Once upon a time in 2020

La mostra Once upon a time in 2020 di Spucches viene presentata allo Spazio Lambrate – Milano. Questo articolo è tratto dalle didascalie presenti in accompagnamento all’esposizione.

Sappiamo tutti che questo periodo passerà alla storia come uno dei più discussi dell’ultimo secolo: la cronaca è stata praticamente monopolizzata dal covid, ma anche l’arte se n’è occupata cercando di portare questa narrazione in un’ottica metaforica, pragmatica. Once upon a time in 2020 vuole tentare un azzardo e trovare un punto d’incontro tra questi due ambiti: può l’arte essere strumento di rappresentazione della realtà, sottraendo questo primato alla banalità della comunicazione di massa? Per rispondere a questa domanda Fabrizio Spucches affronta il covid offrendo vari punti di vista, nuovi, sorprendenti, sulla condizione umana in questo periodo. Scorci della storia contemporanea sotto gli occhi di tutti, ma che spesso non vogliamo vedere: dagli aspetti più nascosti della classe lavoratrice fino al divario (cresciuto a dismisura) tra ricchi e poveri. È ancora una volta l’economia a governare il modo di vivere e subire questa epoca? Ci sono poi due sezioni iconiche, che strizzano l’occhio alla storia dell’arte: la prima traccia una serie di ritratti surreali, dal sapore rinascimentale, che nei confronti del virus hanno un atteggiamento sacro e profano allo stesso tempo; la seconda invece una sequenza dedicata al nudo, al tabù che resiste nonostante ogni paradigma stia cambiando.

Se la retorica ha portato certa arte alla ricerca dell’eccentrico, ecco che Spucches invece vuole cogliere la brutale normalità, quella della noia e dell’alienazione. Il primo soggetto di questa serie è proprio lui, che costretto in casa durante il primo lockdown si autoritrae, per poi coinvolgere le persone del suo condominio, quelle della sua strada e poi di tutta Milano e oltre. Ecco allora che all’inizio Spucches va in strada e con la sezione Working Class Virus fotografa giovani e anziani, fattorini ed edicolanti, preti e prostitute, operatori della Croce bianca e cadaveri.  C’è un filo rosso che unisce i soggetti, ed è certamente la solitudine, condizione che spinge ogni luogo a farsi eremo. Il virus ha disperso la calca, ha cacciato la folle, costretto ognuno nel proprio nascondiglio, ha agito come un vigile urbano che interrompe la festa sul più bello e ci disarma, ci lascia soli. E si sa che quando si è soli si ha tempo per riflettere e l’isolamento comincia ad avere il sapore dell’abbandono. Dopo questa sezione Spucches si arma di un fondo bianco e gira per Milano cercando non ciò che è cambiato, ma ciò che resta uguale a se stesso: fa incrociare i poli estremi, i ricchi e poveri. Gli unici che con questa pandemia non hanno preso e non hanno guadagnato, perché sappiamo che chi era molto benestante prima è rimasto tale, chi era nullatenente pure. Ed ecco che in questi soggetti si coglie uno sguardo fastidiosamente vispo, che da una parte ti dice “cazzi tuoi se non hai più niente, io stavo bene prima e sto bene adesso” e dall’altra parte “cazzi tuoi se non reggi la situazione, io a differenza tua ci sono abituato a fare una vitaccia”. In queste foto c’è una sottotraccia ironica che si mangia la traccia drammatica. Arriviamo poi ai nudi, una serie più teatrale e intima: l’autore coinvolge un’associazione di naturisti, persone che ovviamente si svestono in funzione dell’altro, che sono nudi solo se qualcuno li vede. Negli occhi di questi soggetti c’è una disperata ricerca di un ritorno al passato, perché ci si può esibire solo se c’è un pubblico e come si può averlo se non si può più uscire? E qui entra in gioco un sottile perverso piacere del fotografo che permette loro di essere nudi, ma non proprio: serve la mascherina. Ecco che arriva subito, in chi vede queste fotografie, una sorta di cortocircuito estetico: cosa colpisce di più? Il fatto che siano gigantografie di nudi o la mascherina, quell’ oggetto che è il segno del tempo che viviamo? La ricerca di Spucches si chiude poi con la serie Once upon a time in 2020, che dà il nome a tutta la mostra: queste fotografie non sono fatte per strada o a soggetti che interpretano semplicemente loro stessi, non sono reportage; o meglio, diventano una sorta di reportage costruito, dove è Spucches a creare una realtà che vive attraverso l’allegoria. Le sue fotografie diventano crude e disturbanti. Mostrano una realtà a prima impressione assurda, di esseri umani che sembrano attori di una grande sceneggiatura senza logica, di una sequenza amara e ironica allo stesso tempo. Sono tutte immerse in un azzurro che è limbo, che è il cielo della scena finale di Miracolo a Milano, quando tutti riescono a liberarsi spiccando il volo. Ed è una libertà traumatica, di individui che in un modo o nell’altro hanno fatto i conti con l’impossibilità di integrarsi nel mondo. Spucches ha una capacità incredibile di stabilire un legame con i suoi soggetti e questo gli consente di poter offrire con le sue fotografie una struttura narrativa alle immagini, che trasporta chiunque la veda in una realtà parallela, sicuramente molto lontana della nostra comfort zone, ma che allo stesso tempo ci assomiglia. Questa mostra, la prima personale di Spucches di una lunga serie, ci costringe in un esercizio che avremmo volentieri evitato. Guardiamo i suoi soggetti, facciamolo da soli in silenzio. Troveremo una somiglianza con uno di loro, quelle donne e quegli uomini, disperati e carichi di costernata angoscia, con il loro disincantato amor proprio e con il sarcasmo cinico di chi non ne può più. Con la paura e la consapevolezza di essere diversi: siamo noi, punto, e non possiamo farci proprio niente.

Robot – The human project

di Rosamarina Maggioni

La mostra proposta dal MUDEC di Milano saluta l’ingresso nel pianeta Terra di alcuni suoi nuovi abitanti: i robot. Specchio dell’ingegno degli uomini che li hanno creati, i robot ci stanno affiancando sempre di più nelle nostre attività lavorative e in generale nel quotidiano svolgimento della nostra vita; con i robot oggi noi conviviamo. Dopo un’iniziale e lunga inquietudine provocata dal comprensibile timore di un’invasione della tecnologia nel campo della nostra esistenza, oggi prevale un approccio interattivo, in cui comunque è e sempre sarà l’essere umano a dettare e gestire, socialmente ed eticamente, il comportamento delle macchine. Creando nuove macchine sempre più meravigliose impariamo a conoscere sempre meglio noi stessi, sia in quella forma di simbiosi tra uomo e robot che è la bionica, sia nel raccogliere le ultime sfide dell’intelligenza artificiale.

Ma partiamo dal principio: molto tempo prima della nascita della robotica, l’ingegno umano aveva messo a punto delle macchine, gli automi, in grado di imitare gli esseri viventi non solo nel loro aspetto ma anche in alcune loro funzioni vitali. Gli automi producevano un’illusione sensazionale e insieme inquietante: suonavano strumenti musicali, scrivevano, addirittura parlavano. A differenza dei moderni robot, non sollevavano l’uomo dai lavori più faticosi, essendo invece pensati per suscitare meraviglia. I primi automi vennero ideati in età ellenistica. Nei Pneumatica lo scienziato Filone di Bisanzio descrive un’ancella in grado di mescere il vino. Da due contenitori nascosti nel busto il liquido passa, attraverso la mano destra, al bordo della brocca; se si colloca una coppa vuota nel palmo della mano sinistra dell’automa, il peso aggiuntivo fa abbassare la mano e aprire le valvole dell’aria, che entra nel contenitore; a questo punto, grazie ad un sistema di vasi comunicanti da lui messo a punto, la brocca comincia a versare vino e poi acqua. Quando la coppa è piena, la mano che la regge si abbassa ulteriormente, chiudendo le valvole dell’aria e interrompendo il flusso del liquido. Continuiamo sulla linea della storia: attraversando il medioevo arabo e tutte le epoche della cultura occidentale la costruzione di automi prosegue senza interruzione fino alla fine del XIX secolo. Tra Rinascimento e Barocco, queste macchine vengono utilizzate per animare feste spettacolari o per divertire tra le pareti domestiche. Il periodo di massimo fulgore è il XVIII secolo, quando dei geniali artigiani danno vita agli androidi, automi ancora più sofisticati in quanto programmati per svolgere azioni diverse. Nel XIX secolo gli automi divengono sostanzialmente i protagonisti delle più straordinarie produzioni dell’oreficeria e dell’orologeria. Il XX secolo, il secolo dell’elettricità, cambiando radicalmente il nostro quotidiano stile di vita, avrebbe anche aperto alla robotica scenari nuovi e incredibili.

I robot del nostro secolo non provano emozioni, ma per interagire con noi devono poterne generare. A tale scopo non è indispensabile essere umani: basta pensare all’empatia creata dai cuccioli di qualsiasi specie. In quanto artefatto, il robot che interagisce con noi non deve essere squadrato, rettangolare, come tutte le cose destinate all’utilità: per essere socialmente accettabile il robot deve essere inutilmente bello. Tale bellezza può essere prodotta in vari modi, creando un design accattivante, ma anche puntando su un aspetto umanoide, sul massimo realismo possibile. Il ricorso all’immagine umana ha pure il vantaggio di produrre un senso di affinità e prevedibilità che abitualmente non avviene di fronte a una macchina, spesso percepita come potenzialmente pericolosa. Oltre a motivi psicologici, c’è un’altra ragione perché è bene che i robot sociali assomiglino a noi: si muovono in un ambiente antropizzato, nel quale devono essere in grado di agire senza problemi.

Ma cos’è l’intelligenza artificiale che anima queste macchine? Non è la coscienza dei robot: la coscienza sfugge ad una misurazione quantitativa. Non è la sua etica: un’intelligenza artificiale non prende decisioni perché non attribuisce agli eventi dei valori se non li stabiliamo noi per essa. Ma l’intelligenza artificiale è intelligente. Non perché sa compiere correttamente calcoli complessi a una velocità per noi inarrivabile, ma perché è in grado di imparare nel senso più ampio del termine. Perlopiù, impara in due fasi: dapprima viene allenata, cioè le viene fatta ripetere molte volte la stessa azione, poi viene messa alla prova. Questa intelligenza, anche se non necessariamente simile a quella dell’uomo, è flessibile come la nostra, ma per gli stessi obiettivi tende a sviluppare strategie diverse dalle nostre. Loro possono imparare da noi e noi da loro. L’entusiasmo per gli sviluppi di questo filone di ricerca porta alcuni a ritenere che si tratti solo di una questione di tempo affinché l’intelligenza artificiale eguagli quella umana; altri lo ritengono un obiettivo troppo ambizioso. L’era di questi robot, l’era in cui viviamo, viene detta antropocene, a significare che nel cammino evolutivo e nella sua sempre maggiore presenza sulla terra l’uomo va modificando gli equilibri naturali. L’esplosione demografica e lo sfruttamento sempre più intensivo delle risorse del pianeta fanno sì che non sia più possibile separare l’intervento dell’uomo e la natura. La dimensione della ricerca scientifica e della conoscenza da una parte e dall’altra quella della responsabilità umana dovrebbero correre parallele. Nel campo della robotica, il collegamento si fa particolarmente stretto e, per molti versi, inedito. Le nuove finalità pratiche, i nuovi modi di convivenza e le recentissime interazioni con il mondo animale e vegetale, non ultime le crescenti potenzialità della robotica in ambito militare, inaugurano problematiche nuove, sia etiche sia psicologiche, che dovranno essere affrontate dalle presenti e future generazioni.

La parola con la F

di Giulio Bonandrini

Wumingfoundation.com non può essere definito un blog. È una definizione che gli va stretta. Un laboratorio, uno spazio di confronto e condivisione. In cui la penna deve essere affilata, i problemi concreti e i pensieri coerenti. Ma soprattutto è antifascismo.

«È orribile doversi occupare dei fascisti, di chi li sdogana, di chi li corteggia, di chi ci beve lo spritz assieme. Si vivrebbe meglio, senza tutti costoro, senza doverne scrivere. Negli anni scorsi, in effetti, molti hanno proposto di ignorarli: non ragioniam di lor ma guarda e passa, «non abbassiamoci al loro livello», «se li contesti gli fai pubblicità» ecc. Una fallacia logica dietro l’altra, per una linea di condotta nefasta».

Quello del fascismo è un tema che va affrontato, va analizzato criticamente per potersene distinguere, ripulire, al contrario di come fanno i talkshow alla televisione. «hanno accolto nei loro salotti duci e ducetti dell’ultradestra, capicenturia del razzismo «civico» organizzato, führer del fascioleghismo, “dialogando” con loro, e mentre “dialogavano”, ogni loro gesto, ogni mossetta, ogni espressione diceva: «Ammiratemi, guardate come sono aperto e liberale, guardate fin dove mi spingo nel confronto democratico», e al tempo stesso: «Non cambiate canale, guardate che razza di freak vi sto mostrando, tra poco dirà qualcosa di oltraggioso, s’alzerà un polverone, stasera faccio uno share della madonna, per commentare usate il solito hashtag».

Purtroppo, però: «col tempo i freak sembrano sempre più «normali», e i polveroni non s’alzano più ma gravano sui discorsi e non vanno via, sono perenni, come cappe di smog». Normalizzati i loro discorsi, sono divenuti criticabili, ma accettabili.

Ma parlare dei fascisti, o parlare con loro, porta via tempo. «Se non ci fossero i fascisti, avremmo più tempo, più concentrazione per affrontare altre urgenze. Urgenze enormi, mondiali: lo sconvolgimento climatico già in corso, le siccità e carestie, la crisi idrica globale, l’esaurimento delle risorse, la devastazione del territorio, le guerre e gli esodi che tutto questo provocherà». 

Il problema è che il fascismo ha già vinto, perché è proprio a questo che il fascismo serve: «Il fascismo è un dispositivo che fabbrica a ciclo continuo falsi problemi  e false soluzioni a quei problemi, quindi false al quadrato».

«Sempre attuale la massima di August Bebel: «L’antisemitismo è il socialismo degli imbecilli». Il razzismo è l’anticapitalismo di chi è reso imbecille dalla macchina mitologica fascista».

Il fascino distrae, sposta l’attenzione, reincanala energie «malcontento, voglia di gridare, di ribellarsi, di organizzarsi, di fare cose insieme», per creare guerra tra poveri.

Per questo «È necessario capire come funziona la macchina mitologica fascista, sfatando gli equivoci che la circondano e smontando le narrazioni tossiche che produce. […] Contrastare il fascismo non è occuparsi di un diversivo, ma della macchina che produce i diversivi, per distruggerla».

Ecco, questa è una riflessione sul fascismo. Una riflessione che parte da premesse ed arriva a conclusioni che possono essere trovate all’interno del blog. Uno spazio come non ne esistono e una vera boccata d’aria fresca nell’ansimante dibattito pubblico. Andate a vedere, leggete, commentate: vi risponderanno e ne uscirà una discussione ancora più utile. Sempre con coerenza e antifascismo.

Fonte: https://www.wumingfoundation.com/giap/2017/11/antifascismo-oggi/#more-31761

Psico muri e psico persone

di Domnita Prisacari

La storia non insegna più niente o insegna troppe cose, in modo sbagliato e spesso alle persone sbagliate. Insegna soprattutto a coloro che sanno infiammare le folle con discorsi poco razionali, ma che arrivano direttamente al cuore (e in particolare modo alla pancia) di folle arrabbiate con la vita e la società. Cercano uno sfogo, spesso violento, di questa rabbia e una giustificazione “valida” per lasciar libera la loro immaginazione, ammesso che ne abbiano e che non accolgano la prima iniziativa che venga messa loro davanti. Insegna (se riesce) dunque a questi individui che questo è un momento propizio per disseppellire i nazionalismi.

Ebbene, io continuo a imbattermi i articoli interessanti. Nel suo articolo “Psico muri” (Espresso, n. 26, giugno 2017) Raffaele Simone dimostra come “l’Europa attuale offra un quadro perfetto per il risveglio dei nazionalismi”. Lo fa elencando e descrivendo (dal risveglio dalla letargia contemporanea fin alle espressioni nazionalistiche dell’inizio Novecento) le caratteristiche e i presupposti che facilitano i movimenti nazionalistici.

“Risvegliata dalle migrazioni di massa e inasprita dai fatti di terrorismo, la convinzione che i confini si difendano solo chiudendoli ha ripreso da alcuni anni a circolare per l’Europa e fuori, diventando un ingrediente tipico delle destre populiste e fasciste. Basta far ruotare il mappamondo per vedere che oggi il nazionalismo è uno dei movimenti politici più potenti del pianeta: dai pesi ex-socialisti dell’UE, alla democratica Austria, all’Inghilterra della Brexit, agli USA di Trump, la Russia di Putin, la Turchia di Erdogan, l’India di Modi , quasi tutto il mondo sta ridiventando nazionalista. La formula si è arricchita nel corso della storia.”

E prosegue: “[…] Cultura politica primitiva ed elementare, il nazionalismo si risveglia o si accentua in epoche di competizione, di conflitto e di penuria. La scena europea attuale offre ad esempio il quadro perfetto per un risveglio, perché spuntano sempre nuove forme di “altro” da cui mettersi al riparo.”

R.S continua il proprio articolo riproponendo ai lettori i punti cardini del pensiero nazionalistico, caratteristiche “universali”, comuni a tutti i movimenti degni di tal nome:

“Il punto di partenza è l’idea che il territorio dello Stato debba ospitare una sola “nazione” omogenea, un gruppo che condivide ab origine un insieme di proprietà specifiche […] e i sacri confini. Quando i valori scarseggiano, si inventano: la razza perfetta, il popolo eletto, le frasi fatali, i profeti, le umiliazioni da risarcire, il bisogno di spazio, i territori perduti. Il nemico numero uno dei nazionalismi è lo straniero, l’”altro”, comunque si presenti. […] Il secondo passaggio consiste nella ricostruzione del passato. Quando la storia non quadra bene con le sue convinzioni, il nazionalismo la riscrive secondo i propri gusti, inventando narrazioni di sana pianta o manipolando quelle disponibili. […] Il terzo passaggio riguarda le relazioni con gli altri paesi. L’impulso nazionalista sbocca infatti di solito nella richiesta di autonomia. In fondo anche questa è un’operazione di revisione storica. […]

Infine, il protezionismo. Chiudendo i confini, il nazionalismo protegge le merci nazionali da quelle straniere. Pretende in questo modo di salvare il lavoro alla “nostra gente”, come mostra con straordinari a evidenza la difesa da parte di Trump della produzione statunitense”

Perché vi parlo di muri, confini e nazionalismi? A voi che molto probabilmente vi preoccupate di scuola, verifiche, esami e università? Ve ne parlo perché penso che voi, come me, viviate l’assurdità del tempo e guardiate con occhi ancora innocui, ma sconcertati, la società che ci dovrà accogliere in un futuro, non poi tanto lontano. Noi viviamo la diversità (io da straniera e voi con i stranieri tra i banchi di scuola), e allora perché non farne tesoro e imparare a costruire ponti, alleanze e amicizie? I muri stancano, isolano e non arricchiscono (non lo hanno mai fatto).

Per concludere (perché una conclusione è dovuta a tutto, anche a questo articolo un po’ polemico che rischierebbe di andare avanti a grattare i fondi di molti altri discorsi e riscaldarli sulle pagine a venire), vi invito a invertire la rotta che il mondo sembra prendere: tra non molto, se la tendenza non cambia, ci ritroveremo davvero a parlare ai muri (a quelli informatici e fisici), perché saremo attorniati da quelli e non da persone.

Un minuto dopo

di Francesco Marinoni

Lo scandalo delle molestie sessuali nel mondo del cinema e dello spettacolo, scoppiato in seguito alle denunce da parte di numerose attrici nei confronti del produttore Harvey Weinstein, ha fatto molto parlare. Si è detto, scritto, discusso molto su tutti i principali mass media e il caso è servito in un certo senso da interruttore per accendere i riflettori su un tema ben più ampio: quello della discriminazione di genere, in particolare quella legata agli abusi di potere.

Fra le reazioni più singolari spicca sicuramente quella di un comitato di attrici francesi, che ha firmato una lettera indirizzata a Le Monde intitolata Difendiamo la libertà di infastidire, indispensabile alla libertà sessuale in cui sostanzialmente criticano il movimento #MeToo, l’hashtag lanciato per invitare le donne a denunciare gli abusi subiti. Fra di esse spicca il nome di Catherine Deneuve, celebre attrice francese, che si schiera appunto in difesa della “libertà maschile”, condannando il clima a suo parere troppo ostile che si è creato nei confronti degli uomini.

Scrive Il Post: <<[La lettera] insiste sul fatto che durante il corteggiamento esiste un’area grigia che non si può tagliare con l’accetta, di qua la molestia e di là l’approccio innocente: «di questo passo avremo un’app sullo smartphone che due adulti che vorranno andare a letto insieme useranno per spuntare esattamente quali atti sessuali accettano di fare e quali no».>>

Certamente in molte situazioni è difficile stabilire con precisione il confine fra ciò che è molestia e ciò che non lo è, ma forse quello che la lettera manca di mettere a fuoco è il nodo centrale della disparità di potere fra uomo e donna in queste situazioni. Scrive ancora Il Post: <<Nella lettera, infatti, non c’è traccia di un elemento ricorrente nei casi di questi mesi: l’asimmetria di potere fra l’uomo che compie le molestie e la donna che le subisce, che quasi sempre si trova in una posizione di inferiorità.>>

Naturalmente anche questa lettera è stata seguita da moltissime reazioni, sia di elogio che di critica. Natalia Aspesi, intervistata da Il Foglio, rincara addirittura la dose: «La molestia è un’invenzione. Da ragazzina vedevo signori nascosti nei portoni che tiravano fuori l’uccello: era una roba di cui non importava nulla, era un difetto maschile dal quale bisognava difendersi. La Deneuve appartiene a una generazione che, come la mia, ha imparato a difendersi dalla violenza».

Parole dure e abbastanza allarmanti, considerato poi che sono di una donna. Certo non è il caso di colpevolizzare qualsiasi tentativo di approccio maschile (come è stato fatto in alcuni casi), ma arrivare a giustificare certi comportamenti è decisamente troppo.

Il commento forse più interessante è quello di Pierluigi Battista, giornalista de Il Corriere della Sera, che individua alcuni punti fermi su cui ragionare. Citando Il Post: <<Il primo è che «la violenza sessuale è riconoscibile, netta, chiara», quando si parla di stupri, e che chi «cerca di apparire bella, desiderabile, seducente, attraente, esercita semplicemente un diritto inalienabile nelle società moderne. Chi sostiene il contrario e nega questo diritto è un imbecille». Il secondo affronta la cosiddetta «zona grigia», e dice che «noi maschi ce la cantiamo, perché lo sappiamo benissimo, lo sappiamo per intuito, sensazione, esperienza, dove sta il confine. E il confine è il consenso».

Il terzo punto, forse quello più importante, analizza la questione dell’abuso di potere. Scrive Battista: «Il ricatto per cui o ti adegui alle mie condizioni oppure perdi il lavoro è una roba che noi maschi dovremmo considerare con aperta ripugnanza. Si è sempre fatto? Basta, non si fa più. Il produttore o il regista che scarta la giovane attrice perché non ha ceduto fa schifo, punto. O il luminare medico che fa cacciare la giovane infermiera precaria. O il super capoufficio che estorce un disgustato sì alla sua segretaria. O il direttore di un supermercato con la cassiera con contratto a tempo determinato. Ci sono momenti della storia in cui quello che appariva normale un minuto prima, un minuto dopo appare come una porcheria. Il momento attuale è uno di questi e non credo che ne venga messa a rischio la nostra virilità o la libertà sessuale di tutte e di tutti. Fare i minimizzatori su questo punto è sbagliato».

Questo è probabilmente il vero nodo della questione. Spesso si è detto che cose come quelle denunciate recentemente esistono da sempre, fanno parte in un certo senso del mondo dello spettacolo, quasi fossero una sorta di tradizione da onorare. Non sorprende infatti che a denunciare siano state molto spesso donne giovani, mentre le critiche sono giunte prevalentemente da attrici di altri tempi. È un segnale che qualcosa sta cambiando e proprio per questo è assurdo ancorarsi alla giustificazione del “così fan tutti”. Forse è il momento di cavalcare questa nuova ondata di femminismo, se così vogliamo chiamarlo, e fare un altro passo avanti per combattere la discriminazione di genere.

Fonte: http://www.ilpost.it/2018/01/11/catherine-deneuve-monde-molestie/

La tragedia del libero arbitrio

di Susanna Finazzi

Una spinosa questione moderna riguarda l’aumento della popolazione e le sue conseguenze sulle risorse comuni. L’ecologo Garrett Hardin ne discute nell’articolo “La tragedia dei beni comuni”, pubblicato sulla rivista Science nel 1968.

La tesi, in sostanza, è che in questo mondo siamo troppi e tutti vogliamo libero accesso alle risorse ambientali. Conseguenza: una crisi malthusiana senza possibilità di retromarcia.

Il problema è che ci riproduciamo liberamente. Meno figli significherebbe meno persone che rivendicano il diritto di poter sfruttare l’ambiente: “Associare il concetto di libertà riproduttiva alla convinzione che ogni nato abbia eguale diritto ai beni comuni significa destinare il mondo a un corso d’azione tragico”. Hardin afferma che senza porre limiti alla libertà individuale la tragedia dei beni comuni non può essere risolta: non esiste infatti una soluzione tecnica, cioè “un cambiamento solo nelle tecniche derivate dalle scienze naturali, senza bisogno, o quasi, di un cambiamento dei valori umani o delle idee morali”.

Ciò che occorre in questa situazione è invece ampliare i confini del lecito per trovare soluzioni alternative alla sovrappopolazione. L’appello alla coscienza individuale potrebbe essere un’opzione, ripresa dall’idea di Adam Smith che chi agisce nel proprio interesse favorisce in qualche modo anche l’interesse collettivo. Quando ciò è vero allora “possiamo assumere che gli uomini controlleranno la loro fecondità […]. Se l’assunto non è corretto, dobbiamo riesaminare le nostre libertà individuali ”. Nel risolvere il problema della sovrappopolazione i vantaggi di un blackout dell’etica e della morale sono molti, perché non ponendoseli, i limiti scompaiono. Il controllo delle nascite, ad esempio, si presta a un’infinità di variazioni: metodi neo-spartani come uccidere i neonati o neo-nazisti come la sterilizzazione forzata possono, in linea teorica, essere soluzioni efficaci. Anche la coercizione ha molte declinazioni, tra cui la sempre sfruttata tecnica del far leva sul senso di colpa degli individui. In teoria tutti questi metodi “non tecnici” possono funzionare, ma non nella nostra realtà saldamente ancorata a principi morali non negoziabili.

Se la riproduzione umana è così difficile da arginare allora bisogna limitare l’accesso ai beni comuni. Quale modo migliore della proprietà privata, spesso così marxiamente osteggiata? I criteri con cui si decide chi può accedere alle risorse sono però nebulosi, e spesso complicati dalla questione dei beni non fisicamente delimitabili come acqua e aria. Mi auguro fortemente di deludere chi pensava che un recinto fosse la soluzione definitiva al problema.

Lo stesso ragionamento vale per le leggi che regolano l’uso dei beni comuni, teoricamente imparziali ma in realtà soggette all’interrogativo categorico “quis custodiet ipsos custodes?”.

La tragedia dei beni comuni, in sostanza, consiste nell’impossibilità di regolare il loro sfruttamento in modo che rimangano effettivamente comuni senza calpestare alcuna libertà individuale. Il sistema più vicino a una soluzione è la coercizione reciproca, intesa come male necessario per prevenire un male maggiore (vedi le tasse, a nessuno piacciono ma “una tassazione volontaria favorirebbe chi non ha coscienza civica”).

È forse eccessivo l’aggettivo “orribile” che Hardin usa per descrivere la prospettiva di una gestione comune delle risorse, così come trovo discutibile che “l’ingiustizia [sia] preferibile alla totale rovina” in un’ottica di amministrazione elitaria dei beni. È difficile trovare una soluzione tecnica alla “tragedia”, ma rimango dell’idea che la coscienza possa fare miracoli se adeguatamente allenata per lo scopo per cui pare ne siamo dotati (dicasi una visione d’insieme che ci spinga a pensare al di fuori della nostra sola esistenza).

Hardin applica al nostro caso una massima di Hegel, che mi permetto di volgere in domanda: la libertà è il riconoscimento della necessità? Ai posteri.

In aereo la realtà virtuale è il futuro dell’intrattenimento

di Domnita Prisacari

Un paio di mesi fa, sul blog Gulliver del settimanale britannico The Economist, A. W. (secondo la politica di The Economist, gli scrittori mantengono l’anonimato o si identificano con iniziali, che non sempre riconducono al nome) descriveva l’evoluzione dell’intrattenimento per i passeggeri delle linee aeree: “Agli albori dei voli commerciali le persone si vestivano eleganti prima di salire in aereo, meravigliandosi di poter volare. Oggi la pensiamo in modo opposto: facciamo tutto il possibile per fingere che non stiamo affatto volando. Questo atteggiamento ha appena fatto un ulteriore passo avanti. Una startup francese chiamata SkyLights ha prodotto dei caschi 3d per la realtà virtuale (VR), che sono dotati di cuffie isolanti e fanno sprofondare i viaggiatori in un mondo cinematografico isolato dall’ambiente dell’aereo. […] Per i viaggiatori che vogliono evitare i molti fastidi del volo – i bambini che urlano nella fila vicina, le conversazioni a voce alta da una parte all’altra del corridoio, la selezioni di film che sembrano includere solo dei sequel di bassa qualità – SkyLights e le tecnologie simili potrebbero essere i benvenuti. Eppure c’è qualcosa di triste, di rassegnato nel chiudersi in una stanza d’isolamento mentre si sfreccia a cinquecento miglia all’ora con una vista da 35mila piedi sul pianeta.”

Nulla di essenzialmente nuovo: la tecnologia prosegue spedita nella sua ricerca e ideazione di nuovi “aggeggi”, continua a incantare e meravigliare gli utenti proprio come farebbe un prestigiatore con il proprio pubblico. Tutto questo per favorire un’esperienza più “piacevole” di volo per l’individuo. Infatti l’articolo prosegue: “Non molto tempo fa l’intrattenimento in aereo era un’attività collettiva. Tutti guardavano gli stessi film (e cortometraggi, e pubblicità) sugli schermi condivisi che si trovavano ciascuno a distanza di qualche fila. Non si trattava di una grande esperienza visiva […] ma dava comunque ai passeggeri l’impressione di condividere un’esperienza comune.” Tutto il fascino della tecnologia contemporanea ruota quindi intorno all’isolamento dell’esperienza, nella creazione di un guscio di intrattenimento volto al godimento personale.

Ma questo, per fortuna, non è tutto. I prestigiatori informatico-digitali, forse non profondamente convinti che l’isolamento dell’esperienza di volo sia la migliore scelta, tirano fuori un coniglio dal cilindro e propongono un nuovo concetto di aereo che offrirebbe un nuovo modo di vivere il volo. Infatti: “Un’azienda chiamata CPI ha progettato una fusoliera senza finestre, nella quale le telecamere esterne proiettano delle immagini all’interno dell’aereo, trasformando di fatto i muri dell’apparecchio in un’enorme finestra attraverso la quali si può vedere il cielo. I passeggeri non dovranno più contendersi il posto accanto al finestrino per avere una vista che potrebbero ottenere solo, peraltro con un po’ di fortuna, da un preciso oblò. Potrebbe anche risvegliare il senso di meraviglia perduto che si prova nel trovarsi sospesi al di sopra delle nuvole.”

Rimango sempre piacevolmente sorpresa di come l’informatica e la digitale riesca a cambiare la nostra percezione della realtà e amplificare molte nostre esperienze, tuttavia, per quello che mi riguarda, accolgo e condivido l’invito di A. W. : “Gulliver invita i viaggiatori a fare quel che lui tenta sempre – a volte senza successo – di ricordarsi di fare: quando decolla in una giornata nuvolosa, guardate fuori dal finestrino mentre l’aereo si alza e cogliere quel momento mistico nel quale attraversa le nuvole e arriva nel cielo assolato. È un momento davvero miracoloso da osservare. Non dimentichiamocene, indipendentemente da dove ci porterà la tecnologia.”

E io aggiungerei, infine: cercate sempre di essere innocentemente e ingenuamente umani, o essenzialmente bambini, nella quotidianità così come durante i viaggi.

L’articolo ( il cui titolo era “Virtual-reality headsets on planes mean we can isolate ourselves from irritating cabin-mates”) è uscito su Gulliver, il blog dell’Economist che si occupa di viaggi. E’ stato successivamente tradotto da Federico Ferrone e pubblicato sul settimanale Internazionale nel Gennaio 2017.

Time or money?

di Domnita Prisacari

Carne o pesce? Destra o sinistra? Acqua o vino? Tamponi o assorbenti? Amici o fidanzata? Libri o videogiochi? Nel ventaglio “dilemmatico” cerebrale dimorano questioni esistenziali, fantasmi mentali, inquietanti quanto uno sconosciuto che ti vuole offrire una caramella. La mente, perennemente ingenua, li schiude, li passa in rassegna e li presenta poi all’io cosciente: gli propone questioni tanto complesse quanto assurde e l’io conscio maledice il subconscio per il colpo basso nei minuti, nelle ore o giorni a venire.

Dato il “La”, iniziamo un percorso intrecciato senza una vera e propria fine. La scelta tra i due protagonisti del dilemma ci sembra impossibile, il più delle volte. Ci contorciamo acrobaticamente tra i vari pensieri e soppesiamo i due imputati. Certe volte la risposta perviene dopo ardue diatribe interne, altre volte è talmente ovvia che ci sentiamo imbecilli anche solo per aver speso del prezioso tempo a cercarla.

Ecco, ogni volta che mi pongo l’interrogativo “soldi o tempo” mi sento alquanto imbecille. Di recente ne ebbi pure la prova. Sfogliando e rileggendo un vecchio numero del settimanale Internazionale, sono inciampata con la coda dell’occhio su un titolo: “Più soldi o più vita? Questo è il problema” (Internazionale, 11 ottobre 2016, Traduzione di Bruna Tortorella), un articolo a sua volta preso dal giornale The Guardian (“Time or money? That’s a question of value”, Oliver Burkeman, 30 settembre 2016): “Dovremmo preferire il tempo ai soldi o i soldi al tempo? Questo è uno dei cosiddetti dilemmi della felicità, che poi non sono veri dilemmi perché la risposta è dolorosamente ovvia. Le circostanze possono costringerci a scegliere i soldi invece del tempo, ma se diamo davvero più valore a un grosso conto in banca che a una serie di esperienze significative, secondo i libri di psicologia siamo degli imbecilli.” Fin qui nulla di nuovo, no?

Non ve lo propongo perché vi ritengo scellerati quanto me, che parlo da sola e mi interrogo su questioni tanto complesse quanto ovvie, ma semplicemente per condividere con voi ciò che l’articolo ha condiviso con me: una conclusione che quietasse l’animo, almeno un poco, almeno per un po’. “Uno studio recente ha gettato un po’ di luce sulla faccenda. I ricercatori Hal Hershfield, Cassie Mogilner e Uri Barnea hanno chiesto a un campione di quattromila statunitensi di cercare di capire se davano più importanza al tempo o al denaro e di valutare quanto erano felici. È emerso che una netta maggioranza, il 64 per cento, preferiva il denaro, ma quelli che attribuivano importanza al tempo erano più felici. E a preferire il tempo non erano solo quelli abbastanza ricchi da non doversi preoccupare dei soldi. Le persone più anziane, sposate e con figli tendevano a dare più valore al tempo, il che è comprensibile. […] La scoperta fondamentale della ricerca, però, è stata cosa rende più felici: non avere più tempo, ma attribuirgli più valore. Questo studio sostiene che anche chi tira avanti a fatica, e quindi è costretto a dare più valore al denaro, è più felice se dentro di sé sa che il tempo è più importante. Se anche voi come me vorreste tanto avere più tempo, nessuno potrà sicuramente accusarvi di non dargli abbastanza valore. Il mio desiderio di averne di più dimostra che almeno le mie priorità sono giuste, e quindi che mi godo tutto il tempo libero che riesco a trovare. Parliamo della scarsità di tempo come se fosse qualcosa di terribile, ma in fondo è proprio la scarsità a farci considerare alcune cose più preziose di altre.”

La casa come centro del mondo

di Domnita Prisacari

La coscienza antropocosmica e la partecipazione ai ritmi cosmici che caratterizzavano l’uomo arcaico scompaiono definitivamente in Europa con la rivoluzione industriale. “L’uomo moderno è il risultato di una lunga guerra d’indipendenza di fronte al Cosmo. Egli è riuscito, in verità, a liberarsi in buona parte dalla dipendenza in cui si trova entro la “Natura” ma ha conquistato questa vittoria al prezzo del suo isolamento dal Cosmo. Agli atti dell’uomo moderno non corrisponde più nulla di cosmico; e meno ancora agli oggetti da lui fabbricati. La casa dell’uomo arcaico non era una “macchina da abitare” ma come tutto ciò che immaginava e faceva, era un punto di intersezione tra più livelli cosmici” (“I riti dell’abitare”, M. Eliade, 1990, pag. 92). La funzione dell’architettura era quella di porre l’uomo nel reale, collocandolo nel centro del mondo.

Secondo Bachelard, l’immaginario della casa si sviluppa in due direzioni: l’idea di centro e quella di verticalità. Connesse all’idea di centro troviamo la casa come tana, rifugio, madre, protezione, custodia, nido, oasi, luogo di riposo e rivitalizzazione, cuore; è posta al centro del mondo come la città e il tempio; da questo centro partono e a lui tornano tutti movimenti. La costruzione di qualsiasi dimora umana è una rievocazione della istituzione sacra di un centro del mondo. Il mondo si organizza, si crea ritualmente intorno a un centro. […]

Ogni popolo ha il proprio centro, ogni uomo ha il proprio centro del mondo, è il punto di congiunzione fra il desiderio dell’uomo, o del popolo, e il potere sovrumano capace di soddisfarlo. Il centro del mondo si trova dove si riuniscono desiderio e potere. […]

Lo si può concepire come il luogo della decisione, di partenza, è l’origine, l’immagine della coincidenza degli opposti, un fulcro di intensità dinamica, il luogo dell’energia più concentrata, il focolaio da cui partono i movimenti dell’interiore verso l’esteriore. L’idea è quella di irradiazione e concentrazione. […]  Nell’idea di centro è compresa quella di confine. Il confine non è necessariamente una linea, un recinto. Il senso del confine sta nel centro, è il punto scelto come centro ad irradiare il confine.

Un esempio ci viene dall’uso del palo Kauwa-auwa degli Achilpa in Australia. Il Kauwa-auwa viene infisso al centro di ogni zona nella quale il gruppo decide di fermarsi per qualche periodo, trasformandola nel “posto intorno al Kauwa-auwa del gruppo”, che sarà sentito come proprio per tutto il tempo in cui il palo vi rimarrà piantato. Il Kauwa-auwa è un segno di confine centrale unico e mobile, che controlla sacralmente lo spazio dall’interno. Lungo il primo Kauwa-auwa era possibile, nei tempi del mito, arrampicarsi fino in cielo e prendere gli alimenti necessari, ma dopo un’offesa subita dagli uomini, il dio Numbakula lo ritirò in cielo, interrompendo la comunicazione diretta con il divino. Da allora gli uomini devono restare nel loro ambiente peregrinando in continuazione. La perdita o la rottura del palo significa il ritorno al Caos. Il Kauwa-auwa rappresenta un asse cosmico attorno al quale il territorio si trasforma in mondo e diviene abitabile ed è un simbolo evidente della comunicazione tra i livelli caratteristica di ogni centro.

Tratto dal blog di Architetto nella foresta della Repubblica: http://larchitetto-nella-foresta-design.blogautore.repubblica.it/2013/12/10/la-casa-come-centro-del-mondo/

Il diritto alla felicità

di Ludovica Sanseverino

Si parla di America, si parla di mondo. Si parla ogni tanto anche di felicità, come fece Umberto Eco in un articolo su L’espresso del 26 marzo 2014, “Il diritto alla felicità”. La radice è la dichiarazione d’indipendenza americana del 4 luglio 1776, che afferma “(…) tutti gli uomini sono stati creati uguali, essi sono stati dotati dal loro Creatore di alcuni Diritti inviolabili, che fra questi sono la Vita, la Libertà, e la ricerca della Felicità”. Eco si sofferma subito su un piccolo particolare: a tutti gli uomini è stata riconosciuta una felicità in termini individuali, non collettivi. Probabilmente non ci siamo mai fermati a pensare che nessuno può essere davvero felice finché tutto il mondo attorno soffre. La felicità, come ricorda Eco, è uno stato transitorio. Come poterlo rendere permanente? Forse l’amore sta sparendo, forse dovremmo imparare ad amare e ad amarci in maniera migliore. Forse dovremmo ricordarci che l’amore è l’unica cosa che ci lega ed è, probabilmente, il fattore essenziale per una felicità collettiva. Pienezza assoluta ed ebbra, il “toccare il cielo con un dito”, è la felicità: è la gioia per la nascita di un figlio, per l’amato o l’amata che corrisponde al nostro sentimento, magari l’esaltazione per una vincita al lotto, il raggiungimento di un traguardo (l’Oscar, la coppa, il campionato). Persino un momento nel corso di una gita in campagna. Tutti istanti momentanei, dopo i quali sopravvengono i momenti di timore e tremore, dolore, angoscia, preoccupazione.
Quest’idea di felicità ci fa pensare sempre alla nostra soddisfazione egoistica, raramente a quella del genere umano, e anzi siamo abituati a preoccuparci pochissimo della felicità degli altri per perseguire la nostra. Persino quella amorosa spesso coincide con l’infelicità di un altro respinto, di cui ci curiamo pochissimo crogiolandoci nella nostra conquista. Raramente pensiamo alla felicità quando votiamo o mandiamo un figlio a scuola, ma solo quando comperiamo cose nuove e inutili o quando siamo appagati dalla nostra immagine sociale.
Ho il sospetto che molti dei problemi che ci affliggono – intendo la crisi dei valori, la resa alle seduzioni pubblicitarie, il bisogno di farsi vedere in tv, la perdita della memoria storica e individuale, insomma tutte le cose di cui sovente ci si lamenta in rubriche come questa – siano conseguenze di quell’infelice formulazione.
Siccome non siamo delle bestie senza cuore, quando ci preoccupiamo della felicità degli altri? Quando i mezzi di massa ce la sbattono in faccia: negretti che muoiono di fame divorati dalle mosche, ammalati di mali incurabili, popolazioni distrutte dagli tsunami. Allora siamo persino disposti a versare un obolo e, nei casi migliori, a impegnare il cinque per mille.
La dichiarazione d’indipendenza avrebbe dovuto dire che a tutti gli uomini è riconosciuto il dovere di ridurre la quota d’infelicità nel mondo. Compresa, naturalmente, la nostra.