Un linguaggio che conoscono in pochi

di Francesco Ronzoni

Il viaggio si prospettava ancora molto lungo e la strada sempre più impervia davanti ai due. Divenuti fortunosi compagni qualche giorno prima, avevano ormai percorso insieme decine e decine di chilometri, senza dirsi molto. Non parlavano granché. In realtà, si capivano poco. Uno era un signore di mezza età, di un fisico piuttosto magro e duro, visibilmente avvezzo a lunghe e pericolose spedizioni nella natura più inaccessibile ed incontaminata; nonostante fosse un forestiero in quei luoghi, mentre procedeva a passo sicuro su per la montagna pareva quasi che fosse consapevole di ogni sentiero che gli si snodava di fronte e di ogni anfratto nelle pareti della roccia che arrampicava. A volte, lo si sentiva borbottare qualcosa sottovoce e si poteva essere certi che la montagna fosse sempre pronta a rispondere ai suoi richiami. L’altro era affascinato da questo signore. Lui era un giovane del posto. Era nato su quelle montagne, ma non era mai riuscito a farci l’abitudine. In effetti, quando qualche giorno prima quell’incredibile signore era passato dal suo villaggio, i saggi anziani avevano proposto proprio lui come accompagnatore e guida; ma non perché potesse davvero essere utile in qualche modo a quel signore, anzi: al contrario, gli anziani avevano visto in quest’incontro un’opportunità per allenare il ragazzo, che era sempre stato così poco pratico della montagna. Non avevano avuto molti dubbi sul fatto che un qualsiasi signore in grado di raggiungere da solo il loro villaggio non avesse bisogno di alcun accompagnatore che gli mostrasse la via. Uno con quella sua cruda e seria espressione sul volto, poi, non lasciava spazio alcuno ad incertezze. Proprio per questo si erano convinti che, forse, a seguire quell’uomo il loro ragazzo avrebbe potuto apprendere meglio la montagna.

In fin dei conti, non serviva a nulla parlare. Un po’ perché il signore sapeva a malapena due frasi della lingua del ragazzo, che ovviamente non sapeva altre lingue, e un po’ perché la vera lingua che il signore parlava, e che il ragazzo ora stava cercando di apprendere con sbalordito interesse, era quella della natura. Sempre velata di una certa dose di mistero, sempre un pelo indecifrabile, nemmeno il signore poteva dire di essere capace di capirla del tutto. Sicuramente, però, la comprendeva a sufficienza per potersi districare in ogni luogo che gli si presentasse davanti senza uscirne troppo trasandato. La sua meta, però, era sconosciuta e il giorno della sua partenza, ormai, si perdeva via nel tempo; ma lui continuava dritto, mentre la natura iniziava a rispondere anche ai suoi richiami più impercettibili.

Nel cammino, ogni tanto si voltava dietro a vedere se il ragazzo ancora lo seguiva. Il ragazzo era sempre lì, e non cedeva di un passo. Il signore allora guardava di nuovo avanti a sé e ricordava. Fin dall’inizio delle sue prime disavventure aveva deciso di viaggiare solo; ma adesso si rendeva conto di quanto fosse apprezzabile la compagnia di quel giovane. Stava imparando in fretta, molto più in fretta di quanto non avesse creduto. Lo ricordava bene, il giorno in cui gli anziani di quel villaggio avevano cercato di costringergli il ragazzo alle spalle. Aveva ceduto solo dopo aver fissato a lungo nei suoi occhi. Non sapeva dire cosa, ma l’aveva visto. Forse, si era trattato di un richiamo della natura a cui lui doveva rispondere. Perciò, era ripartito e si era tirato dietro il ragazzo; e quando dopo una settimana quello gli aveva detto di volerlo seguire nel suo viaggio fino alla sua meta, per quanto lontana potesse ancora essere, lui aveva accettato senza timore. Così, erano tornati indietro al villaggio dove il ragazzo aveva salutato la famiglia e gli anziani e, poi, erano ripartiti: parlando poco, ma comunicando costantemente attraverso quell’arcano linguaggio che pochi oltre a loro ormai conoscono così bene.

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