo (per le slot machines  virtuali la percentuale sale fino all’80/90%); si definisce ciclo un numero variabile tra 14.000 e 140.000 turni di gioco.

Facciamo allora un esempio: mettiamo caso che l’apparecchio su cui stiamo giocando completi un ciclo dopo 100.000 turni e che la percentuale di Vincita sia un po’ più alta del minimo di legge, diciamo dell’80%. Ciò significa che alla conclusione dell’ultimo turno  (all’incirca) un 20% del totale dei soldi giocati è rimasto nell’apparecchio e che, in media, tutti quelli che hanno tentato la propria fortuna sono tornati a casa con solo l’80% di quanto hanno giocato. Ma questo scenario mediato non è ciò che succede quando ci si trova a giocare solo per una manciata di turni: l’apparecchio è programmato, giustamente, per essere imprevedibile e le vincite possono essere quindi considerevoli (fino ad un massimo di 100€ a partire da una giocata massima di 1€ per turno nelle AWP; fino ad un massimo di 5.000€ con giocata massima di 10€ per le VLT). A lungo andare, però, le vincite tendono ad assestarsi sull’80%, rendendo l’apparecchio più vantaggioso per chi offre il servizio: risulta così evidente che giocare più e più partite comporta un equilibrarsi delle vincite e perdite su una media comunque negativa (nell’esempio proprio l’80%).

Similmente si potrebbe dire di quasi tutti gli altri giochi. Un caso particolare è quello dei Gratta&Vinci: per legge, per questo genere di gioco sulla Vincita è stata fissata una percentuale massima del 75%. Le scommesse, sia sportive che ippiche, non essendo legate ad alcun sistema regolabile di vincite, non presentano limiti di legge e si qualificano, in un certo senso, come le più rischiose. Più in generale, le percentuali, quando possono essere definite, si aggirano sull’80 o 90% delle Vincite sulla Raccolta.

La politica del figlio unico in Cina: storia, controversie ed effetti del più grande esperimento di controllo delle nascite

di Francesco Marinoni

Il mondo odierno presenta numerose questioni e sfide difficili da analizzare e ancor più complicate da risolvere: probabilmente la prima che viene in mente è il cambiamento climatico, con tutte le annesse conseguenze, ma si potrebbe pensare anche all’evoluzione dello scacchiere geopolitico, con i rapporti di forza fra i Paesi che inevitabilmente cambiano nel tempo, rompendo alcuni equilibri e creandone di nuovi, oppure alle tante rivendicazioni per i diritti delle minoranze, che ormai interessano, seppure su piani diversi, tutto il mondo. Un altro esempio particolarmente calzante, e soprattutto sempre più attuale, è quello dell’aumento della popolazione mondiale; se da un lato si tratta di un argomento su cui si dibatte da molto tempo (le teorie di Malthus, uno dei nomi che più facilmente si associa a questo tema, risalgono all’inizio del XIX secolo), non si può certo dire che si siano raggiunte conclusioni incoraggianti su come affrontare i problemi ad esso connessi, fra cui la questione alimentare e l’impatto crescente dell’attività umana sull’ambiente.

A questo proposito però la storia recente ci offre un vero e proprio “caso di studio” da manuale, ovvero la politica del figlio unico, adottata dalla Cina a partire dal 1979 e, si può dire, ad oggi quasi completamente superata (avremo modo di approfondirne l’evoluzione più nel dettaglio in seguito). Si tratta probabilmente del più celebre ed esteso tentativo di controllo delle nascite mai operato da un Paese e ,proprio per questo motivo, studiarne l’implementazione e gli effetti può aiutare a trarre numerose conclusioni economiche, sociali e politiche.

Partiamo cercando di contestualizzare a grandi linee la situazione cinese nel periodo antecedente al 1979. Il Paese si trovava in una complessa fase di evoluzione, decisamente accelerata, da un’economia prevalentemente agricola a un’industrializzazione massiccia e forzata e accompagnata da un enorme aumento della popolazione (dai 542 milioni di abitanti del 1949 ci si avvicinò alla soglia del miliardo alla fine degli anni ’70). Durante questa transizione, data la grande rapidità del fenomeno, lo Stato non era in grado di garantire una vita sostenibile a tutti e il Grande Balzo in avanti (il piano economico messo in atto da Mao dal 1958 al 1961) ebbe come conseguenza emblematica una terribile carestia, che portò alla morte di un numero imprecisato di persone, nell’ordine delle decine di milioni. Il tasso di natalità, che arrivò a superare addirittura i 6 figli per donna nel corso degli anni ’60, seppur assestatosi su un trend discendente, si mantenne a livelli piuttosto elevati anche nel decennio seguente. Il problema dell’esplosione demografica era quindi presente da molto tempo quando, nel 1979, il presidente Deng Xiaoping decise di introdurre una misura drastica, la politica del figlio unico, che nelle previsioni del governo sarebbe servita ad evitare un eccesso di 400 milioni di ulteriori nascite che avrebbero messo a rischio la crescita economica negli anni a seguire. Ma di cosa si tratta esattamente?

Inizialmente presentata come una soluzione temporanea, la politica del figlio unico prevedeva, come suggerisce il nome, che ogni donna potesse generare al massimo un figlio. Erano previste alcune deroghe, modificate poi nel corso degli anni e applicate in modo diverso nelle regioni del Paese. Era concesso per esempio di avere più di un figlio in caso di parto gemellare: non sorprende, a questo proposito, che alcune indagini indichino come molte donne in quegli anni assumessero farmaci per aumentare la fertilità, nella speranza che questo evento si verificasse. Altre eccezioni riguardavano le famiglie rurali la cui prima figlia fosse stata femmina, vista l’importanza in questi contesti di un erede maschio (torneremo su questo punto più avanti), e alcune minoranze etniche.

Al di là dei criteri precisi (che potevano arrivare ad essere talmente intricati che alcune famiglie si trovavano involontariamente a violare le norme), è più interessante analizzare il modo in cui queste politiche sono state portate avanti. Alla base di tutto, oltre a una diffusione massiccia di contraccettivi, è stato posto un sistema di incentivi e disincentivi: alle famiglie “obbedienti” venivano concessi benefici economici e sostegno nella crescita del figlio, mentre quelle “disobbedienti” venivano punite con multe (il che ha permesso ai più ricchi di evadere di fatto la regola). A questo però vanno purtroppo aggiunti altri aspetti, decisamente più disturbanti. Innanzitutto, come prevedibile, molti figli sono nati comunque, nonostante i divieti, e si trovano tuttora a vivere a tutti gli effetti in uno status di clandestinità nel loro stesso Paese: non hanno potuto accedere al sistema educativo e sono sprovvisti di documenti, trovandosi quindi impossibilitati anche a lasciare la Cina per vie legali. Ma le conseguenze più scabrose della politica del figlio unico sono sicuramente i numerosissimi casi, solo in parte denunciati, di sterilizzazioni e aborti forzati, oltre a un numero imprecisato di neonati dati in adozione all’estero senza il consenso dei genitori. Le modalità con cui avvenivano queste adozioni, in particolare, sono state tenute nascoste dal governo per molto tempo, sia ai cinesi sia al resto del mondo (comprese le stesse famiglie adottive): la propaganda statale infatti da un lato promuoveva le nuove politiche di natalità con forza, tanto che molte persone sono cresciute con l’idea che fosse una misura necessaria e ignare dei suoi effetti, mentre dall’altro silenziava chi, per diversi motivi, non voleva adeguarvisi. Il livello di questa operazione di occultamento fu tale che ad oggi non si hanno stime precise sul numero di persone coinvolte in queste procedure.

Naturalmente, in un Paese vasto come la Cina, sarebbe ingenuo pensare che le direttive dello Stato siano state applicate in modo uniforme su tutto il territorio. Al netto delle diverse legislazioni delle regioni (che hanno un certo grado di autonomia decisionale rispetto al governo centrale), la differenza principale che si può osservare è fra le città e le aree rurali. Nei contesti urbani infatti la politica del figlio unico è stata portata avanti con molto più successo, sfruttando anche come leva fondamentale la minaccia di perdere il lavoro: quando infatti non venivano scelte soluzioni più estreme, come quelle illustrate in precedenza, ricatti di questo tipo risultavano particolarmente efficaci. Anche nelle campagne potevano verificarsi episodi di questo tipo, ma data la lontananza dai centri di potere veri e propri il rispetto della legge si basava più che altro sulle autorità, più o meno ufficiali, dei singoli villaggi: sono riportati casi, ad esempio, in cui le famiglie ribelli venivano ricattate con il furto di oggetti di valore o anche solo con l’isolamento all’interno della comunità. Tuttavia si può ragionevolmente pensare che non in tutto il Paese ci fosse questo livello di controllo (che di fatto non era altro che un autocontrollo della popolazione stessa), soprattutto nei contesti più isolati, dove inoltre risultava decisamente più semplice nascondere le gravidanze o i figli stessi con la complicità di amici e parenti.

Essendoci addentrati più nel dettaglio nella politica del figlio unico, è ora tempo di analizzarne le conseguenze, a breve e lungo termine, sull’economia e sulla società cinesi. La prima domanda che sorge spontanea è: questo sforzo, sia in termini di sacrificio per la popolazione sia di risorse investite per l’applicazione della legge, è servito a raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero a garantire la crescita del Paese? Da uno sguardo molto superficiale ai dati macroeconomici si potrebbe dire che l’effetto è stato complessivamente positivo, dato che l’espansione del PIL cinese non si è di fatto mai fermata dagli anni ’80 e viaggia tuttora a ritmi che nel mondo occidentale fanno ormai parte del passato. Tuttavia stabilire una diretta consequenzialità fra il controllo delle nascite e lo sviluppo cinese non tiene conto anche di numerosi altri fattori che hanno contribuito allo stesso effetto, oltre ad essere questo estremamente difficile da stimare a livello quantitativo (secondo uno studio dell’ONU, la favorevole distribuzione di età della popolazione negli ultimi due decenni del secolo scorso ha pesato per circa il 15 % della crescita economica). Sorgono dei dubbi anche sull’efficacia stessa della legge sul figlio unico nel raggiungere il suo scopo immediato, ovvero il controllo delle nascite: come accennato in precedenza infatti il tasso di natalità cinese, seppur ancora molto elevato nel 1979, era già in discesa prima dell’introduzione della norma, secondo un normale andamento tipico dei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente è impossibile sapere se questa diminuzione sarebbe stata la stessa in assenza del provvedimento ed è allo stesso modo impensabile che esso non abbia avuto un qualche effetto (seppure, anche in questo caso, difficilmente quantificabile), ma queste considerazioni dimostrano sicuramente come l’utilità della politica del figlio unico sia quanto meno discutibile, anche volendola analizzare da una prospettiva estremamente cinica.

Volgendo lo sguardo alla situazione attuale della Cina, il giudizio sul controllo forzato delle nascite non può che farsi più critico. Due infatti sono le conseguenze più importanti a livello socioeconomico, le quali minacciano il presente e soprattutto il futuro del Paese, entrambe sicuramente riconducibili almeno in parte alla politica del figlio unico: l’enorme disparità di genere e l’invecchiamento squilibrato della popolazione.

Partiamo dalla prima. Attualmente in Cina ci sono circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con previsioni che stimano come questo numero possa crescere fino a 60 milioni in futuro. Come si è arrivati a questo e soprattutto quale è stato il contributo della politica del figlio unico? Il motivo principale è che     molti genitori, obbligati dallo Stato ad avere un solo figlio, hanno preferito che questo fosse maschio: questo perché tradizionalmente le figlie femmine sono quelle che, una volta trovato marito, lasciano la famiglia, mancando quindi di fornire quel supporto che, soprattutto in contesti rurali, era fondamentale per sostenere i genitori nell’invecchiamento. Per questo motivo i casi di abbandono e, una volta che le tecnologie per conoscere il sesso dei nascituri divennero più diffuse, di aborti delle figlie femmine furono diffusissimi, arrivando al punto di generare situazioni paradossali in cui villaggi interi sono popolati solo da uomini. Naturalmente lo squilibrio generato da queste scelte nel corso dei decenni ha portato oggi ad avere un enorme platea di uomini che sono destinati a non sposarsi (in cinese sono identificati dal termine guang guan, traducibile approssimativamente come rami spezzati, in riferimento alle linee genealogiche che si interrompono), il che per una società come quella cinese (come del resto anche nel mondo occidentale, nella tradizione cattolica) significa essere condannati a un’incompiutezza della propria vita, che dovrebbe invece assumere pieno significato solo nel matrimonio. Il problema è estremamente evidente, tanto che l’equivalente cinese del Black Friday (la “festività dello shopping”) corrisponde al “Single’s Day”: giganti del commercio come Alibaba sfruttano questa situazione in cui versano moltissimi abitanti per alimentare le vendite. Un altro effetto visibile della disparità di genere è l’aumento del prezzo delle case nelle grandi città, che stanno diventando sempre di più una sorta di “dote” che la famiglia lascia al proprio figlio maschio nella speranza che lo renda più “appetibile” per essere fra i pochi che si sposeranno.

Purtroppo, la presenza di tanti uomini soli impossibilitati a trovare una compagna sta alimentando anche fenomeni decisamente più inquietanti, come il rapimento e la “compravendita” di donne provenienti dai Paesi confinanti con la Cina, che diventano vittime di questo terribile circolo vizioso diventando loro malgrado mogli. Le statistiche ufficiali non raccontano fino in fondo l’entità di questo traffico, sia per la volontà del governo cinese di occultare il problema (per cui si fanno anzi campagne per promuovere l’immigrazione femminile da Stati confinanti, dipingendola come un’opportunità e nascondendone i rischi) sia per la sudditanza, politica ed economica, degli stessi Paesi di provenienza delle ragazze (principalmente Indonesia, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar), che non osano denunciare pubblicamente queste pratiche per paura di ritorsioni. Per i cinesi single che hanno denaro da spendere questa soluzione sta diventando sempre più diffusa e sicuramente si tratta di una delle conseguenze più disturbanti e oscure del marcato divario di genere.

Passiamo ad analizzare la seconda importante conseguenza: ci sono grosse fette di popolazione che stanno progressivamente invecchiando, avendo però un numero di lavoratori che, in proporzione, sta diminuendo drasticamente. Attualmente in Cina ci sono circa 5 adulti lavoratori per ogni pensionato, ma questo numero secondo le stime è destinato a scendere a 1.6 in 20 anni. È un problema molto familiare da una prospettiva italiana (nel nostro Paese questo rapporto vale poco più di 2), ma se nel mondo occidentale l’invecchiamento dei cittadini è noto da anni non sta assolutamente procedendo a ritmi paragonabili a quello cinese: per avere un’idea, si ipotizza che entro il 2050 più di un quarto della popolazione avrà più di 65 anni, il che significa che i pensionati cinesi, se vivessero in una nazione a sé, sarebbero il terzo Paese più popoloso al mondo. Non è un caso che si stia parlando di innalzamento dell’età pensionabile, attualmente a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, per la prima volta in 40 anni. Questi numeri naturalmente non sono solo un effetto della politica del figlio unico ma piuttosto del miglioramento delle condizioni di salute, con la speranza di vita che è cresciuta notevolmente rispetto al secolo scorso. Il vero problema sta nella mancanza di persone giovani che si prendano cura dei loro genitori e allo stesso tempo possano garantire un numero sufficiente di nuove nascite.

Questo genera inoltre un enorme disagio per le tante famiglie (al 2010 sono circa un milione) che hanno perso il loro unico figlio, il quale, oltre all’evidente legame affettivo, rappresenta una sicurezza fondamentale per i genitori che invecchiano. Questa triste condizione è molto riconosciuta, tanto da essere etichettata da un termine specifico, shidu. Queste persone, oltre a dover affrontare in alcuni contesti uno stigma sociale, hanno difficoltà ad accedere alle residenze per anziani e alle cure, che tradizionalmente sono a carico dei figli e parte del loro dovere nei confronti della famiglia (citato anche nella Costituzione). Addirittura ci sono persone che si sono viste negare la possibilità di garantirsi spazio nei cimiteri, non avendo nessuno a garantire che le spese funerarie verranno pagate. In questo senso, dal 2013 il governo cinese ha avviato programmi per sostenere gli anziani soli e in generale offrire più servizi di accompagnamento della vecchiaia, ma per molti questi sforzi sono ancora insufficienti e non bastano a coprire le spese per le cure e l’assistenza di cui sempre più persone avranno bisogno.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto: che politiche sta pensando di intraprendere lo Stato cinese per porre rimedio, almeno in parte, a tutti questi problemi? Ironicamente, la soluzione che sembra essere stata scelta è quella di fare retromarcia: l’obiettivo si è improvvisamente spostato sull’incoraggiare le donne a fare figli. Nella versione ufficiale propagandistica questo non è assolutamente in contraddizione con la politica del figlio unico: si tratta semplicemente di fasi storiche diverse e quindi se in precedenza bisognava limitare le nascite per il bene dello Stato allo stesso modo adesso è necessario incentivarle. Molto rapidamente si è quindi arrivati a una prima abolizione della legge del figlio unico nel 2015 (in cui si è aperta la possibilità di avere un secondo figlio) e alla recentissima apertura anche al terzo, annunciata proprio quest’anno, accompagnate da stimoli e incentivi alla natalità in modo esattamente speculare a quanto visto nei decenni scorsi. Il naturale seguito sarà, molto probabilmente, una rimozione completa delle limitazioni sul numero di figli per coppia, attesa negli anni a venire.

I numeri del resto sono impietosi: il tasso di fertilità si attesta ora all’1.3, molto lontano dalla soglia che garantisce un futuro sostenibile, e si prevede che i nuovi nati saranno sempre meno in Cina ad ogni anno che passa. Sarà possibile invertire questa spirale con politiche analoghe a quelle che l’hanno generata? È ragionevole pensare che, per quanto la propaganda e gli incentivi siano determinanti, non basteranno a mettere una pezza ad un buco che è destinato invece ad allargarsi sempre di più. Moltissime famiglie infatti non sono interessate in alcun modo ad avere altri figli, per diversi motivi. Una prima ragione è che, in un Paese sempre meno povero, fare un figlio sta passando sempre di più dall’essere una risorsa all’essere un costo che molti genitori non possono più permettersi: anche qui è facile riconoscere un problema con cui siamo molto familiari nel mondo occidentale. Dai sondaggi prodotti dallo stesso governo risulta, per esempio, che solo l’11.2 % delle famiglie in contesti rurali sarebbe disposta ad avere un terzo figlio e la percentuale scende al 4.3 % se ci si sposta nelle città. Un secondo importante fattore da tenere in considerazione è di tipo socioculturale: una società che per decenni è stata abituata ad avere un solo figlio si è adattata a questo scenario, il che significa per esempio aver pianificato le risorse economiche in modo da concentrarle per una sola persona. Non è un caso che molti genitori siano letteralmente ossessionati dal crescere figli che eccellano in tutti i campi, dallo studio agli sport, il che ha portato anche all’idea stereotipata che spesso si ha dei “bambini cinesi” in grado di fare qualsiasi cosa, oltre a infanzie spesso rovinate e passate in collegi in cui fin dalla tenera età si è sottoposti alla disciplina più ferrea.

Insomma, si potrebbe dire che la politica del figlio unico cinese ha contribuito in definitiva a modificare radicalmente la società e la cultura di una nazione intera, portando con sé anche una serie di conseguenze orribili. Di fronte alle sfide poste dall’aumento della popolazione a livello globale, essa rappresenta sicuramente un monito sulle conseguenze che certe politiche possono avere a lungo termine  e allontana da soluzioni semplicistiche che, a volte, vengono proposte per risolvere problemi di una complessità enorme.

Per approfondire, allego le fonti utilizzate per la stesura dell’articolo:

https://www.vice.com/it/article/4avpww/cina-adozione-politica-figlio-unico?fbclid=IwAR0OJuXX4zrWHujVF5HTpRRwaIA1jRYNhQ1gMVxXujCRyCrxayo7jA6ic08

https://www.vice.com/en/article/nem7az/chinas-gender-imbalance-is-fueling-a-market-for-kidnapped-indonesian-brides

https://www.hrw.org/news/2019/10/31/chinas-bride-trafficking-problem

https://www.vice.com/en/article/zm7399/china-just-scrapped-its-one-child-policy

https://www.vice.com/en/article/wjwqnb/the-kids-of-chinas-80s-one-child-policy-still-feel-its-pain

https://www.npr.org/2016/02/01/465124337/how-chinas-one-child-policy-led-to-forced-abortions-30-million-bachelors?t=1629280477902

https://www.bbc.com/news/world-asia-china-34667551

http://www.chinadaily.com.cn/china/2007-07/11/content_5432238.htm

https://www.globaltimes.cn/page/202108/1232046.shtml

https://theconversation.com/chinas-one-child-policy-left-at-least-1-million-bereaved-parents-childless-and-alone-in-old-age-with-no-one-to-take-care-of-them-162414

https://www.theguardian.com/world/2019/mar/02/china-population-control-two-child-policy

https://www.npr.org/2021/06/21/1008656293/the-legacy-of-the-lasting-effects-of-chinas-1-child-policy?t=1631533141903

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3135510/chinas-one-child-policy-what-was-it-and-what-impact-did-it

https://www.investopedia.com/terms/o/one-child-policy.asp

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American dream, fra sogno e realtà

di Francesco Marinoni

Tutti i popoli, da sempre, si raccontano delle storie e portano avanti delle narrazioni che contribuiscono a formare ciò che si potrebbe chiamare “carattere nazionale”. Questa retorica, diversa da nazione a nazione è legata spesso ai processi storici e politici di costruzione dei singoli Stati, si accompagna naturalmente alle aspirazioni dei singoli cittadini, che attraverso queste idee crescono con determinate convinzioni che ne influenzano le scelte e gli obiettivi.

Uno degli esempi più intuitivi di questo è il cosiddetto american dream, uno dei tratti distintivi della cultura statunitense che, di riflesso, è stato preso poi spesso come esempio da seguire anche in altri Stati. L’idea fondamentale è che in una nazione come gli Stati Uniti, da sempre autoproclamatasi la terrà della libertà e della democrazia per eccellenza, per qualsiasi cittadino sia possibile, attraverso il duro lavoro e il sacrificio, raggiungere qualsiasi posizione sociale desideri, sia in termini di ricchezza sia in termini di potere. Da questo principio, la celebrazione del self-made hero è la logica conseguenza: l’americano che realizza il proprio sogno facendosi da sé è quanto di più nobile ci possa essere agli occhi dei suoi concittadini, perciò la figura del super ricco imprenditore alla Jeff Bezos che inizia la sua carriera in un ufficio sporco e arriva a possedere un patrimonio che è sostanzialmente impossibile da quantificare non può che essere un esempio che, idealmente, tutti sono spinti a seguire. Questo discorso naturalmente è molto comune e in un certo senso estendibile anche all’intero mondo occidentale, ma è soprattutto negli Stati Uniti dove esso ha messo le radici più profonde.

Verrebbe da pensare, dove sta il problema in tutto questo? Del resto è abbastanza comunemente accettato che per ottenere dei risultati bisogna compiere sacrifici e lavorare, cosa c’è di sbagliato nel proporre figure di successo che ispirino e motivino tutti a dare del proprio meglio?

Quello che spesso si dimentica nella retorica del sogno americano è che se sognare non costa nulla, realizzare i propri sogni ha un costo, non di certo irrilevante, e perciò le condizioni socioeconomiche del sognatore sono in verità il vero discriminante quando si tratta di decidere la sua carriera. Limitare il discorso alla meritocrazia (concetto che usiamo abitualmente in un’accezione positiva ma che, di per sé, è estremamente vago e che presuppone soprattutto che esista un modo efficace per “misurare il merito”) dimentica l’assunto fondamentale che nessuna società è mai riuscita a garantire per tutti un punto di partenza che si possa definire paritario. È molto più probabile che a realizzarsi siano i grandi progetti del celebratissimo Elon Musk (di cui spesso si dimentica di ricordare l’origine dei capitali con cui ha iniziato la sua attività imprenditoriale) piuttosto che del figlio di un dipendente di Wallmart. Questo semplice esempio naturalmente andrebbe ampliato all’infinito considerando tutte le possibili fonti di discriminazione (etnia, genere, orientamento sessuale…), per cui risulta subito evidente come ridurre tutto al merito sia estremamente limitante.

Questi discorsi vengono spesso trascurati, etichettandoli come invidia sociale che chi scrive proverebbe verso chi è riuscito ad avere più successo di lui, perché evidentemente dotato di maggiori capacità e opportunismo. Naturalmente il mio argomento non è che i vari Gates, Musk o Bezos siano semplicemente persone che hanno vinto alla lotteria e non abbiano alcuna capacità, da cui conseguirebbe che le loro fortune derivino esclusivamente dalla “fortuna”, ma piuttosto che la vera questione non sia sempre ricondurre tutto all’abilità personale, staccandola completamente dal contesto. Per ognuno di loro che “ce l’hanno fatta” esistono sicuramente tantissime altre persone ugualmente “meritevoli” (se anche ci fosse un modo per misurarlo davvero, questo merito) che invece non potranno mai aspirare ad arrivare allo stesso livello di ricchezza, potere e influenza sul mondo.

Tutti questi discorsi dell’american dream hanno poi un altro aspetto storico interessante, che si può leggere nella storia di una nazione che, nel corso della sua fondazione, ha avuto a disposizione una quantità di territori e risorse decisamente sproporzionata rispetto alla popolazione: si potrebbe quindi pensare che un tempo forse molte più persone potessero davvero aspirare a migliorare notevolmente la propria posizione sociale, anche solo tramite il possedimento di terreni, per cui poi anche nei secoli a venire l’idea che la ricchezza potesse arrivare a tutti gli uomini di buona volontà è rimasta. Ad oggi, però, di questa possibilità rimane ben poco: la ricchezza maggiore viene spesso passata in buona parte per eredità ed è comunque limitata a un circolo di persone molto ristretto, il famoso 1 % che, però, nel tempo sta diventando sempre più piccolo e sempre più ricco. Non è un caso che all’arricchimento dei più ricchi corrisponda un aumento delle disuguaglianze e un progressivo spostamento verso il basso della “classe media”, come si può osservare direttamente nell’aumento dell’indice di Gini negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni[1].

In definitiva quindi, ricollegandosi in qualche modo agli eroi, tema di questo numero di Altro, l’invito è a riflettere maggiormente sulle figure che spesso vengono prese a modello, cercando di andare oltre la celebrazione delle mirabolanti gesta per vedere cosa ci sta dietro, mettendo in discussione anche il concetto, spesso abusato, di meritocrazia. Una società in cui tutti hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, verso chi ne ha raggiunto il vertice, spesso si dimentica di vedere le fondamenta su cui poggiano i loro piedi.


[1] Dati World Bank

Baby boss della camorra: i nuovi eroi?

di Francesca Ariano

L’eroe non è mai un eroe di per sé. Gli eroi esistono solo se c’è una società che li definisce tali.

È il caso di Emanuele Sibillo, capo del clan camorristico la paranza dei bambini, ucciso nel 2015, ancora diciannovenne, nella guerra con un clan rivale. Dopo la morte di Sibillo, la sua famiglia decise di trasformare l’edicola votiva situata nel palazzo dove viveva, originariamente dedicata alla Madonna, in un vero e proprio altarino in memoria del giovane. Per quasi sei anni nell’androne del palazzo in vico Santi Filippo e Giacomo, a Napoli, un busto raffigurante Emanuele Sibillo e l’urna contenente le sue ceneri sono rimasti esposti in una struttura di alluminio insieme alla figura della Madonna. Nell’aprile di quest’anno, su richiesta del prefetto di Napoli, le forze dell’ordine hanno rimosso l’edicola votiva dedicata a Sibillo, scatenando la furia dei familiari.

Lungi dall’essere un semplice memoriale, l’altarino del giovane boss aveva assunto un valore simbolico: era una vetrina che esibiva il potere del clan, un potente mezzo per riaffermare, davanti a chi percorreva quelle vie e all’intera città, la potenza criminale e la forza della camorra. È significativa la testimonianza di alcuni commercianti che hanno poi raccontato come il clan, quando doveva riscuotere il pizzo, dava loro appuntamento al cosiddetto palazzo della buonanima e li obbligava a inginocchiarsi davanti all’edicola. E non è tutto.

Il palazzo era diventato un vero e proprio luogo di pellegrinaggio, non solo per persone vicine al clan, ma anche per i bambini dei vicoli e per i giovani studenti della scuola vicina. Sui social si trovano video di giovanissimi che fanno gesti di venerazione di fronte alla statua del baby boss.

Tutto ciò è il segno tangibile del fatto che Emanuele Sibillo è stato e rimane, nella mentalità di una certa collettività, un eroe e un martire. L’altarino a lui dedicato aveva l’obiettivo di perpetuare il mito del giovane boss e costituiva una testimonianza concreta della costante presenza del clan sul territorio.

L’altare di Sibillo è solo uno dei tanti omaggi a giovani camorristi: in vari quartieri di Napoli striscioni, scritte, murales ed edicole innalzano i ras di clan mafiosi a eroi.

In queste zone dominate da un’economia criminale ancora consolidata, un tasso di evasione scolastica alto e da una crisi economica che si è inasprita per via della pandemia, Sibillo rappresenta per i ragazzini di alcuni quartieri napoletani un modello da imitare per diventare “qualcuno” e riscattarsi dalla miseria.

L’Italia del futuro

di Francesco Marinoni

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che contiene le proposte del governo italiano per accedere ai fondi europei pianificati in seguito alla pandemia, è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico. Seppur finora la maggior parte delle riforme e degli investimenti siano stati presentati in modo molto poco dettagliato, limitandosi a linee guida generali che indicano le direzioni che si vorranno intraprendere da qua ai prossimi anni, sono chiare quanto meno le macroaree su cui il Governo è intenzionato a intervenire. Il piano è diviso in sei obiettivi principali, a cui sono state assegnate diverse fette dell’ammontare totale dei fondi: la parte più significativa è prevista per la transizione ecologica (per cui si prevedono circa 70 mld in totale), mentre al secondo blocco, destinato alla digitalizzazione, alla cultura e al turismo, andranno all’incirca 50 mld, ovvero approssimativamente 1/5 del totale.

Nelle intenzioni, tramite investimenti e riforme, si vorrebbe andare a colmare un gap evidente che l’Italia ha rispetto a molti Paesi del mondo occidentale per quanto riguarda l’utilizzo dei sistemi informatici e di internet, in particolare nella Pubblica Amministrazione, cui infatti saranno dedicati ben 11.15 mld. Il problema è in effetti piuttosto evidente e uno sguardo ad alcuni dati aiuta a farsi un’idea più dettagliata della situazione: al 2020 l’87.8 % delle PA locali utilizza ancora strumenti analogici e fra queste circa il 45 % ha protocollato in questo modo oltre la metà della propria documentazione; solo il 28.7 % utilizza una connessione tramite fibra ottica, con velocità oltre i 100 Mbps nel 17.4 % dei casi. Estremamente preoccupante è poi il dato sul numero di dipendenti che hanno seguito corsi di formazione su materie informatiche, che si attesta al 9.5 %. Questo ha un’incidenza evidente anche sulla qualità dei servizi offerti, per cui l’Italia è fra i Paesi europei che registrano la peggiore soddisfazione per l’operato della PA, fra lentezza, scomodità e complicazioni delle procedure.

Insomma, appare evidente che in questo senso degli interventi siano sicuramente necessari e urgenti. Il ministro che avrà un ruolo centrale è Vittorio Colao, il cui dicastero è espressamente dedicato all’innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Stando alle sue dichiarazioni, l’obiettivo che si spera di raggiungere è innanzitutto migliorare la possibilità di accesso a internet dei cittadini, sia in termine di velocità di connessione sia di copertura, oltre a un progressivo impiego delle identità digitali (che già ad oggi esistono) per l’accesso ai servizi pubblici. Questo stesso discorso, nelle intenzioni del ministro, si estende anche alla PA, con una maggiore diffusione e condivisione capillare dei dati, aumento della fornitura di servizi in forma digitale e formazione del personale.

A questo punto viene da chiedersi, dato che sostanzialmente chiunque sarebbe d’accordo nell’avere uno Stato che funzioni meglio e fornisca maggiori opportunità di operare all’interno del mondo digitale per tutti, se gli obiettivi che il governo si pone e soprattutto gli strumenti con cui intende perseguirli siano realistici ed effettivamente realizzabili.

Per farlo, torniamo a dare uno sguardo alla situazione del nostro Paese: al 2019 la percentuale di famiglie italiane che hanno almeno un accesso a internet sono il 76.1 % del totale; un dato che, se confrontato con il 2009 (47.3 %), mostra un notevole incremento, a riprova che in un mondo sempre più digitale inevitabilmente cresce il numero di persone che, volenti o meno, utilizzano questi strumenti. Il dato naturalmente è nazionale e riflette solo in parte la situazione locale, che nel nostro Paese, dove il divario fra regioni è un fattore determinante, significa avere una visione solo parziale del problema. A questo andrebbe aggiunta anche un’analisi più dettagliata sul tipo di connessioni utilizzate, ma per non complicare ulteriormente la questione mettiamo da parte queste problematiche, anche perché in questo senso le intenzioni del Governo appaiono piuttosto chiare e vanno appunto nella direzione di ridurre queste disuguaglianze.

Scendiamo invece più nel dettaglio per quanto riguarda le famiglie con accesso a internet: sempre al 2019, appare evidente come siano le nuove generazioni ad avere un forte peso in questa statistica (tra le famiglie con almeno un minorenne è presente una connessione nel 96.3 % dei casi), mentre per le fasce di età più anziane vale il discorso opposto (solo il 35.3 % delle famiglie di soli anziani con più di 65 anni utilizza internet). Chiaramente il dato non sorprende in sé, anche perché è soprattutto la vita dei più giovani ad essere sempre più legata alle nuove tecnologie, sia in termini di lavoro sia per quanto riguarda relazioni sociali e svago. Fa tuttavia riflettere il fatto che, in un Paese che sta inevitabilmente andando verso un rapido invecchiamento della propria popolazione, si possa pensare, nell’arco dei 5 anni in cui i fondi verranno implementati, di operare una digitalizzazione massiccia così velocemente. Questo significherà, come già in regioni come la Lombardia avviene in parte, che per accedere ai servizi sanitari bisognerà utilizzare strumenti digitali, quali app e portali online, che presuppongono, oltre alla possibilità di avere una connessione, un minimo di capacità di utilizzo di questi strumenti, e ad avere in difficoltà in questo senso sono proprio le persone che statisticamente avranno più necessità di ricevere assistenza sanitaria, anche in un’ottica di maggiore utilizzo degli strumenti della telemedicina. Quello su cui si vuole riflettere non è tanto la necessità o l’utilità di accelerare sulla digitalizzazione, ma i necessari step complementari che occorrerà compiere per far sì di non lasciare indietro una grossa fetta della popolazione (ad oggi, quasi 1/4 degli italiani ha più di 65 anni). Pensare di fare tutto questo senza una campagna ben strutturata di accompagnamento e istruzione all’utilizzo delle nuove tecnologie significa lasciare molte di queste persone nel migliore dei casi ad affidarsi ai propri figli e nipoti, quando ci sono, nel peggiore a loro stesse.

Se il problema delle competenze digitali nelle persone più anziane è evidente, anche fra gli adulti in realtà la situazione non è molto migliore. Tornando al dato precedente sull’accesso a internet delle famiglie risulta che nel 56.4 % di quelle che non hanno una connessione il motivo è che nessuno dei componenti sa usare internet. Il dato non si discosta molto da quanto si osserva nelle famiglie di persone sopra i 65 anni (dove si attesta al 68.4 %), mentre è nettamente minore in presenza di minorenni (14.6 %). Per dare un’idea, la mancanza di capacità di utilizzo dello strumento incide nettamente di più rispetto ai costi della connessione stessa e delle apparecchiature necessarie (che spiega il 16.5 % delle famiglie non connesse). Il problema appare quindi evidente e riguarda sostanzialmente tutta la popolazione adulta, non solo in termini di offerta dei servizi pubblici ma anche per i suoi riflessi nel mondo del lavoro: secondo la Corte dei Conti UE più del 50 % della popolazione italiana è priva di competenze digitali e i dati sopra elencati si accompagnano perfettamente con questo scenario.

La domanda che viene da porsi è se, nelle intenzioni di chi darà forma all’Italia per il futuro, ci sia anche quella di avere uno sguardo che voglia essere il più inclusivo possibile verso una realtà del Paese chiarissima e problematica. L’esperienza della DAD, che ha riguardato un altro servizio essenziale come l’istruzione, ha contribuito a mostrare concretamente molte di queste difficoltà, con una crescita delle disuguaglianze (sia di reddito, sia territoriali) che non può e non deve essere ignorata. Per un’Italia che vuole viaggiare veloce non si può prescindere da una pianificazione dettagliata e massiccia dell’educazione digitale, che significa acquisizione delle competenze per la maggior parte della popolazione ma anche consapevolezza su come muoversi in sicurezza su internet, che espone naturalmente a molti rischi un utente poco informato o inesperto. Il punto di partenza non può che essere la scuola pubblica, dove il ruolo dell’informatica è ancora insufficiente, considerando la vitale importanza per la formazione delle nuove generazioni di questo ambito, ma è auspicabile che si estenda anche al di fuori di essa, per coinvolgere il più possibile i cittadini in una transizione che, se affrontata con poco criterio, rischia di generare molti più problemi di quelli che si propone di risolvere.

Dove non altrimenti indicato, i dati presentati sono tutti ISTAT.

Il Grande Fratello con gli occhi a mandorla

di Lorenzo Caldirola

Ormai da tempo il progresso tecnologico procede a un ritmo vertiginoso, con la diffusione delle tecnologie 5G, la crescente implementazione dell’internet delle cose e lo sviluppo di algoritmi di machine learning e AI sempre più raffinati come avanguardia della ricerca.

Per quanto riguarda quest’ultimo aspetto è la Cina ad essere il leader mondiale indiscusso nelle intelligenze artificiali, con una particolare attenzione allo sviluppo di algoritmi di riconoscimento facciale.

Nello stato di Hong Kong tutti i cittadini sono schedati in un database connesso in tempo reale alle numerosissime telecamere sparse per tutto il territorio. Il livello di controllo sulla posizione e sulle attività pubbliche della popolazione è pressoché assoluto ed è proprio per questo che quando un paio d’anni fa la città fu violentemente scossa da tumulti e proteste uno dei simboli dei manifestanti divenne l’ombrello, usato per celare il proprio volto alle telecamere, se non direttamente per oscurarle.

Allo stesso modo nella provincia dello Xinjiang, nella Cina del nord, i software di riconoscimento facciale sviluppati dal colosso Megvii sono stati additati dalla comunità internazionale per il loro presunto impiego su larga scala nell’individuazione dei cittadini appartenenti alla minoranza Uigura e nella loro conseguente cattura e detenzione nei molti campi clandestini lì presenti.

Posti questi esecrabili esempi negativi va però riconosciuto che l’applicazione su larga scala di queste tecnologie ha anche diversi risvolti positivi, non solo per quanto riguarda la sicurezza pubblica, con una maggior efficacia nell’individuazione dei criminali e nella prevenzione di attentati terroristici (seppur con risultati talvolta errati), ma anche nei servizi alla comunità. Sono infatti diversi i casi di persone smarrite che sono state ritrovate grazie a una segnalazione automatica delle telecamere o identificate direttamente dagli agenti di polizia grazie all’ausilio di questi software mentre vagavano in stato confusionale e ricondotte alle proprie abitazioni.

Mentre la Cina avanza imperterrita nella ricerca gli Stati Uniti cercano di tenere il passo tra mille polemiche, l’Europa è ancora impegnata in discussioni preliminari su etica e privacy. È indubbio che il modo in cui queste tecnologie stanno venendo attualmente impiegate non garantisca assolutamente alcune delle libertà individuali più fondamentali, tuttavia se da un lato non possiamo che condannare l’uso indiscriminato di questi algoritmi, né tantomeno i modi spesso impropri in cui vengono costruiti i loro database di riferimento, dall’altro non possiamo assolutamente restare indietro nello sviluppo di una tecnologia tanto potente e che troverà sicuramente migliaia di applicazioni fondamentali in futuro, per le quali non vorremo essere costretti a dipendere da uno stato dai processi opachi come la Cina.

Dei delitti delle pene

di Elisa Morlotti

Dead man walking è un film di Tim Robbins, girato nel 1995, che racconta le vicende di un condannato alla pena di morte e di una suora, la sua guida spirituale. Matthew Poncelet è un cittadino statunitense colpevole di violenza sessuale e omicidio, e per questo viene condannato a morte. Accompagnato da suor Helen Preajan, Matthew confessa le sue colpe e chiede perdono alle famiglie delle vittime quando ormai si trova sul lettino per l’iniezione letale. Quello che stupisce del film è l’empatia che riesce a farci provare per il condannato, sebbene sia autore di un crimine tremendo e sia estremamente arrogante sia durante sia dopo il processo. I temi trattati dal film sono impegnativi e pieni di risvolti morali e sociali: la pellicola ci fa riflettere sulla crudeltà e sulla legittimità della pena di morte, sull’importanza per le famiglie delle vittime di una risposta penale a un delitto, sul valore rieducativo della detenzione e della pena in generale.

Il titolo del film è dato dalle parole con cui negli Stati Uniti un condannato nel braccio della morte viene accompagnato dalla sua cella alla sala dell’esecuzione. Negli ultimi decenni le esecuzioni e le condanne alla pena capitale sono diminuite di molto e durante la presidenza Obama molti condannati hanno potuto ottenere la grazia oppure una commutazione della pena all’ergastolo senza condizionale. Eppure non possiamo parlare di un progressivo abbandono della pena di morte. Infatti, nel luglio 2019, il ministro della Giustizia William Barr ha annunciato che riprenderanno le esecuzioni federali, sospese de facto da una quindicina d’anni. Il ministro ha giustificato la sua decisione dicendo di voler “sostenere lo stato di diritto americano, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie.” Queste parole fanno sorgere spontanee due questioni. Anzitutto, se non si può negare la legittimità della pena, che è prevista appunto dall’ordinamento giuridico statunitense, di sicuro è bene chiedersi se la pena di morte possa essere considerata rispettosa degli ideali costituzionali e se non sia necessario riscrivere e correggere il codice penale. I cittadini americani sono spaccati a proposito di questo argomento: secondo i sondaggi, circa la metà dei cittadini è favorevole alla pena capitale, mentre poco più della metà vorrebbe che venisse abolita. L’altra questione che le parole di Barr sollevano è la seguente: l’esecuzione dell’autore del delitto può in qualche modo lenire il dolore delle vittime e delle loro famiglie? Il rispetto di cui Barr parla non dovrebbe piuttosto passare attraverso azioni di sensibilizzazione e di sostegno sociale alle vittime?

Oltre ad essere prevista a livello federale, la pena capitale è attualmente in vigore in 32 Stati degli USA, ma in 9 di essi viene applicata una moratoria. Nei restanti 18 Stati questo tipo di pena è stato abolito e non è previsto dall’ordinamento giuridico. Il dibattito a proposito della validità della pena di morte all’interno della società statunitense è ancora aperto. I sostenitori argomentano la propria tesi con la necessità di maggiore sicurezza sociale e con l’effetto deterrente della pena. In realtà non è mai stato provato che la certezza della pena di morte faccia desistere da un proposito criminale e non si nota nessuna differenza fra il tasso di criminalità negli Stati abolizionisti e in quelli in cui la pena capitale è ancora in vigore. Negli Stati Uniti inoltre la questione della pena di morte è strettamente legata a quella del razzismo. Anche se la forbice si sta riducendo negli ultimi decenni, c’è una netta sproporzione, in percentuale, fra il numero di neri condannati a morte e giustiziati e quello dei bianchi. La pena di morte, oltre ad essere una punizione irrevocabile e che viola il diritto alla vita, è anche molto spesso sinomino di discriminazione e repulsione sociale.

È indiscutibile la necessità di una punizione dopo un reato: una società democratica si basa su un patto sociale ed è giusto punire chi trasgredisce le leggi che garantiscono una convivenza pacifica. La giustizia gioca quindi un ruolo fondamentale nel mantenere coesa e pacifica la società. La sua sfida più grande sta nel punire chi commette un reato senza dimenticare che la pena ha una funzione essenzialmente rieducativa e riabilitativa: ogni pena che non abbia lo scopo di educare il punito alla vita sociale e di reinserirlo nella comunità è semplicemente una vendetta e un delitto legalizzato.