La nuova frontiera dei live: i concerti virtuali

di Andrea Riva

Come ben sappiamo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia è stato quello musicale, in particolare per quanto riguarda i concerti dal vivo. Per far fronte a questa emergenza, il mondo dei live ha provato in vari modi ad adattarsi alla nuova ed inaspettata circostanza. Tra tutte le soluzioni, quella che sicuramente ha destato in me più interesse e curiosità è stata quella dei concerti virtuali, organizzati su piattaforme videoludiche.
A dir la verità, questo fenomeno nasce in modo indipendente dalla pandemia. Il primo evento di questo tipo, infatti, risale al 2 febbraio 2019 (anche se, per essere ancora più precisi, si deve considerare anche un’incursione degli U2 e una dei Duran Duran nel gioco Second Life, rispettivamente nel 2009 e nel 2011), quando il dj e producer Marshmello, in collaborazione con la casa di sviluppo americana Epic Battle, si è esibito in una città virtuale (Pleasant Park) del celeberrimo videogioco Fortnite. Un evento che ha riscosso un enorme successo, dato che è stato capace di attirare più di 10 milioni di persone. Anche in questo scenario così nuovo e inusuale però gli organizzatori hanno cercato di mantenere comunque la componente “dal vivo” del concerto, dato che l’artista si è effettivamente esibito in tempo reale e non tramite registrazioni.

É innegabile che la pandemia sia stata un forte incentivo all’organizzazione di questi spettacoli, data l’ovvia impossibilità di partecipare ad eventi reali.  Se già il concerto virtuale di Marshmello era stato un grandissimo successo, sempre su Fortnite lo show Astronomical, con protagonista Travis Scott, uno degli artisti trap più influenti degli ultimi anni, ha riunito nel maggio 2020 più di 12 milioni di utenti. Numeri simili sono stati raggiunti recentemente dalla popstar Ariana Grande con il suo Fortnite Rift Tour. Fortnite non è però l’unico videogioco che ha organizzato questo tipo di eventi: su Roblox, ad esempio, si è esibito il giovane rapper Lil Nas X, mentre la band nu metal Korn ha messo in scena un live su Adventure Quest 3d.

In poche parole, i live virtuali non sono solo un evento sporadico e occasionale, ma qualcosa di stabile che si sta ritagliando sempre più spazio sia nell’industria musicale che in quella videoludica. Difficile valutare se questo fenomeno spopolerà anche quando riprenderanno a pieno regime i concerti “tradizionali”; tuttavia, non credo sia stupido ritenere che i live digitali risentiranno solo parzialmente dell’atteso ritorno alla normalità. I live virtuali, per quanto nominalmente vengano equiparati ai concerti tradizionali, sono qualcosa di completamente diverso. E dicendo ciò non penso solo ad ovvi discorsi del tipo “dal vivo è tutta un’altra cosa”, quanto piuttosto al fatto che gli eventi come quelli di Travis Scott o Ariana Grande sono soprattutto il risultato della rilevanza che le realtà virtuali stanno acquistando nelle nostre vite e di un nuovo modo di concepire l’intrattenimento, un modo che non per forza deve sostituire la fruizione tradizionale di qualsiasi prodotto dell’industria culturale.  In tutto ciò, il ruolo della pandemia in questo ambito probabilmente è stato più che altro quello di accelerare un fenomeno già preesistente, che forse sarà capace di crescere ed evolversi anche quando sarà possibile tornare a cantare ed urlare sotto il palco del nostro artista preferito.

Il genovese di De André: la Lingua del mare nostrum

di Francesca Ariano

Fabrizio De André è stato un cantautore che non amava le scelte facili, tanto che nella sua esperienza artistica è sempre voluto andare controcorrente. Il long playing intitolato Creuza de mä, un’espressione genovese che si può tradurre come mulattiera di mare, rappresentò uno “strappo” nel panorama musicale italiano di quei tempi. Come raccontò lo stesso De André, nacque dalla volontà di recuperare la funzione primitiva del canto, quella di esorcizzare il male e alleviare la sofferenza, e dal progetto, audace quanto originale, di creare una musica mediterranea.

Fondamentale per l’ideazione e la realizzazione di questo progetto fu Mauro Pagani, un polistrumentista che Faber conobbe durante la creazione de La buona novella. Pagani già da tempo si era appassionato ai suoni della musica etnico-mediterranea e aveva studiato anche la musica araba e orientale. Da questo incontro nacque una proficua collaborazione tra i due artisti, che nel 1984 portò alla creazione di un long playing unico nel mercato discografico dell’epoca, sia musicalmente che linguisticamente.

De André e Pagani volevano fare una musica che potesse richiamare l’atmosfera del Mediterraneo, dove per Mediterraneo si intende il mare nostrum in senso lato: il Mediterraneo che va dal Bosforo a Gibilterra; quello che è stato la culla delle civiltà antiche e che da sempre è luogo di incontro, di scambio, di ricchezza.

Il primo passo verso la realizzazione di Creuza de mä lo fece Mauro Pagani: recuperò strumenti di antica tradizione, quali l’oud arabo (il liuto arabo), il bouzouki greco, le mandole, i mandolini e le zampogne trace, e li utilizzò per mettere in musica i suoni del Mediterraneo.

La sfida per Faber fu invece trovare una lingua che potesse essere altrettanto evocativa del mare nostrum. La scelta ricadde sul dialetto di De André, il genovese: una lingua ricca di dittonghi, iati, sostantivi e aggettivi tronchi e che all’artista pareva “il meno neolatino degli idiomi e quindi il più mediterraneo, quasi il più neoarabo”. Infatti il genovese, che contiene più di mille fonemi di origine turca e araba, nell’epoca in cui Genova era una Repubblica marinara veniva parlato in tutto il bacino del Mediterraneo.

Il genovese di Creuza de mä va ben oltre i confini della Liguria e del Tirreno per elevarsi a “summa degli idiomi mediterranei”, diventando la Lingua delle lingue, il simbolo di tutte le civiltà che nei secoli hanno abitato il Mediterraneo, un linguaggio non locale bensì universale. Occorre inoltre precisare che la lingua di questo long playing non corrisponde al genovese moderno, ma è un idioma nuovo, ispirato al genovese e tuttavia plasmato da De André, che lo definì un linguaggio “del sogno”.

A dispetto dello scetticismo del direttore della Ricordi, che esclamò “Speriamo di venderne almeno qualche copia a Genova!”, Creuza de mä ebbe un riscontro molto positivo presso il pubblico italiano. Tra tutti, spicca il commento di David Byrne, cantante dei Talking Heads, che lo definì uno dei dieci album più importanti degli anni ’80.

Lettera al prossimo

di Rosamarina Maggioni

Un euro per comprare un albero, un’ora per piantarlo.

Unendo le forze, quanti alberi si potrebbero piantare?

Una foresta intera!

Ed è così, da una semplice idea, che inizia il progetto Lettera al prossimo della band italiana Eugenio in Via di Gioia: il 26 settembre 2019 scelgono di mettere la loro musica al servizio dell’ambiente. Decidono di destinare al progetto un euro per ogni biglietto o gadget venduto e creano una piattaforma per la raccolta fondi che teoricamente entro il 26 settembre 2050 permetterebbe di piantare una foresta intera: un luogo di vita, di speranza, di futuro.

È il 7 ottobre 2019 e la somma prefissata è stata raggiunta, unendo le forze sono stati risparmiati ben 31 anni e 10 giorni esatti: la nuova foresta, destinata alla ripiantumazione delle zone colpite dalla tempesta Vaia in Trentino, è in arrivo!

Ma non finisce qui il grande viaggio degli Eugenio! Lettera al Prossimo, titolo di una canzone del loro ultimo disco Natura Viva, è diventata realtà: una piattaforma on-line. Un luogo virtuale per raccogliere idee, progetti, articoli divulgativi, ma soprattutto le tante domande che ognuno di noi, ogni giorno, si pone relativamente al tema Ambiente

Il gruppo ha fortemente a cuore questo tema, già affrontato in altri pezzi come La punta dell’iceberg dell’album Tutti su per terra (2017), e per questo motivo hanno deciso di scrivere una lettera a La Stampa in cui affermano che «l’esigenza di agire fin da subito per arginare il cambiamento climatico in atto è reale, dimostrata da dati scientifici. Ognuno di noi deve proteggere il futuro del Pianeta dal possibile collasso ambientale. Queste parole risuonano oggi nelle nostre teste come qualcosa di apocalittico, spesso ci fanno sentire impotenti. Ed è proprio qui che dobbiamo reagire, tutti, ciascuno coi propri mezzi e nel proprio ambito di competenza.»

Nella lettera proseguono sottolineando che «Una foresta è un’idea, la nostra. Ma l’azione non si deve fermare a questo e a noi. Piantare alberi consapevolmente è un gesto importante ed efficace, ma ce ne sono mille altri che si possono fare. Quali? Domandiamolo a chi ci può rispondere con la conoscenza. Abbiamo incontrato sulla nostra strada la scienza: Elisa Palazzi (climatologa del CNR), Andrea Vico (giornalista e divulgatore scientifico) e molti altri scienziati con cui dobbiamo continuare a confrontarci. La piattaforma[1] che abbiamo creato è gestita da divulgatori scientifici ed esperti disposti a rispondere alle vostre domande e lettere, come voi avete risposto alla nostra. Già molti imprenditori stanno cambiando il mondo, a piccoli passi… Ma non basta: serve che anche la politica faccia concretamente la sua parte, a livello cittadino e nazionale. La politica siamo noi e la nostra voce è quella che un amministratore deve poi tradurre in nuove leggi e nuove iniziative. Ogni parola spesa per l’ambiente deve diventare subito dopo un’azione concreta, così come il testo della nostra canzone si è materializzato in una foresta intera!»


[1] https://eugenioinviadigioia.it/letteralprossimo/

Paul Is Dead

di Francesco Marinoni

«Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola».

Questa frase attribuita ad Adolf Hitler, uno che di fake news sicuramente se ne intendeva abbastanza, può essere utile per introdurre quello di cui vorrei parlare oggi. Si sa, di bufale piccole o grosse ne esistono a migliaia, ma alcune di queste in qualche modo conquistano di più e vengono alimentate anche a distanza di anni, diventando vere e proprie leggende. Eppure, la nostra storia, come tante altre, nasce da un’idea assurda di un personaggio fino a quel momento sconosciuto che, per qualche strano motivo, inizia a circolare e ad essere presa come un’innegabile verità.

Il nostro eroe è tale Russ Gibb, un DJ radiofonico di Detroit che, nel corso di una trasmissione il 12 ottobre 1969, riceve una telefonata di un radioascoltatore che sgancia la bomba: Paul McCartney, all’epoca uno dei personaggi pop più celebri al mondo, è in realtà morto nel novembre 1966 ed è stato sostituito da un sosia; le prove di questo avvenimento starebbero nelle stesse opere dei Beatles, in particolare nella canzone Revolution 9 contenuta nel White album. Invitato ad ascoltarne una parte al contrario, in cui si sentirebbero le parole «Turn me on, dead man», il nostro Russ Gibb appare fulminato da questa scottante rivelazione e la notizia inizia a girare, scatenando un vespaio di opinioni fra i fan dei Fab Four.

Inizia quindi la caccia alle prove: tracce riprodotte al contrario e copertine allusive sono solo l’inizio, ma quando i rumors iniziano a intensificarsi si ricorre addirittura all’analisi dei tratti facciali, della scrittura e al confronto fotografico. E a un certo punto il fenomeno assume una portata tale che sono gli stessi Beatles a seminare indizi e frasi ambigue nelle loro canzoni, consci del grosso regalo in termini di vendite della leggenda Paul is dead.

Volete un assaggio di queste prove schiaccianti? Ecco a voi una lista delle più chiacchierate:

– la celebre copertina di Abbey Road: forse il simbolo per eccellenza della band, questa copertina in realtà rivelerebbe oscuri significati. I Fab Four infatti sarebbero rappresentati in questo celebre scatto in una processione funebre: John, il primo da destra vestito in bianco, è il prete; Ringo, in completo nero, è l’addetto delle pompe funebri; Paul è naturalmente il morto che, secondo la tradizione indiana, va scalzo; George, vestito in abiti da lavoro, è il becchino. Ma non è finita qui. Se osserviamo la targa dell’automobile parcheggiata sulla sinistra della copertina, sulla targa si legge 281F, che è un chiaro riferimento all’età di McCartney se fosse vivo (28 if)[1]. Inoltre, sulla destra possiamo vedere un altro veicolo, una camionetta della polizia che all’epoca veniva usata nei rilevamenti sui luoghi degli incidenti stradali: come vedremo, Paul sarebbe morto proprio in seguito a uno schianto con la sua automobile.

– un’altra celebre copertina, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: qui i riferimenti sono più sottili da cogliere e sono principalmente due. Il primo è nascosto nell’aiuola che occupa la parte bassa dell’immagine: i fiori gialli sulla destra hanno una forma che ricorda vagamente quella del celebre basso di McCartney e inoltre sembrerebbero comporre la scritta Paul? Per osservare il secondo invece dobbiamo dotarci di uno specchietto e posizionarlo esattamente a metà della grancassa al centro della copertina, riflettendone la parte superiore: apparirà la misteriosa scritta I one IX he die, un riferimento alla data del presunto decesso che sarebbe appunto il 9 novembre (11/9, con la notazione americana).

– la canzone A day in the life: contenuta in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, la traccia chiude l’album ed è una vera e propria narrazione della morte di McCartney in cui viene raccontato da John Lennon l’incidente mortale, avvenuto dopo che il cantante era passato con il rosso a un incrocio senza accorgersene. In questo caso non è nemmeno necessario riprodurre la traccia al contrario per arrivare alla clamorosa rivelazione.

– la canzone I’m so tired: riproducendo al contrario la fine della canzone si sente John dire «Paul is dead now, miss him, miss him, miss him».

– la canzone Strawberry fields forever: durante la fine della canzone Lennon sembra borbottare «I buried Paul».

Vi ho convinto? Se non dovesse bastarvi, una veloce ricerca vi svelerà ulteriori prove e indizi di uno dei più grandi complotti del mondo della musica. Naturalmente potrete anche imbattervi in qualche servo dei poteri forti che si è preso la briga di confutare questa brillante tesi, ma non dategli retta: per comodità faremo finta che non esistono.

Vorrei concludere questo articolo con l’opinione di Paul McCartney (o meglio, del suo sosia) riguardo a questa misteriosa vicenda:

«Sono vivo e sto bene, e non mi interessa delle voci sulla mia morte. Ma se fossi morto, sarei l’ultimo a saperlo.»


[1] In verità di anni ne avrebbe avuti 27 ma faremo finta che non sia così.

Giovani vecchi vs vecchi giovani

di Rosamarina Maggioni

Come posso descriverti, caro lettore, la musica dei Cornoltis? Beh, credo di non poterlo fare. Unica nel suo genere, questa band riempie i sabati di molti giovani della bergamasca e pure io, in una serata estiva, mi sono ritrovata ad un loro concerto senza capire come o perché: sono rimasta folgorata! Il mio consiglio è di ascoltare le loro canzoni liberi da ogni pregiudizio ed inibizione, godendosi un po’ di sana ignoranza.

Mentre tu li cerchi sul Tubo io faccio due chiacchiere con loro, se non ti dispiace.

Altro: Ciao ragazzi! Benvenuti nel mondo di Altro! In questo numero parliamo di vecchiaia, un tema a voi molto caro, ma prima di chiedervi cosa ne pensate raccontatemi un po di voi: quale è la vostra storia?

Cornoltis: Innanzitutto rispondiamo come risponderebbero i vecchi: cioè criticando chi fa le domande, non avendo nessuna empatia nei confronti dell’Altro e mettendo in difficoltà le generazioni più giovani. Ad esempio: nella domanda sopracitata al posto di “pensate” avremmo usato “pensiate” e (sarà sicuramente un refuso) dopo il po ci vuole l’apostrofo. Ecco, la nostra storia è questa: ci divertiamo a “tirare matto” (gergo dialettale) il prossimo.

A: Se non vi conoscessi direi che siete degli stronzi, ma so che non è così, quindi continuiamo con la nostra chiacchierata: da dove prendete l’ispirazione per le vostre canzoni?

C: Certamente la fonte d’ispirazione più grossa è per noi quella ermeneutica-religiosa: in particolare le religioni che più ci ispirano sono quella cattolica-apostolica e quella di Scientology. Ci piacciono di più delle altre perché permettono di fare più carriera e più soldi.

A: Pensate che per lo scorso numero ho scritto un articolo su Scientology, brutta storia. Ma tornando al tema di oggi, cosa ne pensate della vecchiaia?

C: Come diceva Cicerone nel Cato Maior de senectute (confutando tutte le tesi che sostenevano quanto fosse orribile invecchiare): «Non con le forze, non con la prestezza e l’agilità del corpo si fanno le grandi cose, ma col senno, con l’autorità, col pensiero». Questa frase non c’entra nulla però ci piaceva. Detto ciò ci chiediamo cosa minchia ne sapeva Cicerone della vecchiaia dato che gli hanno tagliato la testa quando aveva 63 anni (nel 2019, a 63 anni i “vecchi giovani” vanno a fare degli splendidi viaggi organizzati in Thailandia, e abbiamo detto tutto).

A: Sono curiosa, come vi immaginate ad 80 anni?

C: Dire morti sarebbe troppo semplice, però tornando seri ci immaginiamo a Longuelo (ridente quartiere di Bergamo).

A: Una persona anziana è mai stata ai vostri concerti?

C: Sì, il nostro batterista (ha compiuto il 29 giugno 61 anni). Li porta bene, a chiamarlo anziano si offende però, preferisce attempato, come le primipare dopo i 35 anni.

A: Cosa credete pensino i vecchi delle vostre canzoni?

C: I vecchi non pensano, perché hanno già pensato da giovani e sono ricchi di quelli che vengono chiamati “pregiudizi”. Ergo, risulta difficile rispondere a questa domanda.

A: Una delle mie canzoni preferite è “ATB” ed è vero: “sull’ATB ci sono solo i vecchi!”. Raccontatemi qualcosa di questo pezzo!

C: Questo pezzo, che ci perseguita come la canzone Primavera fa con Marina Rei (nota a margine, il pezzo non è nemmeno di Marina Rei ma si intitola You to Me are Everything dei The Real Thing), è stato scritto quando eravamo adolescenti. Eravamo allora obbligati a prendere il bus perché non sapevamo ancora rubare le macchine. Cercare in maniera indefessa di aprire il finestrino (BLOCCATO) ha ispirato questo brano seminale.

A: “L’Italia è diventata un paese di vecchi” è una frase che si sente dire molto spesso, condividete questa idea?

C: No, assolutamente. Non anagraficamente. Però è pieno di gente che non rispetta le regole proprio come fanno i vecchi. Non so se avete notato ma i vecchi fanno quel cazzo che vogliono proprio perché essendo vecchi si sentono autorizzati a far tutto: parcheggiare a cazzo, saltare la coda in posta, ecc… Oppure è pieno di gente che non rispetta le regole proprio perché son vecchi. Chissà.

God save Freddie

di Francesco Marinoni

La storia della musica e dello spettacolo è costellata di personaggi iconici, veri e propri idoli che hanno contribuito a rinnovare e sviluppare generi e stili cui chi è succeduto ha dovuto inevitabilmente guardare. Senza questi cosiddetti “mostri sacri”, molti degli artisti e delle canzoni che ascoltiamo oggi non avrebbero le basi su cui poggiare: come qualsiasi forma d’arte, anche la musica infatti ha bisogno inevitabilmente di qualche riferimento, che sia per celebrarlo o rigettarlo poco importa.

Tuttavia ci sono personalità che non si sono limitate a questo, diventando punti di riferimento anche al di fuori delle loro canzoni. Perché la forza di essere “pop” (nel senso letterale della parola) è proprio la possibilità di comunicare con moltissime persone allo stesso momento, diventare modelli di ispirazione e contribuire a costruire la società del presente e del futuro. Alcuni di questi protagonisti, spesso contraddistinti dalla loro eccentricità e unicità, si sono dimostrati molto più avanti anche del loro tempo, diventando i precursori di idee che gradualmente si sono diffuse anche in contesti prevalentemente ostili.

Uno di questi temi fondamentali è, per esempio, l’accettazione dell’omosessualità. In un’Europa che si basa inevitabilmente sulle sue radici cattoliche (soprattutto nei Paesi meridionali), è una questione che ancora oggi genera contrasti, in alcuni ambienti in particolare. Pensando al mondo della musica però, è innegabile come su certe questioni sia molto più avanti. Un nome in particolare viene subito in mente, inevitabilmente: quello di Freddie Mercury. In una sola persona uno dei più importanti cantanti rock di sempre e allo stesso tempo un personaggio che ha avuto il coraggio di mostrarsi apertamente per quello che era, in un contesto sociale in cui certi modi di fare e di vivere la vita erano ancora un tabù per molte persone.

Certo, è difficile dire quanto di quello che mostrava fosse parte del personaggio e quanto della persona, come per tutti i grandi protagonisti dello spettacolo, ma in questo senso anche solo scegliere di apparire in un certo modo non è privo di difficoltà. E quindi, volente o nolente, Freddie è diventato prima di tutto un simbolo, con il suo trucco pesante e l’abito da regina con cui chiudeva i concerti sulle note di “God save the Queen”. Ha saputo essere fuori dagli schemi ispirando milioni di persone, anche ovviamente per merito della sua voce eccezionale.

Certo, sicuramente non si può immaginare che una sola persona possa essere l’unica responsabile di un cambiamento di mentalità così grande, ma il contributo è innegabile. Se a questo poi si aggiunge la sua morte e il dibattito che ha fatto nascere sul tema dell’HIV e del sesso sicuro, non si può non riconoscere in Freddie Mercury una figura chiave per i diritti degli omosessuali e, a suo modo, un leader e continuatore della rivoluzione sessuale. Viene da chiedersi: con un Freddie in meno, in che mondo vivremmo?

Fratelli (d’Italia)

di Elisa Morlotti

«Uniamoci, amiamoci,/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore»: queste parole non sono tratte da un canto religioso, come ci si potrebbe naturalmente aspettare, bensì costituiscono i primi quattro versi della terza strofa del Canto degli Italiani, meglio conosciuto con il nome di Inno di Mameli. Quando cantiamo il nostro inno nazionale infatti, ci dimentichiamo ogni volta di ben 44 versi.

Composto nel 1847 dal giovane mazziniano Goffredo Mameli, il testo di questo canto vede la luce in un contesto storico caratterizzato da un fervente patriottismo, che avrebbe poi portato, durante l’anno seguente, alla prima guerra d’indipendenza. Il forte desiderio di costruire un’identità nazionale si legge in molti passi del canto e, in effetti, tutto l’inno è un incitamento a combattere per la liberazione e l’unità della penisola italiana (il famoso ritornello «Stringiamoci a coorte,/ siam pronti alla morte;/ l’Italia chiamò» ne è la prova più evidente). Leggendo anche solo la prima strofa, quella cantata abitualmente, si nota come il testo sia carico di riferimenti classici, che spaziano dalla mitologia alla storia, con il ricordo della dea Vittoria, del comandante Scipione e delle legioni romane. Ricordando la vicenda illustre di Roma, Mameli intende forse presentarci il nostro Paese come il naturale erede dell’Impero: dopo un periodo di buio e di torpore, l’Italia è pronta a rivendicare la propria grandezza e importanza fra gli altri Stati europei. L’intento di questo inno è, appunto, quello di destare orgoglio e determinazione nel lettore (o meglio, nell’ascoltatore, grazie al contributo compositore Michele Novaro). Per questo, se da una parte Mameli ci ricorda che «Noi siamo da secoli/ calpesti e derisi», dall’altra ci mostra che siamo capaci di reagire e combattere, attraverso la celebrazione di molti episodi di lotta contro la dominazione straniera. Anche la musica contribuisce a questo, in quanto rende il canto un vero e proprio inno marziale: in questo senso, il «sì» finale, aggiunto da Michele Novaro, risuona nelle nostre orecchie come un grido di guerra.

I sentimenti che suscita il Canto degli italiani oggi ci sono poco familiari, quasi estranei, soprattutto perché non sentiamo più il bisogno di costruire una nostra identità nazionale. Eppure questo inno può dirci ancora tanto, come ha voluto anche mostrarci Benigni sul palco di Sanremo nel 2011. Il Canto degli italiani ci ricorda, anzitutto, che il nostro Paese e le nostre libertà hanno un enorme valore, in quanto frutti di un grande sogno e del sacrificio di tanti uomini. Ci richiama alle nostre responsabilità di cittadini, all’unione e alla solidarietà. Soprattutto, ci dice che, prima ancora di sentirci e proclamarci italiani, è fondamentale essere fratelli d’Italia.

Non avrai altro Dio all’infuori di me

di Francesco Marinoni

«Compagni, amici, coetanei, considerarono questo disco anacronistico. Non avevano capito che La buona novella voleva essere un’allegoria che si precisava nel paragone fra le istanze migliori e più sensate della rivolta del ’68 e le istanze, da un punto di vista spirituale sicuramente più elevate, ma da un punto di vista etico sociale direi molto simili, che, 1969 anni prima, un signore aveva fatto contro gli abusi del potere, contro i soprusi, in nome di un egalitarismo e di una fratellanza universale. Si chiamava Gesù di Nazareth e, secondo me, è stato ed è rimasto il più grande rivoluzionario di tutti i tempi.» 

Così De André raccontava La buona novella, album inciso nel 1970, al pubblico del teatro Brancaccio di Roma il 13 febbraio 1998, penultima esibizione dal vivo del cantautore genovese. Un disco da lui molto amato e che per molti versi rappresenta un unicum nella produzione artistica di Faber. Non era facile cantare il Vangelo e lo era ancor meno farlo in quel determinato momento storico, in cui la religione e la Chiesa in particolare erano simboli di una società che veniva picconata nelle piazze e nelle scuole. Le stesse piazze che cantavano la celebre Canzone del maggio, che nasce proprio nella Francia sessantottina.  

Ma quando a scrivere è uno come Fabrizio, il risultato non può che essere un capolavoro. Un racconto fatto di parole così semplici da far quasi dimenticare il soggetto di cui parlano: la storia di Gesù ma, soprattutto, di tutti i personaggi che gli sono ruotati intorno nei vari passi della sua vita. Maria, Giuseppe, i discepoli e, infine, i due ladroni che lo accompagnano nella morte. Per ripercorrere le loro storie, De André si è basato largamente sui cosiddetti “vangeli apocrifi”, ovvero quell’insieme di scritture non ritenute sacre dalla Chiesa. Improvvisamente, le figure più celebri che tutti noi conosciamo si scoprono umane e vicine e si presentano all’ascoltatore sotto una luce completamente diversa, lontane dai dogmi e dalla rigidezza con cui le avevamo conosciute. 

Il disco si apre con Laudate Dominum, un coro di invocazione a Dio che verrà poi rovesciato  nell’ultima traccia (Laudate Hominem), per chiarire inequivocabilmente che La buona novella, a dispetto delle apparenze, è un album più terreno che divino. Ed è la figura di Maria, cui sono dedicate ben quattro tracce, a dominare la prima parte del racconto. L’infanzia di Maria, Il sogno di Maria Ave Maria (inframezzate da Il ritorno di Giuseppe) raccontano di una giovane ragazza che, progressivamente, conosce e abbraccia il suo destino: sposa bambina, madre vergine, madre di Dio. Si passa dai versi dolci che raccontano di una bimba strappata ai giochi all’invocazione solenne, dalla bambina alla donna, ma in questa crescita Maria sembra muoversi con una leggerezza e una tenerezza che poco hanno di divino. Il cantautore canta del suo dolore, della difficoltà di capire cosa le sta accadendo, della paura per il proprio destino che ha come culmine Maria nella bottega del falegname: una madre cui verrà strappato via il figlio, destinato a morire in croce. Una croce che, prendendo forma sotto i colpi del falegname, segna per l’ascoltatore un cambio di scena, conducendolo alla seconda parte del disco. 

Ora tutto ruota intorno alla scena della croce: in Via della croce percorriamo insieme a Gesù la strada che porta al Golgota, circondato dalla gente che, per paura, lo disconosce. 

«La semineranno fra mare e per terra 

tra boschi e città la tua buona novella 

ma questo domani, con fede migliore, 

stasera è più forte il terrore». 

In questi versi Faber denuncia l’ipocrisia degli apostoli, giustificata però da un terrore che è difficile biasimare: chi, quel pomeriggio, si sarebbe comportato diversamente? Questa immagine porta quindi agli unici che, quel giorno, condividono il dolore del figlio di Dio, rimasto solo. Sua madre e quelle dei due ladroni insieme a lui crocifissi, dipinte nella struggente Tre madri, e, appunto, Dimaco e Tito, colti nell’ultimo istante della loro vita. E proprio su Tito è incentrata la più celebre traccia dell’album: Il testamento di Tito, il canto di un peccatore che, in punto di morte, confessa di aver infranto tutti i dieci comandamenti. Nel testo della canzone si legge tutta la polemica, che si ritrova in gran parte della produzione artistica di De André, nei confronti di un potere autoritario che detta la legge e ne impone il rispetto. Tito smaschera l’ipocrisia di chi detta precetti ed è, alla fine, l’unico che può davvero compatire Gesù:  

«Io nel vedere quest’uomo che muore, 

madre, io provo dolore. 

Nella pietà che non cede al rancore, 

madre, ho imparato l’amore». 

Il testamento di Tito è esattamente tutto quello che Faber intende dire quando parla di paragone fra le istanze degli studenti e quelle del rivoluzionario Gesù e il Vangelo da lui cantato (citando il cantautore, «il più bel libro d’amore mai scritto») è quanto di più distante dalla Chiesa come istituzione e tutto ciò che essa rappresenta. De André insomma è riuscito nel suo intento, mostrando una cristianità particolare, tutta sua, che non tradisce le sue profonde radici anarchiche ma che anzi si intreccia con esse. Una fede in un Dio che è e resta sempre umano, portando con sé tutti i problemi che l’umanità comporta. 

Di tutti

di Andrea Calini

La sua origine rimane avvolta in un nebbioso racconto, fatto di invenzioni e compromessi. È l’invenzione di una tradizione. È proprio una canzone gomitolo, questa Bella ciao. Ben poco cantata durante la guerra partigiana–se ne hanno testimonianze, ma zoppicanti, nella regione dell’arco appenninico bolognese e modenese–ma risorta e innalzatasi a canzone di tutto il movimento resistente quando vennero deposte le armi. E oggi addirittura rinnegata ed abiurata da alcune forze “democratiche” che dovrebbero rappresentarci. Troppo legata ad un colore, strumentalizzata per decenni da un mondo politico intransigente. Ma in quegli anni dov’erano gli altri democratici? Perché nessuna battaglia per rivendicarne la legittima paternità? Nebbia anche qui. E la nebbia è un elemento forte, se si parla di Bella ciao: se non è possibile risalire scientificamente al padre del testo e della melodia, possiamo invece affermare con certezza(confortati dalle autorevoli parole di Roberto Leydi, il massimo storico della canzone popolare italiana) che la sua genealogia va ricondotta all’incontro di diverse composizioni popolari e contadine dell’aerea padana. Non è facile ripercorrere con precisione gli antecedenti: l’iterazione del “ciao” nel testo e la struttura musicale rimandano al canto bergamasco-bresciano La me nòna l’è vecchierella(ci siamo anche noi in Bella ciao!), il corpus testuale in generale invece si riferisce a Fior di tomba. C’è spazio anche per un elemento quasi leggendario. Pare che esista una canzone klezmer (la musica tradizionale delle comunità ebraiche ashkenazite di lingua yiddish che popolavano i ghetti delle città tedesche) chiamata “Koilen”, la cui melodia ricorda da vicino quella di Bella ciao. In questo caso un nome ce l’avremmo pure e sarebbe quello del fisarmonicista zingaro Mishka Tsiganoff (anche se l’evidente matrice della parola “zigano” nel cognome del musicista porta a credere che si tratti di un falso),che nel 1919giunse in America su di un transatlantico con una valigia e, forse, una canzone immortale. Se, come abbiamo visto, la vicenda della nascita di Bella ciao non è ricostruibile con sicurezza, rintracciabile senza problemi è la storia della sua fortuna e diffusione in tutto il mondo. Negli anni’40 e ’50 i paesi liberatisi dal calcagno fetente dell’occupazione nazifascista organizzavano dei festival di qualche giorno dedicati a spettacoli, musica e dibattiti. Animati principalmente dalle forze di sinistra dei rispettivi paesi, si chiamavano “Festival mondiali della gioventù democratica”. Il primo si tenne a Praga, nel ’47. La delegazione italiana era composta da alcuni giovani emiliani aderenti all’organizzazione giovanile del P.C.I. (chi meglio di loro poteva rappresentare, cantando, la Resistenza italiana?). Fu un trionfo. La facile comprensibilità del ritornello e il ritmo galoppante la resero pronta per l’esportazione. Venne tradotta in tantissime lingue ed adattata ai più diversi contesti. Pure negli ultimi anni, al di là della sterile polemica che accompagna il suo canto (solo in Italia, ovviamente), ha fatto da sfondo per lotte più diverse. Dalle manifestazioni del movimento americano di Occupy Wall Street a quelle di Istanbul di Piazza Taksim, dalle comunità zapatiste in Chiapas ai campeggi dei Pionieri (la gioventù comunista) a Cuba. E poi ancora i braccianti messicani sottopagati della California, le rivendicazioni del popolo curdo, la disperazione degli ucraini anti-Putin fino alle recenti manifestazioni francesi in memoria dell’attentato contro la sede di Charlie Hebdo. Insomma, la connessione storica tra lotta e coscienza antifascista e mondo del lavoro contadino si è allargata. Bella ciao si erge a monumento ora storico, ora a-storico. Ricorda a ognuno di noi la necessità e la giustezza della lotta. Unisce tutti nella convinzione profonda che un mondo antifascista è un mondo migliore. Bella ciao è di tutti

Lo scrutatore non votante

di Elisa Morlotti

«Lo scrutatore non votante è indifferente alla politica,/ è come un ateo praticante, seduto in chiesa alla domenica». Con queste parole inizia la canzone scritta da Samuele Bersani nel febbraio 2006, due mesi prima delle elezioni politiche italiane, e ispirata alla vicenda di un amico, ovvero Lo scrutatore non votante. Bersani pubblicò il suo nuovo singolo su i-Tunes non appena ebbe finito di scriverlo e solo dopo qualche mese decise di inserirlo nell’album L’aldiquà, che tratta anche altri temi impegnativi e di attualità (si pensi a brani come Sicuro precariato e a Occhiali rotti, dedicato al giornalista Enzo Baldoni). 

Il brano è un ritratto di coloro che, restando ad osservare, non riescono e non vogliono prendere una posizione ed esprimere la propria idea. Usando l’esempio concreto dello scrutatore non votante, Bersani attacca anche in generale la figura dell’ignavo e dell’ipocrita, che «conserva intatta la sua etica» non esponendosi mai al giudizio altrui e non prendendosi il rischio della decisione. L’ironia e la sagacità della descrizione contenuta nel testo, tipiche dello stile del cantautore, si riflettono nella briosità della melodia e del ritmo. In tutto questo però c’è dell’amarezza: l’ironia porta l’artista a conclusioni e considerazioni terribili («Lo fa svenire un po’ di sangue, ma poi è per la sedia elettrica») ed è evidente la delusione di Bersani per chi «poteva essere farfalla ed è rimasto una crisalide». L’essere uomini completi per l’autore diventa sinonimo di dichiarare le proprie idee e opinioni, di esporsi nella discussione con gli altri e di assumersi le responsabilità delle proprie decisioni: in poche parole significa avere un atteggiamento di partecipazione attiva nella società e negli ambiti che riguardano tutti noi in quanto cittadini. E il voto in questo riveste un’importanza fondamentale, in quanto è il momento cruciale della vita democratica di un Paese, in cui ognuno può esprimere la propria opinione concretamente all’interno di un ben preciso contesto politico.Lo scrutatore non votante è una canzone scritta di getto, in pochissimi giorni, e con il desiderio di diffonderla immediatamente: «Avrei voluto spedirla per SMS», ci racconta il cantautore in un’intervista. Il testo del brano e l’esigenza con cui Bersani volle farlo conoscere erano come un richiamo ai nostri doveri di cittadini. Poche settimane prima del voto, ci ricordava che votare non è solo adempiere alle proprie responsabilità di cittadini, ma anche essere coerenti con se stessi e le proprie idee.