Quando la poesia incontra il dialetto: Raffaello Baldini

di Andrea Riva

Si compie spesso l’errore di considerare i moltissimi dialetti presenti in Italia come degli idiomi di rango e qualità inferiori rispetto alla lingua italiana, come se tra romano, napoletano, milanese ed italiano ci fosse qualcosa di intrinsecamente differente. In realtà non è così. I dialetti, alla stregua dell’italiano, sono dei mezzi di comunicazione, con i propri suoni, con il proprio lessico, più o meno ricco, e con le proprie forme grammaticali. Di certo i dialetti e la lingua italiana non sono la stessa cosa, altrimenti non li indicheremmo con due termini distinti: la differenza, come abbiamo detto, non sta nella lingua in sé ma nel prestigio socio-politico di cui godono. La Treccani descrive infatti così il dialetto: «Un sistema linguistico di ambito geografico o culturale limitato, che non ha raggiunto o che ha perduto autonomia e prestigio di fronte a un altro sistema divenuto dominante e riconosciuto come ufficiale».

Se dunque a differenziare i dialetti dall’italiano è solo una questione di prestigio, è evidente come anche ai dialetti non sia chiusa la porta ad un loro utilizzo in chiave letteraria. Certo, le opere letterarie in dialetto sono decisamente poco conosciute, sia perché solitamente non incluse nei programmi scolastici sia per ovvi motivi di difficile comprensione. Nonostante ciò, molti sono gli scrittori che hanno legato indissolubilmente la propria produzione letteraria al dialetto; tra i più celebri possiamo annoverare Carlo Porta, Giuseppe Giusti, Cesare Pascarella, Trilussa, Salvatore Di Giacomo e Franco Loi.

Un poeta dialettale che mi ha incuriosito particolarmente durante i miei studi universitari e di cui voglio parlarvi brevemente è Raffaello Baldini. Nato nel 1924 a Santarcangelo di Romagna e laureatosi in filosofia a Bologna, si darà alla poesia solo dal 1976 con la sua prima raccolta E’ solitèri. Fin da questa prima opera sarà il dialetto della sua cittadina, Santarcangelo, il suo mezzo di comunicazione prediletto. Questa scelta deriva dalla volontà di raccontare situazioni e dialoghi quotidiani che cercano di dar voce alla piccola comunità di un paese di provincia. Proprio per questo Baldini rinuncia spesso all’utilizzo di un “io” lirico riconoscibile per dar voce invece a un’infinità di persone che, attraverso i loro pensieri e le loro parole, ci appaiono in tutte le loro idiosincrasie e particolarità. Quello che ne risulta è un quadro di immagini popolari che l’italiano non sarebbe stato capace di trasmettere nella loro pienezza. Baldini descriveva con queste parole la scelta dell’utilizzo del dialetto santarcangiolese: “Dalle mie parti ci sono ancora cose, paesaggi, persone, storie, che succedono in dialetto. Raccontarle in italiano vorrebbe dire tradurle”; e ancora: “l’italiano è sull’attenti e il dialetto nella posizione di riposo, in italiano sei in servizio, in dialetto sei in libera uscita”.

La scelta di una determinata lingua in letteratura è fondamentale: ognuna ha delle caratteristiche che la rendono speciale e che le permettono di descrivere persone, situazioni ed eventi in modo unico.

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