Il lavoro femminile ai tempi del covid

di Francesco Marinoni

Mi ha sempre dato fastidio la retorica che, di fronte a problemi grandi o situazioni particolarmente complesse, tende ad appiattire, generalizzare e inevitabilmente banalizzare con l’intramontabile detto “siamo tuttə nella stessa barca”. Certo, è innegabile che quando ci siamo trovatə ad affrontare la prima vera pandemia del mondo globalizzato l’idea di sentirsi in qualche modo meno solə, in un certo senso tuttə vittimə, potesse in un certo senso essere consolatrice, ma non interrogarsi sull’effettiva veridicità di questa sensazione porta a trascurare l’evidenza delle disuguaglianze, tutt’altro che assenti.

Uno sguardo rivelatore è in questo senso quello rivolto al mondo del lavoro. Siamo tuttə a conoscenza  dell’impatto devastante che la pandemia ha avuto sull’occupazione, anche e soprattutto in Italia; quello che forse non è stato abbastanza sottolineato è che, anche in un momento così difficile per tante persone, il prezzo più caro l’ha pagato soprattutto una fetta ben precisa della società. Nello specifico mi riferisco a donne, giovani (fra 15 e 24 anni) e stranierə. In questo articolo ci occuperemo approfonditamente delle lavoratrici, vittime anche di problematiche strutturali preesistenti che la pandemia ha certamente contribuito ad amplificare.

Un primo dato utile su cui riflettere è quello che dà il quadro più generale possibile: in Italia, l’occupazione femminile è passata, fra 2019 e 2020, dal 50 al 48.6 %. Forse la differenza percentuale non sembra poi così grande, ma si sta parlando di circa 171mila donne (per confronto, è circa il doppio dei posti di lavoro femminili creati fra 2008 e 2019), un numero spaventoso. È utile osservare che lo stesso dato per gli uomini mostra percentuali decisamente diverse: si passa dal 67.9 al 67.5 %. Si nota subito quindi come già prima della pandemia la differenza di occupazione fra donne e uomini in Italia era molto elevata, soprattutto per il valore estremamente basso della prima (la media UE è del 63 %), e come nel 2020 questo divario si sia ulteriormente allargato. Vale la pena quindi di interrogarsi su quali siano i meccanismi sottostanti a questi dati così poco confortanti.

I problemi legati al mondo del lavoro femminile, in parte, li conosciamo già molto bene. Nel nostro Paese i lavori domestici e di cura della famiglia sono svolti prevalentemente dalle donne e questo non è cambiato anche nel momento in cui quasi tuttə erano costrettə al lavoro da casa: anzi, un’indagine riporta che più di due donne lavoratrici su tre durante il lockdown hanno dedicato più tempo a questi rispetto a quanto facessero prima. Per quanto tutto questo sia ben noto, l’Italia non ha ancora fatto abbastanza per risolvere tale squilibrio. Mancano, oltre naturalmente ad un auspicabile cambio culturale diffuso, misure e strutture essenziali che hanno dimostrato altrove, dove sono state introdotte, la loro efficacia: un vero congedo parentale anche per gli uomini (ad oggi vengono concessi ben DIECI giorni) e l’ampliamento della rete degli asili nido, rendendoli veramente accessibili per tuttə, giusto per fare alcuni esempi.

Ma mettiamo da parte per il momento queste considerazioni che, come detto, si facevano anche prima della pandemia, cercando di analizzare meglio i problemi specifici dell’ultimo anno. Si diceva, all’inizio, che non siamo tuttə nella stessa barca: in questo senso si può osservare che le misure restrittive non hanno colpito allo stesso modo tutti i settori lavorativi. Fra i più penalizzati troviamo per esempio i servizi domestici e il mondo degli alberghi e della ristorazione, che hanno in comune il fatto di occupare una grossa fetta della forza-lavoro femminile. Abbiamo trovato quindi una prima risposta alla nostra domanda: un ruolo importante nello spiegare i numeri visti in precedenza l’ha avuto la diversificazione negli ambiti lavorativi fra uomini e donne.

Se questa prima risposta ci ha disegnato un quadro che vede le donne sostanzialmente “sfortunate” per essersi trovate occupate nei settori più colpiti, andando oltre il disegno che si forma assume tinte ben diverse. Si può quindi riscontare che l’occupazione femminile dipendente è caratterizzata da un maggior ricorso a contratti a termine (16.78 %) rispetto a quella maschile (14.96 %), con la conseguenza che anche l’introduzione del blocco dei licenziamenti nel 2020 non è riuscito ad arginare la scadenza del contratto per tante donne lavoratrici, che si sono trovate di fatto licenziate. Questo dato ha ancora più peso se si considera che la percentuale di queste che è riuscita ad ottenere un nuovo lavoro nel corso dell’anno è solo del 42.6 %, mentre per gli uomini lo stesso dato è al 52.7 %. Risulta chiaro quindi come in Italia il mondo del lavoro dia sostanzialmente meno sicurezze alle donne, che si trovano in posizioni fragili, molto più a rischio in tempi di crisi. Ulteriore conferma di questa minore presenza di tutele è l’accesso alla cassa integrazione, strumento che nello scorso anno è stato largamente utilizzato per arginare l’emorragia nel mondo del lavoro: considerando che le donne con contratti di lavoro dipendente sono il 42.1 % del totale, solo il 27 % ha avuto accesso alle risorse della cassa. Le motivazioni risiedono naturalmente anche nei settori in cui le donne sono maggiormente occupate, aspetto che abbiamo considerato precedentemente, ma non per questo il dato perde di valore: è un ulteriore sintomo che dovrebbe lanciare un segnale di allarme.

Cosa possiamo quindi dire, in conclusione, sul ruolo della pandemia nell’occupazione femminile? Come per tanti altri aspetti, il covid ha in gran parte aggravato, esasperandole, problematiche già presenti nella nostra società, le cui soluzioni al momento sembrano ancora piuttosto lontane. È importante però riconoscere che questi problemi esistono e sono parte di un divario di genere che si manifesta in tantissimi altri ambiti e che, purtroppo, persiste ancora. Conoscere e approfondire le tematiche non risolverà nulla, ma sicuramente è un passo imprescindibile da fare, quanto meno per avviarsi sulla strada giusta. Tradotto: significa, per gli uomini, riconoscere un privilegio strutturale che essi hanno in quanto tali.

A proposito, a marzo 2020 le richieste di aiuto da parte di donne per violenza domestica sono aumentate del 33 %: ecco un altro esempio di come la pandemia abbia peggiorato ciò che già era presente. La violenza domestica esisteva prima ed esiste anche oggi: ad ogni giorno che passa non affrontarla significa più maltrattamenti, più abusi, più femminicidi. Un prezzo che nessunə di noi dovrebbe essere dispostə a pagare.

Qui trovate gli articoli da cui ho tratto i dati citati nell’articolo:

https://www.ingenere.it/articoli/pandemia-ha-colpito-lavoro-donne

Per approfondire potete anche leggere lo studio completo che viene citato nel primo articolo, COVID: la crisi più dura per le donne in un Paese ancora senza parità:

Dalla parte di Eva

di Susanna Finazzi

Dio benedica i corsi e ricorsi storici, perché, se è vero che repetita iuvant, agli esseri umani servirà ancora qualche secolo per affrontare le questioni che si trascinano dal tempo delle ziggurat. Un esempio: le discriminazioni di genere. Ebbene sì, ancora loro, che nel campo dei vizi abbondano.

È tutta una questione di punti di vista e storicamente, guarda caso, la prospettiva sui vizi è in maggioranza maschile. Per secoli sono stati gli uomini a definirli e le donne stesse ad essere considerate un vizio, come l’alcol, il fumo o il gioco. Oltretutto per lungo tempo solo al genere maschile è stata data la possibilità di indulgere nei vizi, perché una donna onesta non fuma e non si ubriaca, e tantomeno si dedica ai piaceri della carne. La donna non può fare sesso come attività ludica, ma è sesso e quindi è attività ludica, soprattutto quando si tratta degli appetiti degli uomini.

Secondo il catechismo un vizio è un’abitudine che, a lungo andare, porta al peccato e quindi a mettere in pericolo la propria anima. Con questa logica si potrebbe pensare che siano i maschi a rischiare la dannazione eterna, ma per secoli la punizione divina è stata invocata sulle donne stesse come fonte di peccato. Quando si dice “ha il vizio delle donne” ci si riferisce a un uomo che non riesce a resistere al fascino femminile, considerato il vero responsabile della cattiva condotta maschile, ma raramente si accenna alla dipendenza da sesso che poco ha a che fare con la femme fatale e molto con la psicologia dell’uomo stesso. In fondo il vizio delle donne è una cosa che si perdona in fretta, perché siamo umani e non è colpa dell’uomo se la donna è stata messa su questa Terra per corromperlo e trascinarlo lontano dalla “retta via”. Basta ricordare Eva, che con il suo spuntino ha azzerato le possibilità di vivere nel paradiso terrestre, o la strega Anna Bolena che ha sedotto Enrico VIII per diventare regina. L’equazione donna = vizio = peccato è stata usata per secoli per giustificare gli errori degli uomini, corrotti dal demonio in forma femminile e autorizzati a bruciarlo sul rogo per fare ammenda per i loro peccati.

Si può dire che con il tempo qualcosa è cambiato, ma non abbastanza. Ora anche le donne possono dedicarsi ai vizi, spesso però solo nei limiti di quelli che sono stati battezzati “ambiti femminili”. Una donna con più partner sessuali è ancora ritenuta piuttosto puttana, meglio che vada dal parrucchiere due volte a settimana, un piccolo vizio che le si può perdonare. Basta una ricerca sul web per capire che i “vizi femminili” tendono ad essere associati a tutto ciò che ha a che fare con negozi di vestiti e centri estetici, cosa legittima, ma anche estremamente riduttiva. La verità è che esistono ancora vizi “per donne” e “per uomini”, a cui la società offre possibilità diverse di dare sfogo ai propri istinti. Nota bene: l’istinto del parrucchiere, così come quello del sesso, è un prodotto socio-culturale, legato a concetti stereotipati di maschilità e femminilità che sono troppo vasti da analizzare prima della conclusione di questo articolo. Quel che serve modificare è la prospettiva sul vizio, che non deve essere declinata solo al femminile, ma che il femminile deve almeno prenderlo in considerazione. E non basta permettere alle donne di fare ciò che fanno gli uomini, dando loro il via libera per indulgere in vizi “da maschi”. Perché non lasciare che ognuno decida come gestire la salvezza della propria anima?

Le Heroides di Ovidio

di Rosamarina Maggioni

Nelle Heroides Ovidio mette in luce le debolezze e i lati oscuri degli eroi dando voce alle eroine dell’antichità, le donne al fianco degli eroi della mitologia greca. Ognuna di loro, in attesa del ritorno del proprio amato, morta suicida, abbandonata o dimenticata, ripercorre le vicende della storia dal proprio punto di vista, rivelando i propri sentimenti, le speranze e i sogni infranti, mostrando la propria psiche e il destino di chi rimane accanto a un eroe.

Arianna, abbandonata su un’isola, chiede a Teseo di tornare a prenderla, gli ricorda la promessa di amore fattale dopo avergli consegnato il filo che gli avrebbe fatto ritrovare la via d’uscita dal labirinto, una volta ucciso il Minotauro; Penelope si strugge nell’attesa di Ulisse, chiedendosi se sia il mare o l’amore per un’altra donna a tenerlo lontano dalla sua patria; Briseide, rapita da Achille, ceduta poi ad Agamennone, chiede di essere riconsegnata al suo amato rapitore, nonché assassino di tutta la sua famiglia; Didone, tradita ed abbandonata, chiede un’ultima volta a Enea di non partire, affermando che, se non avesse potuto essere sua sposa od ospite, allora la vita non le sarebbe più stata utile.

L’eroe greco, bello, forte e con un grande senso morale verso la patria e gli dei, mostra la propria incapacità nel gestire la relazione con la donna amata. Egli è prima eroe che amante, prima uomo che marito. Ciò che fa la storia sono le sue azioni, non i suoi sentimenti, e questo lo sanno bene anche le donne, che nelle loro lettere ribadiscono la grandezza delle loro azioni, del loro valore, della loro forza. Tuttavia, scrivendo le lettere, le donne degli eroi cercano di trovare uno spazio per sé, chiedono a gran voce di essere considerate, di avere una parte nella storia, di non essere usate e abbandonate a loro piacimento, perché, a volerla dire tutta, è sempre da una donna che dipende la storia dell’eroe: Elena per Paride, Arianna per Teseo.

Le lettere però non avranno mai una risposta, forse nemmeno giungeranno agli occhi degli eroi, e le donne che le hanno scritte rimarranno sempre nella loro condizione, amanti, mogli e serve fedeli senza possibilità di scelta e azione sul proprio futuro.

“Custom maid 3D”, cioè l’Oggettivazione della donna

Di Francesco Ronzoni

Una delle lotte alle quali il mondo femminile è costretto a far fronte quotidianamente nella nostra società, che ormai dedica e impegna un ampio spazio della propria vita alla dimensione virtuale, è quello del fenomeno a cui si fa abitualmente riferimento con l’espressione di “Oggettivazione femminile”. Questa, che viene continuamente alimentata da un mondo scandito dalle tecnologie e dalle comunicazioni di massa, consiste nel considerare la donna alla stregua di un oggetto, mirato ad appagare i desideri sessuali dell’uomo.

Sebbene il mezzo di propagazione di tale fenomeno sia principalmente virtuale, siccome passa attraverso gli schermi dei nostri dispositivi – nelle pubblicità, nelle serie TV, nelle trasmissioni televisive, nei social media, nella cinematografia… – cioè quegli schermi dove l’appiattimento della complessità del reale è all’ordine del giorno, i suoi effetti possono solo che essere concreti, in quanto toccano persone in carne ed ossa (e non si tratta certo di una botta leggera).

All’interno di questo meccanismo, e soprattutto dietro di esso, ovvero al suo principio, ci sono senza dubbio anche dei soldi. L’Oggettivazione femminile vende; e porta così spesso al guadagno che parrebbe quasi illogico, se solo non fossimo capaci di cose ben più belle e sane, non sfruttarne le ricche potenzialità.

Tutto ciò mi conduce ora a parlare del vero oggetto della questione prefissata nelle intenzioni di questo articolo: “Custom maid 3D”. Questo il nome di un videogioco erotico giapponese, implementato di funzionalità di VR (virtual reality) e accompagnato da una console che per sua natura può essere maneggiata solo da uomini (o da chiunque sia dotato dell’organo riproduttivo maschile), che in tutta verità oggettiva la figura femminile, la rende merce e la svilisce in maniera indegna (e sinceramente non si potrebbe affermare diversamente). Il gioco, come suggerisce il nome, si basa sulla creazione di avatar di giovani domestiche che sono a tutti gli effetti asservite, soprattutto sessualmente, al giocatore. Per di più, è evidente che nel nome del videogioco opera anche la pretesa dei suoi sviluppatori di rendere l’esperienza in 3D, come a sfondare ulteriormente la dimensione etica già apertamente violata con l’idea stessa del gioco. La barriera per loro scomodissima della virtualità – loro che sono sia i venditori che i compratori – viene ridotta (ed io spero che non venga mai rimossa del tutto) nel tentativo di raggiungere una verosimiglianza del reale che educa l’uomo ad una relazione tutta contorta, e piuttosto torbida, di amore e di sessualità, che con la realtà umana ha ben poco a che vedere. L’amore, infatti, lì dentro viene spesso concepito come possesso, come dominazione, come imposizione servile sull’altra per il solo ed unico scopo dell’appagamento sessuale del maschio.

Perciò questo gioco, così come i suoi simili, così come i suoi affini nella pornografia, risulta essere un grandissimo pericolo per il mondo femminile: perché all’uomo inesperto, che è ancora in preda agli ormoni e a cui peraltro l’intera società, per tabù, tace qualsiasi discorso formativo, insegna un modo sbagliato di vivere la relazione con la donna, ed un modo errato di amare.

Accade così che quel virtuale in cui si potrebbe consumare il meglio, dal momento ch’esso è il luogo delle possibilità infinite, viene invece declassato a mera copia (fatta male, se non malissimo) del reale, in cui si impoverisce la complessità quando si potrebbe arricchirla.

Eppure, tutti questi discorsi sulla sessualità, sull’erotismo, sulla formazione dell’uomo quale individuo capace di amare, sono tuttora passati sotto silenzio, e le nuove generazioni non hanno modo di imparare davvero l’amore dalla realtà; anzi, apprendono sempre più da quel pessimo virtuale, da “Custom maid 3D”, per esempio, tutto ciò che noi non abbiamo avuto il coraggio di insegnare loro.

È così che io, da ragazzo che ha sofferto di questa mancanza, ora chiedo a voi donne, voi mamme, voi tutte che per natura vivete la dimensione dell’altro fin dall’inizio della vostra vita, voi che sapete donarvi agli amanti ed ai figli: ora più che mai venite ad insegnarmi cos’è l’amore, che io da me non lo conosco, perché sono nato maschio.

Solo parole

di Rosamarina Maggioni

Tratto dal monologo tenuto da Paola Cortellesi per la trasmissione “David di Donatello” (2018)

Oggi ho qui per voi un piccolo elenco di parole preziose. È impressionante vedere come nella nostra lingua alcuni termini che al maschile hanno il loro legittimo significato, se declinati al femminile assumono improvvisamente un altro senso, cambiano radicalmente, diventano un luogo comune un po’ equivoco che poi, a guardar bene, è sempre lo stesso: ovvero un lieve ammiccamento verso la prostituzione.         Vediamo insieme qualche esempio.

Un cortigiano: un uomo che vive a corte. Una cortigiana: una mignotta.

Un massaggiatore: un kinesiterapista. Una massaggiatrice: una mignotta.

Un uomo di strada: un uomo del popolo. Una donna di strada: una prostituta.

Un uomo disponibile: un uomo gentile e premuroso. Una donna disponibile: una facile.

Un passeggiatore: un uomo che cammina. Una passeggiatrice: una mignotta.

Uno squillo: il suono del telefono. Una squillo: una prostituta.

Un uomo di mondo: un gran signore. Una donna di mondo: una gran mignotta.

Uno che batte: un tennista che serve la palla. Una che batte: una prostituta.

Un uomo che ha un protettore: un intoccabile raccomandato. Una donna con un protettore: una prostituta.

Un buon uomo: un uomo probo. Una buona donna: una mignotta.

Un gatto morto: un felino deceduto. Una gatta morta: una mignotta.

Uno zoccolo: una calzatura di campagna. Una zoccola: una puttana.

Questo elenco è stato scritto da Stefano Bartezzaghi, un giornalista ed un grande esperto di linguaggio. Questi esempi, per quanto facciano sorridere, ci fanno capire quanto noi donne, anche nel lessico, siamo discriminate. Però per fortuna sono soltanto parole. Certo, se le parole fossero la traduzione dei pensieri, beh allora in quel caso sarebbe più grave la situazione, sarebbe un incubo, fin da piccoli. All’asilo un bambino maschio potrebbe iniziare a maturare  l’idea che le bambine siano meno importanti di lui; da ragazzo crescere nell’equivoco che le ragazze siano in qualche modo di sua proprietà, e poi da adulto, è solo un’ipotesi eh, ma se fosse così, potrebbe pensare sia giusto che sul lavoro le sue colleghe vengano pagate meno, e a quel punto non gli sembrerebbe grave neppure offenderle, deriderle, toccarle, palpeggiarle: come si fa con la frutta matura o per controllare le mucche da latte. Se fosse così potrebbe anche diventare pericoloso, eh sì. Una donna, adulta o anche giovanissima, potrebbe essere aggredita, picchiata, sfregiata dall’uomo che la ama; uno che la ama talmente tanto da pensare che lei e anche la sua vita siano roba sua, e quindi può farne quello che vuole. Ma per fortuna sono soltanto parole, soltanto parole. Ma se davvero le parole fossero la traduzione dei pensieri, un giorno potremmo sentire delle affermazioni che hanno dell’incredibile, frasi offensive e senza senso come queste:

«Brava, sei una donna con le palle!»

«Chissà quella che ha fatto per lavorare…»

«Certo, anche lei però, se va in giro vestita cosi…»

«Dovresti essere contenta se ti guardano.»

«Lascia stare, sono cose da maschi.»

«Te la sei cercata.»

Per fortuna, per fortuna, sono soltanto parole, ed è un sollievo sapere che tutto questo, fin ora, da noi, non è mai accaduto.

New Period

di Sofia Burini

La coppetta mestruale è davvero eccezionale come si sente dire? Sì. La coppetta permette di ridurre molte delle scomodità che si possono affrontare utilizzando i più tradizionali assorbenti o tamponi. Certo, un argomento come quello dei prodotti mestruali, che difficilmente riesce a farsi strada nel dibattito politico italiano e non viene preso sul serio dalle istituzioni quando si tratta di discutere un punto di vista molto più comprensibile come quello della tassazione, non sembra rientrare tra le priorità del nostro Paese. Dovrebbe invece essere tra le priorità del nostro pianeta, e sicuramente sta guadagnando spazio a livello internazionale, per quel che riguarda l’evoluzione delle possibilità di gestione delle mestruazioni, questione che riguarda, almeno per un certo periodo della vita, più della metà della popolazione.

Progettata per la prima volta da Leona Chalmers nel 1937 e presentata per la seconda volta all’industria della gomma negli anni ’60, la coppetta mestruale ha una storia poco recente rispetto ad altri prodotti progettati per lo stesso scopo, anche se ha subito notevoli innovazioni, come l’essere prodotta, a partire dal 2001, in silicone.

Avere uno strumento che ci garantisce fino a dodici ore di contenimento delle mestruazioni dà una sicurezza e permette di svolgere senza preoccupazioni le proprie attività per tutta la giornata. Ciò può apparire auto evidente per quel che riguarda la vita di una donna (o di una persona trans) che lavora fuori casa tutto il giorno, ma assume un’importanza fondamentale per le donne che vengono escluse dalle attività sociali e dall’istruzione per una settimana al mese in molti paesi del mondo. E, tutto sommato, anche evitare di dover indossare un assorbente multistrato in plastica in una giornata estiva o di doversi preoccupare dei cattivi odori sono aspetti che hanno il loro piccolo impatto nella vita di tutti i giorni.

Quello che però maggiormente colpisce della coppetta è l’impatto dal punto di vista economico ed ambientale che questo semplicissimo oggetto ha. La necessità di evolvere, come società, verso un futuro più green riguarda ogni aspetto della nostra vita, incluso quello, ampiamente dibattuto sotto diversi punti di vista, delle mestruazioni.

Si stima che l’utilizzo di tamponi e assorbenti vada a produrre circa il 3% dei rifiuti solidi urbani, in particolare per quel che riguarda la plastica, componente principale di questi prodotti (circa il 90% degli assorbenti e l’intero applicatore dei tamponi). L’utilizzo di una coppetta, la cui durata è solitamente di 5-10 anni, se tenuta correttamente, permette di ridurre notevolmente la spesa pro capite in prodotti per le mestruazioni (il costo di una coppetta è equivalente a meno di quel che in media si spende in sei mesi in assorbenti o tamponi). Il risparmio dal punto di vista ambientale è, in proporzione, ancora maggiore: si parla di 30-40 kg di rifiuti in meno prodotti durante il proprio periodo di fertilità utilizzando una coppetta mestruale rispetto all’alternativa di assorbenti e tamponi, senza considerare l’inquinamento derivante dalla produzione di questi prodotti.

Certo non si può ignorare, tuttavia, l’obiezione che sorge spontanea: è davvero confortevole per tutt* utilizzare una coppetta mestruale? No. Molte persone non hanno sufficiente dimestichezza con questo tipo di prodotto o si trovano in una condizione di salute che impedisce di utilizzare una coppetta mestruale. Va quindi presa in considerazione, sulla strada di un’alternativa ecologica con la quale ci si può sentire a proprio agio, quella degli assorbenti lavabili, delle mutande assorbenti (da alcuni anni anche come boxer), dei tamponi con un applicatore riutilizzabile, o, infine di prodotti creati da aziende che garantiscono un impegno per ridurre l’impatto ambientale ed utilizzano materiali più sostenibili della plastica.

Di argomenti a proposito di mestruazioni ne abbiamo, non ci resta che iniziare il dibattito.

Sogni di ogni genere

di Susanna Finazzi

L’inconscio è una delle zone più misteriose della mente umana e di conseguenza la più studiata. In particolare, la scienza è affascinata dal modo in cui sonno e inconscio entrano in contatto permettendoci di riassumere le nostre esperienze emotive e trasformarle in sogni.

Katherine Plumber-Kelly e Benjamin Jacobs, del Baylor College of Medicine di Houston, nel 2016 hanno avviato un progetto per studiare le funzioni del sogno nel percorso evolutivo dell’essere umano. Lo studio prevedeva la mappatura del cervello di alcuni volontari attraverso elettroencefalogrammi e tecnologie di neuroimaging, per confermare l’ipotesi che ci sia un nesso tra i sogni dettagliati, che siamo in grado di fare, e la nostra evoluzione rispetto agli altri primati. Quando sogniamo l’area più attiva del cervello è la corteccia visiva, perché siamo naturalmente portati ad elaborare le informazioni attraverso le immagini. Lo studio di Plumber-Kelly e Jacobs, però, ha evidenziato che, nella fase REM, la corteccia visiva delle donne è molto più attiva rispetto a quella degli uomini, che invece riescono ad elaborare meglio gli impulsi sonori.

Per analizzare questo fenomeno il team ha avviato un progetto parallelo a quello iniziale, questa volta studiando maschi e femmine separatamente. Ogni gruppo di persone è stato sottoposto a stimoli sia visivi che sonori e i risultati hanno – parzialmente – confermato le ipotesi. Non solo l’attività cerebrale delle donne raggiungeva dei picchi nell’area della corteccia visiva, ma il 42% dei soggetti era anche in grado di ricordare dettagli minuziosi dei propri sogni una volta sveglio. Negli uomini, invece, la reazione agli stimoli uditivi si limitava al momento del sogno, come dimostravano le variazioni degli encefalogrammi: una volta svegli, infatti, solo il 10% dei soggetti maschili riusciva ad associare un suono a un particolare momento del sogno.

Plumber-Kelly afferma che nessuno studio ha mai evidenziato una così profonda differenza di genere nel meccanismo onirico, definendo la capacità femminile di elaborare meglio le immagini una “scoperta in grado di rivoluzionare anche le ricerche in campo mnemonico”. Gli esperimenti sui topi in laboratorio hanno infatti evidenziato che alcune femmine, sottoposte nel sonno a un’iperstimolazione della corteccia visiva, possono risolvere i labirinti molto più in fretta dei maschi. Nel caso delle cavie, però, la differenza di genere non è così spiccata: molti topi maschi sono riusciti a trovare l’uscita nello stesso tempo delle femmine.

Non è ancora chiaro se nel cervello delle donne la capacità di rielaborare meglio i dettagli sia dovuta ad una mutazione genetica vantaggiosa o all’evoluzione, ma gli scienziati sono convinti che questa scoperta possa aiutare nella ricerca su alcune malattie che colpiscono i centri di memoria del cervello. Capire l’origine biologica di questo fenomeno potrebbe far avanzare le cure per amnesie di portata lieve causate da traumi, anche se il team del Baylor College non crede possa essere decisivo per patologie più gravi come il morbo di Alzheimer.

Jacobs e Plumber-Kelly hanno avanzato l’ipotesi che la differenza nel modo in cui uomini e donne recepiscono gli stimoli audiovisivi sia anche dovuta all’adattamento alle norme culturali. In altre parole, le donne potrebbero aver sviluppato capacità diverse dagli uomini in base ai ruoli sociali che hanno avuto nel corso della storia, teoria già ampiamente studiata in psicanalisi. Questo spiegherebbe, in parte, la differenza con i topi, ma non ci sono ancora risultati sufficienti per poter formulare una vera e propria legge sul genere del nostro cervello.

Le streghe son tornate

di Susanna Finazzi

È una verità universalmente riconosciuta che alle donne non è permesso invecchiare. Da loro ci si aspetta che rimangano sempre attraenti e possibilmente sempre assertive, così da non turbare il delicato equilibrio su cui gli uomini hanno basato la società fino ad ora. Nel mondo plasmato dal maschilismo non c’è spazio per le donne anziane, quelle che non fanno figli e non li allevano, quelle che non riescono più a fare la spesa e che non entrano più da molti anni nella taglia 38. Se non possono essere mogli e madri, se non lavorano nemmeno più, a cosa servono le donne che invecchiano?

Thérèse Clerc, una femminista francese, nel 2013 ha aperto la Maison des Babayagas, una casa collettiva per donne over sessantacinque situata nel quartiere parigino di Montreuil. La Maison, letteralmente Casa delle Streghe, è una risposta alla visione della vecchiaia come una malattia del soggetto produttivo, o, nel caso delle donne, riproduttivo. Nella concezione moderna una persona è utile finché può produrre ricchezza e gli anziani, non lavorando e affidandosi alla previdenza sociale, sono quanto di più parassitario possa infestare gli incubi del capitalismo.

La paura dell’improduttività fa la fortuna di tutti i servizi per gli anziani, per prime le case di riposo e le residenze private, che forniscono assistenza medica costante e un buon placebo per la coscienza delle famiglie.

La Maison des Babayagas è stata definita parecchie volte una “casa di riposo per femministe”, termine che la fa apparire come un ritiro esclusivo per chi in gioventù ha bruciato reggiseni. L’idea di fondo in realtà è molto meno radicale: la Casa delle Streghe è un’anti-residenza dove le donne possono vivere la vecchiaia in modo intelligente. L’obiettivo è dimostrare che l’invecchiamento non è una malattia né il capolinea della vita indipendente, ma solo un’altra fase dell’esistenza, cosa che nel nostro sistema in cui la giovinezza è tutto si presenta come una vera e propria rivelazione. La Maison è uno spaccato di società alternativa che funziona a meraviglia: ecologica, laica, autogestita e femminista, che mette in discussione gli stereotipi sul genere e sulla vecchiaia.

Le ospiti della casa si impegnano a fare volontariato almeno dieci ore a settimana, per avvicinare le generazioni e entrare in contatto con gli immigrati che vivono nel quartiere. Oltre alle attività per i bambini e ai corsi di lingua, il progetto include un’università popolare che tratta soprattutto i temi del femminismo, per diffondere una critica consapevole alla cultura macho-centrica.

Il femminismo aiuta a invecchiare meglio. Le donne riescono ad accettare la vecchiaia senza sentirsi inutili o brutte perché guardano oltre i ruoli comunemente considerati femminili. Quando viene meno la funzione riproduttiva – che ha influenzato e per certi versi limitato l’attività delle donne per molto tempo – le femministe si reinventano con più serenità, cosa che garantisce una miglior salute mentale. L’accettazione del sé anziano è un atto di ribellione radicale, soprattutto considerando che la vecchiaia spesso è sinonimo di malattie. Il passaggio del tempo non è sempre positivo e può portare limitazioni alla capacità di agire autonomamente, ma la solitudine che associamo alla vecchiaia è una scelta obbligata che la società costringe gli anziani a compiere. Isolarli dal resto della comunità giovane e produttiva sembra l’unico modo per garantire che gli ingranaggi continuino a funzionare senza intoppi.

La Casa delle Streghe vuole restituire un’immagine differente delle donne vecchie e dimostrare, se già non fosse sufficientemente chiaro, che il machismo applica sempre le stesse regole nell’approcciare i temi che riguardano le donne. Esprimendosi categoricamente su argomenti di cui sa poco o niente e non ha nessuna esperienza diretta, il maschilista pretende che il resto del mondo si adegui al suo punto di vista, ma per nostra fortuna restano ancora troppe streghe perché si possa bruciarle tutte.

Finché il mio corpo mi rassomigli

di Teresa Belli

Nascere in un corpo altrui o, per meglio dire, che è nostro ma non ci appartiene; nascere e sentire che quello che gli altri vedono di te non è altro che un’immagine distorta, falsata. È questa la realtà con cui deve convivere chi ha una disforia di genere, ovvero sente che il sesso biologico del proprio corpo non corrisponde al proprio vissuto interiore; in altre parole, una persona che si sente di appartenere al genere opposto rispetto a quello in cui è nato.

Oltre al disagio personale che si trovano a vivere queste persone nella ricerca e accettazione di sé, spesso estremamente difficoltosa, grava su di loro anche un pesante stigma sociale. Le condizioni di vita di uomini e donne transessuali sono sempre state particolarmente difficili nella nostra società, che per sua natura tende ad allontanare gli elementi che non rientrino in certi canoni. La necessità di dare una definizione, di incasellare tutto in un ruolo preciso, immediatamente individuabile, viene inevitabilmente a scontrarsi con un modo di essere che per propria stessa natura esce dagli schemi classici e li scardina. Così la persona transessuale suo malgrado ha sempre rappresentato uno specchio in cui l’uomo medio si rivede, denudato delle proprie certezze e dei rassicuranti precetti.

Non a caso sono sempre stati denigrati e ghettizzati, soprattutto associandoli alla prostituzione, nomea da cui a volte anche oggi faticano a distanziarsi.

Le battaglie per l’eguaglianza sociale  che si sono susseguite nelle ultime decadi hanno avuto come principale scopo quello di dare una voce, una rappresentanza ad un gruppo per troppo tempo sotto e malrappresentato. Ad oggi si può dire che  il processo  di accettazione in generale stia migliorando. Nonostante certamente nel 2019 non si possa ancora parlare di parità, ci sono degli esempi di un progressivo abbandono di certe resistenze. Per esempio il caso di Pauline Ngarmpring, donna trans che lo scorso febbraio si è candidata alla presidenza in Thailandia.

D’altra parte la situazione politica odierna generale è spesso, a riguardo, in controtendenza. Non è più un’eccezione che gruppi che facciano della “normalità“ la propria bandiera abbiano una certa influenza politica. Circostanza, questa,  che mina la fragile situazione di una categoria così divisiva per l’opinione pubblica.

Un sondaggio del 2015 dell’ agenzia europea dei diritti fondamentali (FRA) riporta che il 54% degli intervistati  sente di essere discriminato e il 78% non ha parlato con nessuno del proprio essere trans prima dei 18 anni. Ma il dato più preoccupante è che solo l’ 1 % dichiara di non aver mai subito minacce o violenze, mentre il 28% dice di essere stato aggredito fisicamente. Questi dati sono la prova di un gravoso disagio sociale e privato, triste fotografia di una società non in grado di aprirsi al diverso.

Citando Voltaire: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri», e le carceri di oggi possono essere viste come simboli di coloro che vengono allontanati, emarginati dalla vita comune. Ancora oggi trans, cross-dresser, gender variant e queer sono specchi che rivelano l’ipocrisia della società.

We can do it!

di Rosamarina Maggioni

Sesso debole è stata la definizione assegnata alle donne di tutto il mondo per secoli. Intere generazioni hanno classificato il genere femminile come sottomesso e secondario. Una realtà, questa, che sfortunatamente è ancora presente oggi in molti paesi del mondo, nonostante le continue lotte che i gruppi femministi portano avanti. Per questo numero di Altro, a tema Potere, ho deciso di non spendere tante parole, per timore di banalizzarlo, ma di mostrare coi fatti, con la storia, quanto le donne abbiano sempre dimostrato di non essere da meno rispetto agli uomini. Non superiori, non inferiori: alla pari, così come chiunque sia femminista (uomini compresi) deve concepire la posizione della donna nel mondo. Detto questo voglio elencarvi una serie di figure femminili che hanno dimostrato il loro potere, la loro forza, con tenacia, intelligenza e carisma. Cercate la loro storia, informatevi: io ne sono rimasta affascinata.

Adelaide di Susa – Anna I di Russia – Anna II di Russia – Anna di Gran Bretagna – Anna Bolena – Artemisia di Alicarnasso – Bianca Maria Visconti – Boudicca – Cartimandua – Caterina Cornaro – Caterina de Medici – Caterina I di Russia – Caterina II di Russia – Caterina Sforza – Cleopatra – Cristina di Svezia – Eleonora d’Arborea – Elisabetta I – Elisabetta I di Russia – Elisabetta di Baviera – Giovanna di Castiglia- Hatshepsut – Irene di Bisanzio – Isabella di Castiglia – Maria I – Maria II – Maria Antonietta – Maria Carolina d’Asburgo – Maria José del Belgio – Maria Stuarda – Maria Teresa d’Austria – Matilde di Canossa – Shammuramat – Teodora di Bisanzio – Teofano del Sacro Romano Impero – Teuta – Tin Hinan – Tomiride – Regina Vittoria – Zenobia – Zoe di Bisanzio-Diane Julie Abbott – Hillary Clinton – Indira Gandhi – Anna Lindh – Golda Meir – Angela Merkel – Evita Perón – Margaret Thatcher – Vaira Vīķe-Freiberga-Giovanna d’Arco – Dolores Ibárruri – Kahina – Lalla Fadhma n’Soumer – Anna Kuliscioff – Rosa Luxemburg – Rosa Parks – Eleonora Pimentel Fonseca – Gertrude Stein-Maria Gaetana Agnesi – Ruth Benedict – Hildegard von Bingen – Barbara McClintock – Marie Curie – Rosalind Franklin – Sophie Germain – Donna Haraway – Caroline Lucretia Herschel – Henrietta Swan Leavitt – Rita Levi Montalcini –  Ipazia – Ada Lovelace – Margaret Mead – Lise Meitner – Emmy Noether-Hannah Arendt – Simone De Beauvoir – Diotima – Ipazia – Luce Irigaray – Teano – Simone Weil – María Zambrano-Amélie Mauresmo – Cheryl Miller – Annemarie Moser-Pröll – Martina Navrátilová – Katherine Rawls – Elizabeth Robinson – Wilma Rudolph – Sara Simeoni – Madge Syers – Ondina Valla – Eleonora Duse – Titina De Filippo-Elena Välbe – Mary Gennaro Varale – Valentina Vezzali – Gerda Weißensteiner – Hanni Wenzel – Paula Wiesinger – Katarina Witt-Berenice Abbot- Maria Montessori – Tina Modotti – Florence Nightingale – Fanny Targioni Tozzetti-Martha Argerich – Joan Baez – Josephine Baker – Francesca Caccini – Maria Callas – Marlene Dietrich – Ella Fitzgerald – Aretha Franklin- Gloria Gaynor – Fanny Mendelssohn- Billie Holiday – Janis Joplin