Festa

di Francesco Marinoni

Dicembre porta subito alla mente un pensiero: le feste. Quei giorni in cui la maggior parte di noi può staccarsi dal proprio lavoro per dedicarsi alla celebrazione di ricorrenze religiose e non solo. Fra tradizione e adattamenti alla modernità, regolarmente il periodo delle vacanze di Natale ci accompagna verso la fine di ogni anno solare; perciò diventa un momento particolare che si guadagna uno spazio tutto suo nel ciclico scorrere dei nostri giorni. C’è chi è convinto che, nello spirito della festa, tuttə diventiamo più buonə e chi invece, al contrario, mal sopporta l’atmosfera impregnata di consumismo e canzoncine che pervade ogni strada delle nostre città. Parlando più in generale, però, possiamo dire che festa è una parola che normalmente associamo alla gioia, allo stare insieme con le persone a cui più teniamo e, di per sé, è un concetto che si tende a dare per scontato, come se esistesse, immutabile, da sempre. In realtà, dietro di essa si nascondono molti spunti di riflessione ed è proprio per questo motivo che abbiamo scelto di dedicare il numero del mese a questo tema. Fra cinepanettoni, rivoluzione francese e polemiche (più o meno serie), vi accompagneremo con i nostri articoli fino ai primi fuochi d’artificio del 2022. Così, fra un boccone e l’altro, cercheremo, come sempre, di conquistare la vostra attenzione: buona lettura!

Il villaggio festeggia il giorno della nascita di Yufio

di Francesco Ronzoni

«Nonno, qual è il valore di un regalo?» Come al solito, Yufio lo chiese serio, statuario, fissando silenzioso il capo-villaggio dalla soglia della capanna dove questi si occupava dei suoi doveri. Attendeva in piedi, senza battere un ciglio, scrutandolo negli occhi. Come al solito, si concentrava sul nero di quegli occhi giusti, neri e sicuri come i suoi. Neri e sinceri, come quelli di ogni rappresentante della loro stirpe.

«Il valore di un regalo, eh?» Rispose Arkredio, voltandosi infine ad assecondare quell’ostinato bambino. Altre volte, lo aveva visto sopportare il peso di intere ore di attesa soltanto per ricevere una risposta ai suoi quesiti, in quella stessa posa. Immobile e imperturbabile, determinato, ma rispettoso. «Vieni con me». I due uscirono dalla capanna con passo fermo. «Prendi questi. Hanno valore per te?»

«No».

«Quello che ti chiedo di fare è di regalarli alle persone del villaggio. Devi scegliere tu a chi in particolare». Yufio ancora una volta lo fissò negli occhi. Poi annuì. «Dopo averli regalati, osserva con discrezione le loro reazioni e memorizzale».

«È la tua risposta?».

«Pazienta. Domani all’alba ti aspetto alla mia capanna. Staremo via due giorni». Yufio diede uno sguardo molto preoccupato ad Arkrendio. «Ti capisco, ma non devi aver paura per il villaggio. È una scelta che ho preso in quanto capo, non come nonno. Ora vai, fai come ti ho detto». Senza obiettare oltre, Yufio fece esattamente come gli era stato detto.

Sicché, il giorno dopo si presentò al primo spuntar del sole, preciso e affidabile come suo solito. Arkrendio gli diede il suo sacco con il necessario per quel giorno. Dopodiché, i due rapidamente superarono i confini del villaggio. Senza scambiarsi neanche una parola, Arkredio di fronte, alla guida, e Yufio di seguito, comportandosi in modo da mostrare il minimo possibile la fatica e la stanchezza che a lungo andare aveva iniziato a pervaderlo; continuarono a camminare imperterriti tra foreste e rocce fino al calar del sole, quando infine raggiunsero una grotta. Come Arkrendio si mosse per organizzare un falò, Yufio, nonostante fosse stremato, si alzò per fare altrettanto.

«Yufio, riposati». Dopo un attimo di esitazione, Yufio si sedette. «Piuttosto, ripensa al viaggio di oggi e scegli degli oggetti legati a questo giorno che abbiano un valore per te. Quando torniamo, quello che dovrai fare è regalarli, esattamente come hai fatto ieri con gli oggetti che ti ho dato».

Dopo una notte di riposo, un nuovo giorno di cammino per tornare al villaggio e una seconda notte di riposo, sebbene non avesse ancora recuperato del tutto le forze dai due estenuanti giorni di cammino, Yufio si alzò la mattina presto e fece ancora una volta come Arkrendio gli aveva detto.

«Nonno, qual è la risposta?» chiese Yufio, solido nella sua solita posa sulla soglia della capanna.

«Il valore di un regalo è molto difficile da giudicare. Non è un valore stabile; anzi, è un valore sempre doppio. Da un lato, assume valore secondo le intenzioni di chi lo dona. Dall’altro, assume un secondo valore, anche molto diverso, secondo l’interpretazione di chi lo riceve». Yufio si sedette. «Se hai osservato bene, avrai notato che i primi regali che hai fatto non avevano molto valore per te, eppure, come hanno visto tutti nel villaggio, almeno uno di questi ha acquisito un grande valore agli occhi della persona che l’ha ricevuto. Al contrario, i regali che hai dato in dono oggi avevano grande valore per te, ma non tutti li hanno accettati come regali di importanza per loro». Yufio guardò attentamente negli occhi Arkrendio, in silenzio. «Tre giorni fa, quando sei venuto a farmi la domanda, si festeggiava il giorno della tua nascita. Ora tieni, questo era il mio regalo che tre giorni fa non ti ho più dato. Io gli ho attribuito il valore che corrispondeva alle mie intenzioni. Adesso tocca a te scegliere quanto questo regalo valga per te, sulla base della tua interpretazione del mio gesto».

Yufio prima osservò con cura il taglio che Arkrendio si era fatto in cammino, poi si soffermò sul regalo che gli era stato messo di fronte. Da quanto aveva visto in quei giorni, quel regalo veniva sicuramente dalla grotta. «Ho capito».

«Un giorno sarai tu il capo di questo villaggio, Yufio. Allora, riceverai molti regali. Comprendere il vero valore di ciascuno di quei regali sarà tuo compito e responsabilità. Tienilo bene a mente».

«Lo ricorderò».

A mente fredda

di Francesco Marinoni

Il giornalismo, solitamente, ha lo sguardo rivolto al presente, per analizzare il quotidiano e raccontare in parole il mondo. Che sia un inviato speciale della BBC o un redattore di Altro, il giornalista deve sempre in qualche modo inseguire i fatti, provando a stare al passo con il tempo. In questa operazione delicata succede facilmente di perdersi dei pezzi, e sarebbe irragionevole pensare che il contrario sia possibile: chi scrive non è immune alle debolezze umane, soprattutto quando il tempo per riflettere è poco. Quando poi il momento che si sta attraversando appare subito essere un qualcosa di storico su cui tutti, a modo loro, avrebbero qualcosa da dire, trovare la propria voce diventa estremamente complesso.

Per questo abbiamo scelto, come redazione, di ignorare per molti mesi l’elefante nella stanza che da ormai quasi due anni ci accompagna: la pandemia. Ci siamo detti che, forse, avendo più tempo per ragionarci avremmo potuto produrre qualcosa di più significativo su questo tema, un punto di vista davvero Altro, che è quello che speriamo di portarvi in questo numero di novembre. 

L’obiettivo che ci siamo posti è certamente ambizioso: solo voi che ci leggerete potrete dire se l’abbiamo raggiunto o meno. In questi mesi abbiamo avuto anche modo di conoscervi meglio, tramite il questionario a cui molti di voi hanno partecipato e che ci ha permesso di trovare le parole di cui avevamo bisogno. Speriamo davvero che con i nostri articoli possiamo in qualche modo ricambiare questo dono prezioso che ci avete fatto.

La nuova frontiera dei live: i concerti virtuali

di Andrea Riva

Come ben sappiamo, uno dei settori più colpiti dalla pandemia è stato quello musicale, in particolare per quanto riguarda i concerti dal vivo. Per far fronte a questa emergenza, il mondo dei live ha provato in vari modi ad adattarsi alla nuova ed inaspettata circostanza. Tra tutte le soluzioni, quella che sicuramente ha destato in me più interesse e curiosità è stata quella dei concerti virtuali, organizzati su piattaforme videoludiche.
A dir la verità, questo fenomeno nasce in modo indipendente dalla pandemia. Il primo evento di questo tipo, infatti, risale al 2 febbraio 2019 (anche se, per essere ancora più precisi, si deve considerare anche un’incursione degli U2 e una dei Duran Duran nel gioco Second Life, rispettivamente nel 2009 e nel 2011), quando il dj e producer Marshmello, in collaborazione con la casa di sviluppo americana Epic Battle, si è esibito in una città virtuale (Pleasant Park) del celeberrimo videogioco Fortnite. Un evento che ha riscosso un enorme successo, dato che è stato capace di attirare più di 10 milioni di persone. Anche in questo scenario così nuovo e inusuale però gli organizzatori hanno cercato di mantenere comunque la componente “dal vivo” del concerto, dato che l’artista si è effettivamente esibito in tempo reale e non tramite registrazioni.

É innegabile che la pandemia sia stata un forte incentivo all’organizzazione di questi spettacoli, data l’ovvia impossibilità di partecipare ad eventi reali.  Se già il concerto virtuale di Marshmello era stato un grandissimo successo, sempre su Fortnite lo show Astronomical, con protagonista Travis Scott, uno degli artisti trap più influenti degli ultimi anni, ha riunito nel maggio 2020 più di 12 milioni di utenti. Numeri simili sono stati raggiunti recentemente dalla popstar Ariana Grande con il suo Fortnite Rift Tour. Fortnite non è però l’unico videogioco che ha organizzato questo tipo di eventi: su Roblox, ad esempio, si è esibito il giovane rapper Lil Nas X, mentre la band nu metal Korn ha messo in scena un live su Adventure Quest 3d.

In poche parole, i live virtuali non sono solo un evento sporadico e occasionale, ma qualcosa di stabile che si sta ritagliando sempre più spazio sia nell’industria musicale che in quella videoludica. Difficile valutare se questo fenomeno spopolerà anche quando riprenderanno a pieno regime i concerti “tradizionali”; tuttavia, non credo sia stupido ritenere che i live digitali risentiranno solo parzialmente dell’atteso ritorno alla normalità. I live virtuali, per quanto nominalmente vengano equiparati ai concerti tradizionali, sono qualcosa di completamente diverso. E dicendo ciò non penso solo ad ovvi discorsi del tipo “dal vivo è tutta un’altra cosa”, quanto piuttosto al fatto che gli eventi come quelli di Travis Scott o Ariana Grande sono soprattutto il risultato della rilevanza che le realtà virtuali stanno acquistando nelle nostre vite e di un nuovo modo di concepire l’intrattenimento, un modo che non per forza deve sostituire la fruizione tradizionale di qualsiasi prodotto dell’industria culturale.  In tutto ciò, il ruolo della pandemia in questo ambito probabilmente è stato più che altro quello di accelerare un fenomeno già preesistente, che forse sarà capace di crescere ed evolversi anche quando sarà possibile tornare a cantare ed urlare sotto il palco del nostro artista preferito.

Forse saremo leggenda

di Susanna Finazzi

Quello che ho sempre amato del cinema è che mostra realtà alternative alla nostra, esplorando tutti i possibili “what if…?” sociali, culturali e storici e consolandoci sul fatto che, per fortuna, alcune cose non potranno mai accadere. Il ritorno di Hitler? Una guerra con gli alieni? Roba da film.

In fondo, però, tutti noi abbiamo sognato almeno una volta di vivere in un mondo cinematografico, dove tutti hanno capelli perfetti e sopracciglia depilate anche dopo dieci anni su un’isola deserta. Sapete come si dice, no? Attenti a quel che si desidera. Negli ultimi tre anni ci siamo effettivamente ritrovati in un film, ma uno dell’orrore, uno scenario post-apocalittico in cui più della metà della popolazione è stata colpita da un misterioso virus da cui i sopravvissuti devono difendersi con ogni mezzo. Sembra la trama di Resident Evil e invece è il telegiornale medio in cui si parla di Covid-19. Dall’inizio della pandemia le narrazioni legate al virus si basano sulle inquietanti somiglianze tra la realtà e un film di zombie, cosa che non ha contribuito alla rassicurazione delle masse, ma che anzi ha legittimato il panico generale. L’assalto ai supermercati per aggiudicarsi il lievito lasciava una desolazione da Black Friday e più volte camminando tra gli scaffali vuoti mi sono chiesta se dovessi procurarmi una mazza da baseball avvolta nel filo spinato. La paura del contagio ha raggiunto picchi folli, tanto che molti cambiavano marciapiede se incontravano un’altra anima (viva?) per le strade vuote. Dopo le ordinanze restrittive del Covid l’autostrada deserta di Atlanta è stata paragonata all’immagine promozionale di The Walking Dead scattata nello stesso posto. Times Square deserta e silenziosa faceva l’effetto di un film post-apocalittico, mentre a Guayaquil, in Ecuador, i cadaveri dei morti venivano buttati nei cassonetti o bruciati per strada dopo il collasso del sistema funerario. Con la diffusione globale di queste immagini c’era da aspettarsi che comparisse Will Smith con il cane e il fucile: molte persone, soprattutto negli Stati Uniti, hanno in effetti scelto di seguire il suo esempio. Mentre nel resto del mondo la gente si muniva di mascherine, disinfettanti e tute isolanti in stile Stranger Things, in California e in Colorado la fila fuori dai negozi di armi faceva il giro dell’isolato. Fino a prova contraria, però, il Covid non crea zombie e questo dimostra come l’immaginario collettivo sia talmente impregnato di preconcetti sulle epidemie da perdere di vista la realtà medica per tuffarsi in un gioco di sopravvivenza senza esclusione di colpi. Nel manuale del perfetto survivor una delle cose più importanti da sapere è che uno zombie (ri)muore solo se lo si colpisce alla testa: forse il presidente filippino Duterte pensava a questo quando ha autorizzato la polizia a sparare a chi violava le regole della quarantena?

Per inciso, contro gli zombie è meglio usare armi bianche, perché quelle da fuoco fanno troppo rumore e rischiano di attirare più mostri. Inoltre è meglio tenere i capelli corti, che sono più difficili da afferrare: sia con il Covid che in tempo di apocalisse i parrucchieri sono una rarità e bisogna fare da sé, principio che con il lockdown ha prodotto un sacco di disastrosi tagli fatti in casa. In compenso, però, il livello medio della cucina nazionale si è alzato parecchio, soprattutto in fatto di pane e dolci. L’autoproduzione è solo un’altra delle molte cose in comune tra la vita in tempo di Covid e l’apocalisse zombie: tra queste il sospetto che il virus sia sfuggito da un laboratorio in cui si sperimentano armi biologiche o la necessità di tenersi in forma per correre più veloce degli infetti. Ci sono inoltre i disperati tentativi di mettersi in contatto con altre forme di vita sane tramite le tecnologie e la diffidenza verso gli sconosciuti, che potrebbero essere malati o voler rubare le tue scorte di carta igienica. L’unica speranza di ritrovare la coesione tra gli esseri umani erano i vaccini, che da quando sono stati resi disponibili, però, hanno solo peggiorato le cose. Il dibattito fra vaccinati convinti, vaccinati scettici e no vax è sempre più serrato e mette amici e familiari gli uni contro gli altri. Uno starnuto è l’equivalente di un morso di zombie in bella vista, e non importa se la Stagione delle Influenze ha colpito con l’arrivo del freddo: per gli sventurati senza Green Pass è già troppo tardi.

Il sesso in pandemia

di Rosamarina Maggioni

In questo articolo cercheremo di analizzare le abitudini sessuali della popolazione italiana durante la pandemia, cercando di fare un confronto con quello che ormai viene definito il periodo “pre Covid”.

Durante il lockdown tutti hanno dovuto adattarsi a quella che era diventata la nuova normalità, le cui prerogative erano l’isolamento e il distanziamento sociale. In uno scenario del genere, a venire colpite per prime sono state le abitudini legate alle relazioni e quindi per diretta conseguenza quelle della sfera sessuale. Migliaia di coppie si sono infatti ritrovate da un giorno all’altro rinchiuse in convivenze forzate o a vivere inaspettati momenti di lontananza dal partner. Lo stesso valeva per i single che hanno visto sfumare qualsiasi opportunità di contatto con persone nuove e quindi potenziali partner.

In questo contesto, è stata realizzata una ricerca (fortemente voluta dall’azienda Durex), che ha coinvolto in Italia 500 persone comprese tra i 16 e i 55 anni, con l’obiettivo di misurare il reale impatto che l’esperienza della quarantena forzata e di questo periodo attuale ha determinato sulle abitudini sessuali delle persone, permettendo di fotografare in maniera chiara i cambiamenti che sono avvenuti durante il lockdown. I risultati ci permettono di affermare che gli italiani durante la pandemia hanno fatto meno sesso. Infatti, l’83% degli intervistati ha confessato un generale calo del desiderio e della pratica sessuale durante il periodo di lockdown, con solo il 23% che ha invece sostenuto di aver mantenuto un livello di attività sessuale quasi uguale al periodo pre-quarantena. Tra le principali motivazioni riportate ci sono: ansia, paura del contagio, generale stato di tristezza e/o presenza di situazioni di difficoltà emotive. Altri fattori da tenere in considerazione sono la presenza di bambini in casa (nel caso di coppie consolidate), i divieti di spostamento e l’obbligo di distanziamento sociale (nel caso invece di coppie appena nate, di persone che da poco avevano iniziato a frequentarsi o di single alla ricerca di relazioni).

Tuttavia, nella fase di lockdown si sono mantenute stabili le attività sessuali praticabili in autonomia come la masturbazione (62% prima, 60% durante) e la visione di materiale pornografico (38% prima, 37% durante), mentre sono drasticamente crollate quelle che prevedono il contatto fisico, che invece svettavano nella fase pre-quarantena. Tra queste: i baci (63% prima, 8% durante), il sesso vaginale (59% prima, 8% durante), il sesso orale (48% prima, 4% durante) e il sesso anale (21% prima, 4% durante). Altri due dati molto importanti emersi dalla ricerca sono quelli relativi ai rapporti occasionali, crollati dal 34% al 3%, e all’utilizzo di app di incontri, sceso invece dal 21% pre-lockdown al 6% durante la quarantena, proprio per l’impossibilità di trasformare in incontro reale una conoscenza inizialmente solo virtuale.

Una volta appresi questi dati non si può far altro che chiedersi come si possano affrontare le conseguenze di questo periodo e costruirsi una nuova normalità (anche) sessuale. Purtroppo, come sembra, concetti come il distanziamento sociale ci accompagneranno ancora per un bel po’. Ed è per questo che la soluzione, oltre ad affidarsi a esperti del settore in caso di necessità, sta nel non cercare disperatamente di ricreare le situazioni pre-pandemia, ma di rifondare la propria sfera intima, in presenza o meno di un partner, sull’ “io” del presente, accettando di avere nuove e diverse (oppure no) necessità, abitudini e desideri. La parola d’ordine è ascoltarsi, darsi del tempo e vivere il momento con serenità.

Dati tratti dall’articolo della Dott.ssa Eleonora Stopani (IPSICO).

I vaccini a mRNA

di Francesca Ariano

Durante la pandemia di Covid-19 la ricerca scientifica è riuscita a creare in un anno un vaccino altamente efficace contro il virus, il primo vaccino a RNA messaggero. Ma come funzionano esattamente i vaccini a mRNA e come è stato possibile realizzarli in così poco tempo?

Iniziamo descrivendo in poche parole com’è fatto il Coronavirus. Il Sars-Cov2 ha un genoma a RNA messaggero (le nostre cellule hanno invece un genoma a DNA) ed è avvolto da un capside proteico a livello del quale troviamo le proteine Spike, che conferiscono al Covid il suo aspetto a corona. La proteina Spike interagisce con uno specifico recettore posto sulla membrana delle nostre cellule e rappresenta quindi il punto di entrata del virus. È proprio contro la proteina Spike che sono stati sviluppati i vaccini ora in uso.

In passato i vaccini venivano realizzati inoculando il virus nei pazienti dopo averlo reso meno infettivo con passaggi in laboratorio o dopo averlo inattivato con il calore. Con lo sviluppo della biologia molecolare, si è iniziato a sintetizzare in vitro delle proteine ricombinanti, tipicamente quelle di superficie del virus: si sfrutta un sistema cellulare, cioè un batterio o una cellula eucariotica, per produrre in laboratorio le proteine virali e poi, invece di inoculare il virus in toto, si iniettano tali proteine.

La grande novità del vaccino contro il Covid sta nel fatto che, invece di sintetizzare la proteina Spike in laboratorio e poi inocularla nel paziente, si consegnano alle nostre cellule le istruzioni per produrre esse stesse la Spike. Questa proteina, una volta prodotta dalle cellule, porterà all’attivazione del nostro sistema immunitario. Le istruzioni vengono fornite alle cellule o direttamente tramite l’RNA messaggero o attraverso un vettore virale che contenga nel suo DNA un tratto codificante per la Spike.

Astra Zeneca, Johnson and Johnson, Sputnik sono vaccini che sfruttano vettori virali. Moderna, Pfizer e Bayer, invece, si basano sul veicolare direttamente l’mRNA alle cellule: l’RNA messaggero viene usato per la sintesi della proteina Spike e poi in tempi brevi si degrada. Lo svantaggio di questo approccio è che l’mRNA è altamente instabile, pertanto occorrono temperature molto basse per conservare e trasportare questo tipo di vaccini.

Quello contro il Covid rappresenta il primo vaccino creato usando l’RNA messaggero, tuttavia vale la pena ricordare che questa tecnologia ha alle spalle decenni di ricerca. Infatti i vaccini a mRNA erano già studiati per la lotta contro alcuni tipi di tumore prima dello scoppio della pandemia. Questa loro applicazione fa sperare che vaccini di questo tipo possano essere sfruttati anche per altre malattie infettive.

Il lavoro femminile ai tempi del covid

di Francesco Marinoni

Mi ha sempre dato fastidio la retorica che, di fronte a problemi grandi o situazioni particolarmente complesse, tende ad appiattire, generalizzare e inevitabilmente banalizzare con l’intramontabile detto “siamo tuttə nella stessa barca”. Certo, è innegabile che quando ci siamo trovatə ad affrontare la prima vera pandemia del mondo globalizzato l’idea di sentirsi in qualche modo meno solə, in un certo senso tuttə vittimə, potesse in un certo senso essere consolatrice, ma non interrogarsi sull’effettiva veridicità di questa sensazione porta a trascurare l’evidenza delle disuguaglianze, tutt’altro che assenti.

Uno sguardo rivelatore è in questo senso quello rivolto al mondo del lavoro. Siamo tuttə a conoscenza  dell’impatto devastante che la pandemia ha avuto sull’occupazione, anche e soprattutto in Italia; quello che forse non è stato abbastanza sottolineato è che, anche in un momento così difficile per tante persone, il prezzo più caro l’ha pagato soprattutto una fetta ben precisa della società. Nello specifico mi riferisco a donne, giovani (fra 15 e 24 anni) e stranierə. In questo articolo ci occuperemo approfonditamente delle lavoratrici, vittime anche di problematiche strutturali preesistenti che la pandemia ha certamente contribuito ad amplificare.

Un primo dato utile su cui riflettere è quello che dà il quadro più generale possibile: in Italia, l’occupazione femminile è passata, fra 2019 e 2020, dal 50 al 48.6 %. Forse la differenza percentuale non sembra poi così grande, ma si sta parlando di circa 171mila donne (per confronto, è circa il doppio dei posti di lavoro femminili creati fra 2008 e 2019), un numero spaventoso. È utile osservare che lo stesso dato per gli uomini mostra percentuali decisamente diverse: si passa dal 67.9 al 67.5 %. Si nota subito quindi come già prima della pandemia la differenza di occupazione fra donne e uomini in Italia era molto elevata, soprattutto per il valore estremamente basso della prima (la media UE è del 63 %), e come nel 2020 questo divario si sia ulteriormente allargato. Vale la pena quindi di interrogarsi su quali siano i meccanismi sottostanti a questi dati così poco confortanti.

I problemi legati al mondo del lavoro femminile, in parte, li conosciamo già molto bene. Nel nostro Paese i lavori domestici e di cura della famiglia sono svolti prevalentemente dalle donne e questo non è cambiato anche nel momento in cui quasi tuttə erano costrettə al lavoro da casa: anzi, un’indagine riporta che più di due donne lavoratrici su tre durante il lockdown hanno dedicato più tempo a questi rispetto a quanto facessero prima. Per quanto tutto questo sia ben noto, l’Italia non ha ancora fatto abbastanza per risolvere tale squilibrio. Mancano, oltre naturalmente ad un auspicabile cambio culturale diffuso, misure e strutture essenziali che hanno dimostrato altrove, dove sono state introdotte, la loro efficacia: un vero congedo parentale anche per gli uomini (ad oggi vengono concessi ben DIECI giorni) e l’ampliamento della rete degli asili nido, rendendoli veramente accessibili per tuttə, giusto per fare alcuni esempi.

Ma mettiamo da parte per il momento queste considerazioni che, come detto, si facevano anche prima della pandemia, cercando di analizzare meglio i problemi specifici dell’ultimo anno. Si diceva, all’inizio, che non siamo tuttə nella stessa barca: in questo senso si può osservare che le misure restrittive non hanno colpito allo stesso modo tutti i settori lavorativi. Fra i più penalizzati troviamo per esempio i servizi domestici e il mondo degli alberghi e della ristorazione, che hanno in comune il fatto di occupare una grossa fetta della forza-lavoro femminile. Abbiamo trovato quindi una prima risposta alla nostra domanda: un ruolo importante nello spiegare i numeri visti in precedenza l’ha avuto la diversificazione negli ambiti lavorativi fra uomini e donne.

Se questa prima risposta ci ha disegnato un quadro che vede le donne sostanzialmente “sfortunate” per essersi trovate occupate nei settori più colpiti, andando oltre il disegno che si forma assume tinte ben diverse. Si può quindi riscontare che l’occupazione femminile dipendente è caratterizzata da un maggior ricorso a contratti a termine (16.78 %) rispetto a quella maschile (14.96 %), con la conseguenza che anche l’introduzione del blocco dei licenziamenti nel 2020 non è riuscito ad arginare la scadenza del contratto per tante donne lavoratrici, che si sono trovate di fatto licenziate. Questo dato ha ancora più peso se si considera che la percentuale di queste che è riuscita ad ottenere un nuovo lavoro nel corso dell’anno è solo del 42.6 %, mentre per gli uomini lo stesso dato è al 52.7 %. Risulta chiaro quindi come in Italia il mondo del lavoro dia sostanzialmente meno sicurezze alle donne, che si trovano in posizioni fragili, molto più a rischio in tempi di crisi. Ulteriore conferma di questa minore presenza di tutele è l’accesso alla cassa integrazione, strumento che nello scorso anno è stato largamente utilizzato per arginare l’emorragia nel mondo del lavoro: considerando che le donne con contratti di lavoro dipendente sono il 42.1 % del totale, solo il 27 % ha avuto accesso alle risorse della cassa. Le motivazioni risiedono naturalmente anche nei settori in cui le donne sono maggiormente occupate, aspetto che abbiamo considerato precedentemente, ma non per questo il dato perde di valore: è un ulteriore sintomo che dovrebbe lanciare un segnale di allarme.

Cosa possiamo quindi dire, in conclusione, sul ruolo della pandemia nell’occupazione femminile? Come per tanti altri aspetti, il covid ha in gran parte aggravato, esasperandole, problematiche già presenti nella nostra società, le cui soluzioni al momento sembrano ancora piuttosto lontane. È importante però riconoscere che questi problemi esistono e sono parte di un divario di genere che si manifesta in tantissimi altri ambiti e che, purtroppo, persiste ancora. Conoscere e approfondire le tematiche non risolverà nulla, ma sicuramente è un passo imprescindibile da fare, quanto meno per avviarsi sulla strada giusta. Tradotto: significa, per gli uomini, riconoscere un privilegio strutturale che essi hanno in quanto tali.

A proposito, a marzo 2020 le richieste di aiuto da parte di donne per violenza domestica sono aumentate del 33 %: ecco un altro esempio di come la pandemia abbia peggiorato ciò che già era presente. La violenza domestica esisteva prima ed esiste anche oggi: ad ogni giorno che passa non affrontarla significa più maltrattamenti, più abusi, più femminicidi. Un prezzo che nessunə di noi dovrebbe essere dispostə a pagare.

Qui trovate gli articoli da cui ho tratto i dati citati nell’articolo:

https://www.ingenere.it/articoli/pandemia-ha-colpito-lavoro-donne

Per approfondire potete anche leggere lo studio completo che viene citato nel primo articolo, COVID: la crisi più dura per le donne in un Paese ancora senza parità:

Caro Diario, io sono TTietro314

di Francesco Ronzoni

Caro Diario,

questa è la prima volta che ti scrivo (in realtà non so se è giusto dire che ti scrivo, perché sto digitando queste parole al computer, su Word, però hai capito cosa intendo). Beh, IRL mi chiamo Pietro, ma tu chiamami pure TTietro314, come mi chiamano tutti i miei amici. A proposito, i miei amici li ho conosciuti tutti su internet giocando. Non li ho mai incontrati di persona, ma alcuni li ho visti e poi ci scriviamo spessissimo. Abbiamo un canale su Discord e ci sentiamo sempre quando vogliamo giocare insieme. È lì che li ho visti, perché un giorno abbiamo deciso di accendere la webcam. Volevamo scoprire chi fossero le voci con cui giochiamo e con cui scambiamo meme tutti i giorni e, in effetti, io ero curioso di vedere gli altri ma un po’ mi imbarazzava farmi vedere. Ma non era questo che volevo scriverti. È della scuola che volevo scriverti. Quest’anno ho iniziato il liceo, lo scientifico, perché mi piace tantissimo la matematica (forse l’avevi già capito dal mio nickname. Se non hai capito, si legge Pietro, come il mio nome, perché ho usato la doppia T per scrivere la lettera greca pi, mentre per il numero, visto che TTietro era già preso, ho ovviamente scelto di aggiungere le prime tre cifre del numero pi greco). Anche se è iniziata la scuola non possiamo andarci a scuola, cioè proprio nell’edificio della scuola, perché c’è una pandemia e siamo in lockdown, quindi la stiamo facendo da casa. Io sono abituato a usare il mio computer per chiamare e scrivere ai miei amici quindi non ho problemi, invece molti miei compagni non lo sanno usare molto bene perciò hanno problemi a seguire le lezioni. E i professori sono anche peggio con le tecnologie. Sinceramente non mi piace molto fare scuola così. Con i miei compagni non ci parlo molto, anche se abbiamo un gruppo Whatsapp per condividere le cose importanti per tutta la classe e poi alcuni li seguo su Instagram e TikTok. Non mi piace perché alcune lezioni sono più difficili da seguire con la didattica a distanza. Tipo di latino non sto capendo quasi nulla. E poi invece c’è matematica che a farla da casa diventa quasi noiosa e non ho molta voglia di seguirla. Mi dà stra fastidio perché i miei compagni non capiscono niente e quindi stiamo facendo le stesse cose da un sacco di tempo, in più la professoressa non riesce a scrivere bene al computer perché di solito scriveva alla lavagna e quindi è lentissima e si legge male. Per questo l’altro giorno, ma tu questo non lo devi dire a nessuno, ho iniziato a saltare alcune lezioni. Anche i miei amici la pensano come me quindi al posto di seguire le lezioni ci siamo messi a giocare insieme. È stato molto più divertente. E poi nessuno se n’è accorto. Alcuni professori si arrabbiano se non accendi la webcam, ma ad altri non interessa quindi anche se non segui loro non se ne accorgono mica. In fin dei conti non mi dispiace troppo essere in lockdown. Di solito mia madre mi costringeva ad uscire anche quando non volevo perché volevo giocare con i miei amici, ma adesso non mi può più costringere. Anzi, sembra preoccupata che ad uscire io possa prendere il covid. Non ho neanche ben capito cosa sia questo covid di cui parlano tutti. Ma non lo voglio neanche sapere, mi ha già stancato. Per oggi ho scritto abbastanza. Adesso smetto, ma tu non ti preoccupare, ti scriverò ancora. In questi giorni c’è un sacco di tempo libero e ogni tanto mi annoio, quindi alle volte verrò a scriverti. Ciao!

=)  TTietro314.

Il piombo è la migliore mediCina

di Lorenzo Caldirola

Ammettiamolo, chi non ha almeno una volta inventato qualche scusa per poter uscire di casa durante il lockdown? “Sto andando a fare la spesa, sto facendo attività fisica, devo portare il cane (di peluche/topo travestito al guinzaglio/morto/…) a fare pipì, sto andando al lavoro, eccetera”. Ecco, per dirlo con le parole di un poeta partenopeo SIETE DELLE MERDE!

In Cina queste cose non sarebbero mai potute succedere, in Cina hanno i droni nei cieli e telecamere in tutti gli angoli, in Cina la polizia sa quanti peli hai nel buco del culo. In Cina gente furba come voi è stata giustiziata senza processo per strada dopo tre passi non giustificati fuori dall’uscio, con tanto di conto per i proiettili sparati a carico della famiglia dell’imbecille. È questa l’Italia che vogliamo! L’Italia che resiste, l’Italia che avanza, L’Italia che non guarda in faccia a nessuno, nemmeno ai propri cittadini.

Ma che barbarie direte voi, che atrocità, che totale mancanza di rispetto dei diritti umani più basilari, e blablabla. Smettetela di frignare e ascoltatemi. Per dirla con le parole di un noto intrattenitore ligure quella col COVID È UNA GUERAAAA e come tale va combattuta con ogni mezzo, va combattuta da uomini forti e, soprattutto, richiede dei sacrifici.

Pensi davvero che la tua passeggiatina di venti minuti intorno a casa valesse la seconda e la terza ondata? Eh? Ti dico io una cosa, se per evitare di ripiombare in una situazione di crisi sanitaria ed economica che rischia di mettere a repentaglio milioni di vite c’è da eliminare dall’esistenza te e gli altri sprechi di ossigeno che si credono i più furbi del mondo chiamatemi pure Bava Beccaris.

Eh ma, eh ma, eh ma… Zitto! La Cina ha vinto, l’Italia ha perso troppo tempo e troppe risorse in questa pandemia facendo affidamento sulla figura mitologica del buon senso e sperando che i professoroni coi loro vaccini potessero salvarci. In Cina l’hanno capito fin da subito, che per estirpare un virus la soluzione più sensata è evitare in ogni modo che si possa trasmettere. Punto. Finita. Niente formule magiche. Niente intrugli di Big Pharma. Meno piombo nei vaccini e più piombo nei crani dei furbi. Inchinatevi ai vostri nuovi padroni.

Menzione speciale per il Regno Unito che perlomeno ha avuto il coraggio di dire “se non possiamo batterli uniamoci a loro” e ha affrontato con onore la devastazione della pandemia, sperando forse in una variante inglese con effetti alla Venom invece che alla Grey’s Anatomy.