La politica del figlio unico in Cina: storia, controversie ed effetti del più grande esperimento di controllo delle nascite

di Francesco Marinoni

Il mondo odierno presenta numerose questioni e sfide difficili da analizzare e ancor più complicate da risolvere: probabilmente la prima che viene in mente è il cambiamento climatico, con tutte le annesse conseguenze, ma si potrebbe pensare anche all’evoluzione dello scacchiere geopolitico, con i rapporti di forza fra i Paesi che inevitabilmente cambiano nel tempo, rompendo alcuni equilibri e creandone di nuovi, oppure alle tante rivendicazioni per i diritti delle minoranze, che ormai interessano, seppure su piani diversi, tutto il mondo. Un altro esempio particolarmente calzante, e soprattutto sempre più attuale, è quello dell’aumento della popolazione mondiale; se da un lato si tratta di un argomento su cui si dibatte da molto tempo (le teorie di Malthus, uno dei nomi che più facilmente si associa a questo tema, risalgono all’inizio del XIX secolo), non si può certo dire che si siano raggiunte conclusioni incoraggianti su come affrontare i problemi ad esso connessi, fra cui la questione alimentare e l’impatto crescente dell’attività umana sull’ambiente.

A questo proposito però la storia recente ci offre un vero e proprio “caso di studio” da manuale, ovvero la politica del figlio unico, adottata dalla Cina a partire dal 1979 e, si può dire, ad oggi quasi completamente superata (avremo modo di approfondirne l’evoluzione più nel dettaglio in seguito). Si tratta probabilmente del più celebre ed esteso tentativo di controllo delle nascite mai operato da un Paese e ,proprio per questo motivo, studiarne l’implementazione e gli effetti può aiutare a trarre numerose conclusioni economiche, sociali e politiche.

Partiamo cercando di contestualizzare a grandi linee la situazione cinese nel periodo antecedente al 1979. Il Paese si trovava in una complessa fase di evoluzione, decisamente accelerata, da un’economia prevalentemente agricola a un’industrializzazione massiccia e forzata e accompagnata da un enorme aumento della popolazione (dai 542 milioni di abitanti del 1949 ci si avvicinò alla soglia del miliardo alla fine degli anni ’70). Durante questa transizione, data la grande rapidità del fenomeno, lo Stato non era in grado di garantire una vita sostenibile a tutti e il Grande Balzo in avanti (il piano economico messo in atto da Mao dal 1958 al 1961) ebbe come conseguenza emblematica una terribile carestia, che portò alla morte di un numero imprecisato di persone, nell’ordine delle decine di milioni. Il tasso di natalità, che arrivò a superare addirittura i 6 figli per donna nel corso degli anni ’60, seppur assestatosi su un trend discendente, si mantenne a livelli piuttosto elevati anche nel decennio seguente. Il problema dell’esplosione demografica era quindi presente da molto tempo quando, nel 1979, il presidente Deng Xiaoping decise di introdurre una misura drastica, la politica del figlio unico, che nelle previsioni del governo sarebbe servita ad evitare un eccesso di 400 milioni di ulteriori nascite che avrebbero messo a rischio la crescita economica negli anni a seguire. Ma di cosa si tratta esattamente?

Inizialmente presentata come una soluzione temporanea, la politica del figlio unico prevedeva, come suggerisce il nome, che ogni donna potesse generare al massimo un figlio. Erano previste alcune deroghe, modificate poi nel corso degli anni e applicate in modo diverso nelle regioni del Paese. Era concesso per esempio di avere più di un figlio in caso di parto gemellare: non sorprende, a questo proposito, che alcune indagini indichino come molte donne in quegli anni assumessero farmaci per aumentare la fertilità, nella speranza che questo evento si verificasse. Altre eccezioni riguardavano le famiglie rurali la cui prima figlia fosse stata femmina, vista l’importanza in questi contesti di un erede maschio (torneremo su questo punto più avanti), e alcune minoranze etniche.

Al di là dei criteri precisi (che potevano arrivare ad essere talmente intricati che alcune famiglie si trovavano involontariamente a violare le norme), è più interessante analizzare il modo in cui queste politiche sono state portate avanti. Alla base di tutto, oltre a una diffusione massiccia di contraccettivi, è stato posto un sistema di incentivi e disincentivi: alle famiglie “obbedienti” venivano concessi benefici economici e sostegno nella crescita del figlio, mentre quelle “disobbedienti” venivano punite con multe (il che ha permesso ai più ricchi di evadere di fatto la regola). A questo però vanno purtroppo aggiunti altri aspetti, decisamente più disturbanti. Innanzitutto, come prevedibile, molti figli sono nati comunque, nonostante i divieti, e si trovano tuttora a vivere a tutti gli effetti in uno status di clandestinità nel loro stesso Paese: non hanno potuto accedere al sistema educativo e sono sprovvisti di documenti, trovandosi quindi impossibilitati anche a lasciare la Cina per vie legali. Ma le conseguenze più scabrose della politica del figlio unico sono sicuramente i numerosissimi casi, solo in parte denunciati, di sterilizzazioni e aborti forzati, oltre a un numero imprecisato di neonati dati in adozione all’estero senza il consenso dei genitori. Le modalità con cui avvenivano queste adozioni, in particolare, sono state tenute nascoste dal governo per molto tempo, sia ai cinesi sia al resto del mondo (comprese le stesse famiglie adottive): la propaganda statale infatti da un lato promuoveva le nuove politiche di natalità con forza, tanto che molte persone sono cresciute con l’idea che fosse una misura necessaria e ignare dei suoi effetti, mentre dall’altro silenziava chi, per diversi motivi, non voleva adeguarvisi. Il livello di questa operazione di occultamento fu tale che ad oggi non si hanno stime precise sul numero di persone coinvolte in queste procedure.

Naturalmente, in un Paese vasto come la Cina, sarebbe ingenuo pensare che le direttive dello Stato siano state applicate in modo uniforme su tutto il territorio. Al netto delle diverse legislazioni delle regioni (che hanno un certo grado di autonomia decisionale rispetto al governo centrale), la differenza principale che si può osservare è fra le città e le aree rurali. Nei contesti urbani infatti la politica del figlio unico è stata portata avanti con molto più successo, sfruttando anche come leva fondamentale la minaccia di perdere il lavoro: quando infatti non venivano scelte soluzioni più estreme, come quelle illustrate in precedenza, ricatti di questo tipo risultavano particolarmente efficaci. Anche nelle campagne potevano verificarsi episodi di questo tipo, ma data la lontananza dai centri di potere veri e propri il rispetto della legge si basava più che altro sulle autorità, più o meno ufficiali, dei singoli villaggi: sono riportati casi, ad esempio, in cui le famiglie ribelli venivano ricattate con il furto di oggetti di valore o anche solo con l’isolamento all’interno della comunità. Tuttavia si può ragionevolmente pensare che non in tutto il Paese ci fosse questo livello di controllo (che di fatto non era altro che un autocontrollo della popolazione stessa), soprattutto nei contesti più isolati, dove inoltre risultava decisamente più semplice nascondere le gravidanze o i figli stessi con la complicità di amici e parenti.

Essendoci addentrati più nel dettaglio nella politica del figlio unico, è ora tempo di analizzarne le conseguenze, a breve e lungo termine, sull’economia e sulla società cinesi. La prima domanda che sorge spontanea è: questo sforzo, sia in termini di sacrificio per la popolazione sia di risorse investite per l’applicazione della legge, è servito a raggiungere l’obiettivo prefissato, ovvero a garantire la crescita del Paese? Da uno sguardo molto superficiale ai dati macroeconomici si potrebbe dire che l’effetto è stato complessivamente positivo, dato che l’espansione del PIL cinese non si è di fatto mai fermata dagli anni ’80 e viaggia tuttora a ritmi che nel mondo occidentale fanno ormai parte del passato. Tuttavia stabilire una diretta consequenzialità fra il controllo delle nascite e lo sviluppo cinese non tiene conto anche di numerosi altri fattori che hanno contribuito allo stesso effetto, oltre ad essere questo estremamente difficile da stimare a livello quantitativo (secondo uno studio dell’ONU, la favorevole distribuzione di età della popolazione negli ultimi due decenni del secolo scorso ha pesato per circa il 15 % della crescita economica). Sorgono dei dubbi anche sull’efficacia stessa della legge sul figlio unico nel raggiungere il suo scopo immediato, ovvero il controllo delle nascite: come accennato in precedenza infatti il tasso di natalità cinese, seppur ancora molto elevato nel 1979, era già in discesa prima dell’introduzione della norma, secondo un normale andamento tipico dei Paesi in via di sviluppo. Naturalmente è impossibile sapere se questa diminuzione sarebbe stata la stessa in assenza del provvedimento ed è allo stesso modo impensabile che esso non abbia avuto un qualche effetto (seppure, anche in questo caso, difficilmente quantificabile), ma queste considerazioni dimostrano sicuramente come l’utilità della politica del figlio unico sia quanto meno discutibile, anche volendola analizzare da una prospettiva estremamente cinica.

Volgendo lo sguardo alla situazione attuale della Cina, il giudizio sul controllo forzato delle nascite non può che farsi più critico. Due infatti sono le conseguenze più importanti a livello socioeconomico, le quali minacciano il presente e soprattutto il futuro del Paese, entrambe sicuramente riconducibili almeno in parte alla politica del figlio unico: l’enorme disparità di genere e l’invecchiamento squilibrato della popolazione.

Partiamo dalla prima. Attualmente in Cina ci sono circa 30 milioni di uomini in più rispetto alle donne, con previsioni che stimano come questo numero possa crescere fino a 60 milioni in futuro. Come si è arrivati a questo e soprattutto quale è stato il contributo della politica del figlio unico? Il motivo principale è che     molti genitori, obbligati dallo Stato ad avere un solo figlio, hanno preferito che questo fosse maschio: questo perché tradizionalmente le figlie femmine sono quelle che, una volta trovato marito, lasciano la famiglia, mancando quindi di fornire quel supporto che, soprattutto in contesti rurali, era fondamentale per sostenere i genitori nell’invecchiamento. Per questo motivo i casi di abbandono e, una volta che le tecnologie per conoscere il sesso dei nascituri divennero più diffuse, di aborti delle figlie femmine furono diffusissimi, arrivando al punto di generare situazioni paradossali in cui villaggi interi sono popolati solo da uomini. Naturalmente lo squilibrio generato da queste scelte nel corso dei decenni ha portato oggi ad avere un enorme platea di uomini che sono destinati a non sposarsi (in cinese sono identificati dal termine guang guan, traducibile approssimativamente come rami spezzati, in riferimento alle linee genealogiche che si interrompono), il che per una società come quella cinese (come del resto anche nel mondo occidentale, nella tradizione cattolica) significa essere condannati a un’incompiutezza della propria vita, che dovrebbe invece assumere pieno significato solo nel matrimonio. Il problema è estremamente evidente, tanto che l’equivalente cinese del Black Friday (la “festività dello shopping”) corrisponde al “Single’s Day”: giganti del commercio come Alibaba sfruttano questa situazione in cui versano moltissimi abitanti per alimentare le vendite. Un altro effetto visibile della disparità di genere è l’aumento del prezzo delle case nelle grandi città, che stanno diventando sempre di più una sorta di “dote” che la famiglia lascia al proprio figlio maschio nella speranza che lo renda più “appetibile” per essere fra i pochi che si sposeranno.

Purtroppo, la presenza di tanti uomini soli impossibilitati a trovare una compagna sta alimentando anche fenomeni decisamente più inquietanti, come il rapimento e la “compravendita” di donne provenienti dai Paesi confinanti con la Cina, che diventano vittime di questo terribile circolo vizioso diventando loro malgrado mogli. Le statistiche ufficiali non raccontano fino in fondo l’entità di questo traffico, sia per la volontà del governo cinese di occultare il problema (per cui si fanno anzi campagne per promuovere l’immigrazione femminile da Stati confinanti, dipingendola come un’opportunità e nascondendone i rischi) sia per la sudditanza, politica ed economica, degli stessi Paesi di provenienza delle ragazze (principalmente Indonesia, Corea del Nord, Pakistan, Myanmar), che non osano denunciare pubblicamente queste pratiche per paura di ritorsioni. Per i cinesi single che hanno denaro da spendere questa soluzione sta diventando sempre più diffusa e sicuramente si tratta di una delle conseguenze più disturbanti e oscure del marcato divario di genere.

Passiamo ad analizzare la seconda importante conseguenza: ci sono grosse fette di popolazione che stanno progressivamente invecchiando, avendo però un numero di lavoratori che, in proporzione, sta diminuendo drasticamente. Attualmente in Cina ci sono circa 5 adulti lavoratori per ogni pensionato, ma questo numero secondo le stime è destinato a scendere a 1.6 in 20 anni. È un problema molto familiare da una prospettiva italiana (nel nostro Paese questo rapporto vale poco più di 2), ma se nel mondo occidentale l’invecchiamento dei cittadini è noto da anni non sta assolutamente procedendo a ritmi paragonabili a quello cinese: per avere un’idea, si ipotizza che entro il 2050 più di un quarto della popolazione avrà più di 65 anni, il che significa che i pensionati cinesi, se vivessero in una nazione a sé, sarebbero il terzo Paese più popoloso al mondo. Non è un caso che si stia parlando di innalzamento dell’età pensionabile, attualmente a 60 anni per gli uomini e a 55 per le donne, per la prima volta in 40 anni. Questi numeri naturalmente non sono solo un effetto della politica del figlio unico ma piuttosto del miglioramento delle condizioni di salute, con la speranza di vita che è cresciuta notevolmente rispetto al secolo scorso. Il vero problema sta nella mancanza di persone giovani che si prendano cura dei loro genitori e allo stesso tempo possano garantire un numero sufficiente di nuove nascite.

Questo genera inoltre un enorme disagio per le tante famiglie (al 2010 sono circa un milione) che hanno perso il loro unico figlio, il quale, oltre all’evidente legame affettivo, rappresenta una sicurezza fondamentale per i genitori che invecchiano. Questa triste condizione è molto riconosciuta, tanto da essere etichettata da un termine specifico, shidu. Queste persone, oltre a dover affrontare in alcuni contesti uno stigma sociale, hanno difficoltà ad accedere alle residenze per anziani e alle cure, che tradizionalmente sono a carico dei figli e parte del loro dovere nei confronti della famiglia (citato anche nella Costituzione). Addirittura ci sono persone che si sono viste negare la possibilità di garantirsi spazio nei cimiteri, non avendo nessuno a garantire che le spese funerarie verranno pagate. In questo senso, dal 2013 il governo cinese ha avviato programmi per sostenere gli anziani soli e in generale offrire più servizi di accompagnamento della vecchiaia, ma per molti questi sforzi sono ancora insufficienti e non bastano a coprire le spese per le cure e l’assistenza di cui sempre più persone avranno bisogno.

Verrebbe da chiedersi, a questo punto: che politiche sta pensando di intraprendere lo Stato cinese per porre rimedio, almeno in parte, a tutti questi problemi? Ironicamente, la soluzione che sembra essere stata scelta è quella di fare retromarcia: l’obiettivo si è improvvisamente spostato sull’incoraggiare le donne a fare figli. Nella versione ufficiale propagandistica questo non è assolutamente in contraddizione con la politica del figlio unico: si tratta semplicemente di fasi storiche diverse e quindi se in precedenza bisognava limitare le nascite per il bene dello Stato allo stesso modo adesso è necessario incentivarle. Molto rapidamente si è quindi arrivati a una prima abolizione della legge del figlio unico nel 2015 (in cui si è aperta la possibilità di avere un secondo figlio) e alla recentissima apertura anche al terzo, annunciata proprio quest’anno, accompagnate da stimoli e incentivi alla natalità in modo esattamente speculare a quanto visto nei decenni scorsi. Il naturale seguito sarà, molto probabilmente, una rimozione completa delle limitazioni sul numero di figli per coppia, attesa negli anni a venire.

I numeri del resto sono impietosi: il tasso di fertilità si attesta ora all’1.3, molto lontano dalla soglia che garantisce un futuro sostenibile, e si prevede che i nuovi nati saranno sempre meno in Cina ad ogni anno che passa. Sarà possibile invertire questa spirale con politiche analoghe a quelle che l’hanno generata? È ragionevole pensare che, per quanto la propaganda e gli incentivi siano determinanti, non basteranno a mettere una pezza ad un buco che è destinato invece ad allargarsi sempre di più. Moltissime famiglie infatti non sono interessate in alcun modo ad avere altri figli, per diversi motivi. Una prima ragione è che, in un Paese sempre meno povero, fare un figlio sta passando sempre di più dall’essere una risorsa all’essere un costo che molti genitori non possono più permettersi: anche qui è facile riconoscere un problema con cui siamo molto familiari nel mondo occidentale. Dai sondaggi prodotti dallo stesso governo risulta, per esempio, che solo l’11.2 % delle famiglie in contesti rurali sarebbe disposta ad avere un terzo figlio e la percentuale scende al 4.3 % se ci si sposta nelle città. Un secondo importante fattore da tenere in considerazione è di tipo socioculturale: una società che per decenni è stata abituata ad avere un solo figlio si è adattata a questo scenario, il che significa per esempio aver pianificato le risorse economiche in modo da concentrarle per una sola persona. Non è un caso che molti genitori siano letteralmente ossessionati dal crescere figli che eccellano in tutti i campi, dallo studio agli sport, il che ha portato anche all’idea stereotipata che spesso si ha dei “bambini cinesi” in grado di fare qualsiasi cosa, oltre a infanzie spesso rovinate e passate in collegi in cui fin dalla tenera età si è sottoposti alla disciplina più ferrea.

Insomma, si potrebbe dire che la politica del figlio unico cinese ha contribuito in definitiva a modificare radicalmente la società e la cultura di una nazione intera, portando con sé anche una serie di conseguenze orribili. Di fronte alle sfide poste dall’aumento della popolazione a livello globale, essa rappresenta sicuramente un monito sulle conseguenze che certe politiche possono avere a lungo termine  e allontana da soluzioni semplicistiche che, a volte, vengono proposte per risolvere problemi di una complessità enorme.

Per approfondire, allego le fonti utilizzate per la stesura dell’articolo:

https://www.vice.com/it/article/4avpww/cina-adozione-politica-figlio-unico?fbclid=IwAR0OJuXX4zrWHujVF5HTpRRwaIA1jRYNhQ1gMVxXujCRyCrxayo7jA6ic08

https://www.vice.com/en/article/nem7az/chinas-gender-imbalance-is-fueling-a-market-for-kidnapped-indonesian-brides

https://www.hrw.org/news/2019/10/31/chinas-bride-trafficking-problem

https://www.vice.com/en/article/zm7399/china-just-scrapped-its-one-child-policy

https://www.vice.com/en/article/wjwqnb/the-kids-of-chinas-80s-one-child-policy-still-feel-its-pain

https://www.npr.org/2016/02/01/465124337/how-chinas-one-child-policy-led-to-forced-abortions-30-million-bachelors?t=1629280477902

https://www.bbc.com/news/world-asia-china-34667551

http://www.chinadaily.com.cn/china/2007-07/11/content_5432238.htm

https://www.globaltimes.cn/page/202108/1232046.shtml

https://theconversation.com/chinas-one-child-policy-left-at-least-1-million-bereaved-parents-childless-and-alone-in-old-age-with-no-one-to-take-care-of-them-162414

https://www.theguardian.com/world/2019/mar/02/china-population-control-two-child-policy

https://www.npr.org/2021/06/21/1008656293/the-legacy-of-the-lasting-effects-of-chinas-1-child-policy?t=1631533141903

https://www.scmp.com/economy/china-economy/article/3135510/chinas-one-child-policy-what-was-it-and-what-impact-did-it

https://www.investopedia.com/terms/o/one-child-policy.asp

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