Il ruolo delle lingue nazionali nella caratterizzazione dei regimi autoritari

di Francesco Marinoni

La lingua è uno strumento fondamentale che garantisce la possibilità di comunicare fra le persone che la conoscono: ciò permette per un verso di unire i parlanti dello stesso idioma, ma allo stesso tempo inevitabilmente di escludere chi invece non lo padroneggia. Questo dualismo non va mai dimenticato quando si parla di lingue nazionali, che sono sia un aspetto fondamentale della cultura di un Paese sia un modo per ribadire la propria diversità rispetto agli altri.

Inevitabilmente, quindi, parlare di lingua nazionale non può prescindere da un approccio strettamente politico. Un primo esempio che si può considerare in questo senso è quanto avvenuto nella storia del colonialismo europeo: in tutti i Paesi colonizzati, oltre naturalmente alla dominazione militare, è stata fondamentale l’imposizione ai coloni della lingua parlata dai colonizzatori, in un processo di appropriazione completa e sottomissione della popolazione indigena. Il fatto che ancora oggi in molti Paesi africani si parlino lingue come l’inglese o il francese o che in America latina si parlino spagnolo e portoghese è segno del lungo strascico che l’imposizione linguistica ha lasciato anche a distanza di decenni (o secoli in alcuni casi) dall’indipendenza, senza naturalmente dimenticare che questo è dovuto in gran parte anche alla condizione di sudditanza economica in cui molte ex colonie versano tuttora nei confronti degli ex Paesi colonizzatori. La lingua nazionale è quindi sicuramente un potente strumento di sottomissione culturale e la sua imposizione è un modalità da sempre utilizzata per manifestare la propria superiorità.

È interessante vedere anche come il ruolo della lingua nazionale sia stato centrale in molti Paesi durante alcune parentesi dittatoriali. In questo senso la Spagna è un esempio particolarmente calzante, data la presenza al suo interno di forti minoranze linguistiche, come la lingua catalana e quella basca, simboli ed espressioni di comunità locali che da sempre (e ancora oggi) hanno rivendicato la propria autonomia. Negli anni del regime di Franco venne portato avanti il castigliano come lingua unica, simbolo dell’unità nazionale, imponendone l’insegnamento all’interno delle scuole e l’utilizzo in tutti i contesti pubblici. Lo stesso termine castigliano è indice della forzatura di questo processo: quello che viene normalmente considerato spagnolo è in effetti l’idioma prevalente e originario della regione della Castiglia, che comprende la capitale Madrid. È chiaro quindi che l’imposizione del castigliano in regioni del Paese, in cui vi erano altre lingue prevalenti, e la sua identificazione con lo spagnolo stesso siano stati tentativi del regime di costituire una forte identità nazionale, da contrapporre a tutto ciò che invece provenisse dall’estero. Negli anni del franchismo infatti, a questo processo di soppressione delle minoranze linguistiche si accompagna una marcata xenofobia rispetto alle altre lingue, con la creazione di improbabili traduzioni forzate (che in alcuni casi sopravvivano ancora oggi) per soppiantare i termini stranieri, soprattutto inglesi, che, come in molti altri Paesi, erano già piuttosto diffusi in molti contesti. « Los pueblos más dotados de facilidad para aprender lenguas son el eslavo y el judío; y los menos, el inglés y el español »: così affermava Ramón Carnicer a metà degli anni Sessanta, quando ricopriva l’incarico di segretario della Escuela de Idiomas Modernos dell’Università di Barcellona; l’essere refrattari all’apprendere lingue straniere viene qui presentato come un segno di orgoglio nazionale e superiorità.

Nel passaggio dalla dittatura alla democrazia, uno dei punti chiave della scrittura della Costituzione spagnola del 1978 è quindi inevitabilmente stato la definizione della lingua nazionale. È interessante vedere la formula scelta a questo proposito, nell’articolo 3.1: « El castellano es la lengua española oficial del Estado (…) Las demás lenguas españolas serán también oficiales en las respectivas comunidades autónomas de acuerdo con sus estatutos ». Il messaggio, in questo caso, è sicuramente contorto, ma permette di superare la spinosa questione dell’identificazione univoca dello spagnolo con il castigliano: quest’ultimo è indicato sì come lingua spagnola ufficiale dello Stato, ma allo stesso modo sono definite “lingue spagnole” anche le altre lingue parlate nelle comunità autonome. Naturalmente, come noto, questa apertura non ha significato la risoluzione di molti altri problemi fra le autonomie e lo Stato centrale, ma ha sicuramente segnato un fondamentale elemento di rottura con il periodo di Franco.

A livello strettamente linguistico, l’operazione del regime spagnolo aveva inoltre creato problemi nell’uso di vocaboli castigliani, sostituiti con perifrasi contorte che nascondessero alcuni significati ritenuti pericolosi: questo ha comportato, con la fine della dittatura, la necessità di creare un nuovo “vocabolario politico” per sostituire quello precedente, che permettesse davvero al Paese di voltare pagina. Questa espressione viene utilizzata da Otello Lottini in “Democrazia linguistica e postfranchismo”, lavoro da cui ho tratto anche numerose informazioni per la stesura di questo articolo.

La questione del vocabolario politico si può ritrovare anche in altri contesti, come per esempio quello del regime nazista. Risulta infatti problematico l’utilizzo di alcuni termini in lingua tedesca in Germania in quanto, pur se associabili a significati comuni, richiamano inevitabilmente ben altri concetti legati al passato oscuro del Paese: la parola “Anschluss”, che può per esempio essere utilizzata per indicare l’allacciamento a una rete elettrica o telefonica, non può che rievocare quella che, per tutti, è l’inizio dell’espansione nazista in Europa, con l’annessione dell’Austria. Un tentativo che è stato fatto per porre questi problemi è la stesura di un dizionario per ricordare i significati di queste parole nel passato, con l’obiettivo principale di rendere consapevoli di questi equivoci soprattutto tutti coloro che, per motivi anagrafici, non hanno potuto avere esperienza diretta o indiretta del nazismo. La lingua in questo caso ha assunto connotati talmente legati a ciò che la nazione tedesca ha rappresentato in un determinato periodo storico da rendere alcuni termini problematici da utilizzare in contesti diversi dal riferimento al passato. Naturalmente non è semplice risolvere questi problemi, ma è sicuramente importante rendersene conto per sviluppare un dialogo costruttivo attorno alla questione.

Parlare delle eredità e del ruolo oppressivo che le lingue (fra cui non va dimenticata anche la lingua italiana, per esempio nei processi di italianizzazione forzata di regioni come Istria e Alto Adige) hanno assunto nel tempo non cancellerà mai le peculiarità e la bellezza che racchiude ogni idioma, unico e importante per la cultura del proprio Paese: significa semplicemente rendersi conto della potenza di uno strumento che utilizziamo tutti i giorni, spesso senza pensarci, soprattutto dalla prospettiva privilegiata di chi non ha mai subito questi fenomeni sulla propria pelle.

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