Prospettive – Infanzia

Jerry l’orsacchiotto peluche

di Francesco Ronzoni

Il mio umano era un tipo timido, a volte anche un po’ strano. Tutto sommato il suo rapporto con me non è mai stato particolarmente intimo. Se mi teneva a letto, riposto lì accanto a lui o anche abbracciato, era soltanto perché tentava in tutti i modi di essere il bambino che tutti i grandi si aspettavano lui fosse. Massì! Era così. Vedeva sempre suo fratello minore legato al suo peluche di lunga data, persino più lunga della mia, e riconosceva in quel legame infantile ciò che tutti i bambini, per quello che aveva inteso dagli adulti, avrebbero dovuto avere con i propri giocattoli. Chissà dove l’aveva sentito. Chissà, poi, perché ci ha sempre creduto al punto tale da rammaricarsene tanto con sé stesso se effettivamente non andava a quel modo. Semplicemente era un tipo solitario.

Io gli piacevo, è vero; ma significava poco: a lui piacevano tutti i giochi. In realtà era soltanto incredibilmente bravo a farsi piacere tutto. Non avrebbe mai saputo dire di no ad un adulto. A ripensarci adesso potrei scommettere che, mentre lo osservavo con e senza persone attorno, spesso sia addirittura riuscito ad autoconvincersi che ciò che faceva fosse anche ciò che gli piaceva davvero. Invece, vi dirò, non sapeva far altro che quello che i grandi gli dicevano.

Una Barbie frustrata

di Francesca Ariano

La mia proprietaria è davvero insopportabile.

Ogni volta che una sua amica viene a trovarla mi tira fuori dalla scatola in cui, noncurante, mi ha accatastata con gli altri giocattoli. Poi incomincia il suo abituale rito: prende la casa delle barbie, tira fuori il tavolino, le sedie, i cuscini, le posate, i piatti, il letto, la radio, insomma tutto ciò che usano gli umani ma in miniatura, e con zelo si impegna a sistemarli. Quando, dopo ore, lei e la sua amica terminano finalmente la meticolosa operazione, si è ormai fatto tardi e la bimba, soddisfatta, mi getta di nuovo in quel claustrofobico scatolone.

E le torture non finiscono qui. Ieri la bambina ha deciso che i capelli lunghi non le piacciono più, che vuole avere una barbie originale, con i capelli corti. E così mi ha privata dei miei meravigliosi capelli biondi. ZAC! E con una sforbiciata mi ha sottratto un pezzo di me.
Oggi, non contenta, mi ha persino disegnato un tatuaggio sul braccio.

Se la mia vita amorosa finora era stata praticamente inesistente (corre voce che ci sia un tale Ken, mio fidanzato, ma chi l’ha mai visto?!), con questo aspetto orrendo posso considerarmi definitivamente senza speranze.

Perciò, cari genitori, smettete di regalarci alle vostre adorate figliole e liberateci una volta per tutte dalle grinfie di queste sadiche carceriere! Lasciateci piuttosto sugli scaffali dei supermercati, dove almeno tutti possano ammirarci!

Un joystick per amico

di Francesco Marinoni

Si accende lo schermo. Anche oggi. Non che la cosa mi sorprenda, si potrebbe dire che io e la televisione siamo fatti l’uno per l’altra. Devo dire però che prima di essere acquistato non mi aspettavo una vita così frenetica: quasi tutti i giorni passo le ore a farmi schiacciare dalle dita del bambino, cercando di interpretare al meglio i suoi ordini. Spara, abbassati, corri, salta. Può essere molto stressante a volte.

È successo anche di peggio qualche volta, come quando apparentemente non avevo eseguito correttamente la richiesta e, non essendomi spostato a destra in tempo, la missione era fallita. Naturalmente il bambino non aveva schiacciato bene il tasto, ma provate voi a spiegarglielo: mi ha lanciato dall’altra parte della stanza e si può dire che sono ancora funzionante per miracolo.

È incredibile come io, oggetto così semplice e insignificante, possa essere vittima di una tale rabbia. Certo, capisco che con i genitori al lavoro e nessuno con cui parlare per tutto il pomeriggio sia inevitabile scatenarsi giocando ai videogiochi. Sarebbe bello però ogni tanto che qualcuno riconoscesse il mio valore e si rendesse conto della mia importanza. Ma, del resto, chi mai si affezionerà a un joystick?

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