Siglinde

di Francesca Ariano

In un villaggio ai confini del Bosco Selvaggio viveva un falegname, a cui, dopo la morte della moglie, era rimasta un’unica gioia: la figlioletta Siglinde. Siglinde aveva lunghi capelli neri come la notte e bellissimi occhi verdi. Il padre la amava teneramente e tutti gli abitanti del villaggio la trattavano come una figlia, perché era dolce e pura.

Un brutto giorno, mentre il falegname stava tagliando la legna sul limitare del Bosco, una Vipera Rossa spuntò da un cespuglio e gli morse il piede sinistro. Siglinde, disperata, si rivolse al Vecchio del villaggio, il quale le spiegò che il Bosco era sotto l’incantesimo di una perfida strega. L’unico antidoto per il morso di Vipera Rossa era un unguento che la strega possedeva;  tuttavia, ella lo avrebbe ceduto solo a chi avesse superato una prova assai ardua. A nulla servirono le infinite suppliche del falegname e degli abitanti del villaggio: Siglinde decise di partire quella sera stessa alla ricerca della strega, determinata a salvare l’amatissimo padre.

Istruita dal Vecchio del villaggio, la giovane riuscì ad attraversare il Bosco Selvaggio: uccise vipere e api giganti, tagliò rovi e piante carnivore e giunse così all’antro della strega. A causa dell’oscurità dell’antro, Siglinde riuscì a distinguere solo il profilo del suo corpo deforme, quando con voce tenebrosa quella tuonò: «So chi sei e cosa desideri, ma per ottener ciò che vorrai superar tre prove dovrai: la Palude Fangosa attraversare, le Bocche della Morte superare e il drago dell’Alta Rupe sfidare. Se un dente del drago portarmi saprai, il premio sperato ottener potrai.» Quindi la strega diede a Siglinde tre strumenti per superare le prove: uno zufolo, un pezzo di carne e un’accetta.

La giovane si avventurò verso la Palude, un’immensa distesa di fango che ribolliva incessantemente e inghiottiva chiunque tentasse di guadarla. Siglinde pensò al povero falegname ed ebbe un’idea: tagliò due grossi rami dalle querce che limitavano la Palude, usando l’accetta che la strega le aveva dato, e costruì due alti trampoli. Quindi si caricò in spalla altri rami più corti e si accinse ad attraversare la Palude: fece il passo più lungo che poté con il piede destro e, mentre il trampolo iniziava ad affondare, allungò la gamba sinistra e liberò l’altro piede. E così, saltando di trampolo in trampolo, riuscì a giungere alla fine della Palude e a mettere i piedi a terra nel momento esatto in cui l’ultimo ramo sparì nella melma.

Superata la prima prova, Siglinde s’incamminò verso l’Alta Rupe: una volta il Vecchio del villaggio le aveva raccontato che oltre la Rupe si apriva un altissimo crepaccio, dove era accumulato un vasto tesoro custodito da un drago. Prima di salire sulla Rupe, però, occorreva superare le Bocche della Morte: un orrendo mostro a tre teste, con nove occhi, corpo di cane, zampe di leone, artigli d’aquila e coda di scorpione. Siglinde capì subito di essere vicina al mostro quando le arrivò un tale fetore che quasi svenne. Fattasi coraggio al pensiero dell’unguento che avrebbe salvato il padre, la giovane raggiunse la bestia, prese lo zufolo che la strega le aveva dato e suonò una dolce melodia. Il mostro cadde a terra, addormentato.

Non rimaneva che l’ultima prova da affrontare. Quando Siglinde raggiunse la cima dell’Alta Rupe, quella che si aprì davanti ai suoi occhi fu una vista spaventosa: un enorme drago rosso giaceva per terra, addormentato. Siglinde si ricordò dell’ultimo strumento rimastole, il pezzo di carne, e, usando la lama dell’accetta, lo tagliò nel centro. Poi lo riempì con le pietre più grosse e dure che trovò e, postolo vicino all’immensa bocca del drago, si nascose. L’odore del sangue risvegliò il mostro, che subito addentò il pezzo di carne, ma le pietre della rupe in esso nascoste gli fecero cadere un dente: il drago allora ruggì spaventosamente e s’alzò in volo verso il dirupo, temendo che qualcuno avesse tentato di distrarlo per rubare il tesoro. Siglinde afferrò rapidamente il dente, coperto dalla carne sanguinante del drago, e corse giù dall’Alta Rupe.

Trovò il mostro a tre teste ancora addormentato, attraversò la Palude Fangosa servendosi nuovamente dei trampoli e finalmente giunse all’antro della strega. «Dammi, piccina, il dente del drago», le chiese una voce gentile. Siglinde, con stupore, obbedì: il corpo della strega s’illuminò, tanto che la ragazza fu costretta a chiudere gli occhi, e quando li riaprì trovò davanti a sé una bellissima donna.

«Siglinde, tanto tempo fa fui condannata a vivere in un corpo di strega fino al giorno in cui una persona di grande ingegno fosse riuscita a portarmi un dente del drago dell’Alta Rupe. Ora vai, coraggio, ché il padre tuo, ormai guarito, ti aspetta con ansia al villaggio.»

Tornata al villaggio, Siglinde abbracciò il padre e con lui pianse di gioia, mentre la donna poté tornare alla sua antica dimora.

E vissero tutti felici e contenti.                        

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