American dream, fra sogno e realtà

di Francesco Marinoni

Tutti i popoli, da sempre, si raccontano delle storie e portano avanti delle narrazioni che contribuiscono a formare ciò che si potrebbe chiamare “carattere nazionale”. Questa retorica, diversa da nazione a nazione è legata spesso ai processi storici e politici di costruzione dei singoli Stati, si accompagna naturalmente alle aspirazioni dei singoli cittadini, che attraverso queste idee crescono con determinate convinzioni che ne influenzano le scelte e gli obiettivi.

Uno degli esempi più intuitivi di questo è il cosiddetto american dream, uno dei tratti distintivi della cultura statunitense che, di riflesso, è stato preso poi spesso come esempio da seguire anche in altri Stati. L’idea fondamentale è che in una nazione come gli Stati Uniti, da sempre autoproclamatasi la terrà della libertà e della democrazia per eccellenza, per qualsiasi cittadino sia possibile, attraverso il duro lavoro e il sacrificio, raggiungere qualsiasi posizione sociale desideri, sia in termini di ricchezza sia in termini di potere. Da questo principio, la celebrazione del self-made hero è la logica conseguenza: l’americano che realizza il proprio sogno facendosi da sé è quanto di più nobile ci possa essere agli occhi dei suoi concittadini, perciò la figura del super ricco imprenditore alla Jeff Bezos che inizia la sua carriera in un ufficio sporco e arriva a possedere un patrimonio che è sostanzialmente impossibile da quantificare non può che essere un esempio che, idealmente, tutti sono spinti a seguire. Questo discorso naturalmente è molto comune e in un certo senso estendibile anche all’intero mondo occidentale, ma è soprattutto negli Stati Uniti dove esso ha messo le radici più profonde.

Verrebbe da pensare, dove sta il problema in tutto questo? Del resto è abbastanza comunemente accettato che per ottenere dei risultati bisogna compiere sacrifici e lavorare, cosa c’è di sbagliato nel proporre figure di successo che ispirino e motivino tutti a dare del proprio meglio?

Quello che spesso si dimentica nella retorica del sogno americano è che se sognare non costa nulla, realizzare i propri sogni ha un costo, non di certo irrilevante, e perciò le condizioni socioeconomiche del sognatore sono in verità il vero discriminante quando si tratta di decidere la sua carriera. Limitare il discorso alla meritocrazia (concetto che usiamo abitualmente in un’accezione positiva ma che, di per sé, è estremamente vago e che presuppone soprattutto che esista un modo efficace per “misurare il merito”) dimentica l’assunto fondamentale che nessuna società è mai riuscita a garantire per tutti un punto di partenza che si possa definire paritario. È molto più probabile che a realizzarsi siano i grandi progetti del celebratissimo Elon Musk (di cui spesso si dimentica di ricordare l’origine dei capitali con cui ha iniziato la sua attività imprenditoriale) piuttosto che del figlio di un dipendente di Wallmart. Questo semplice esempio naturalmente andrebbe ampliato all’infinito considerando tutte le possibili fonti di discriminazione (etnia, genere, orientamento sessuale…), per cui risulta subito evidente come ridurre tutto al merito sia estremamente limitante.

Questi discorsi vengono spesso trascurati, etichettandoli come invidia sociale che chi scrive proverebbe verso chi è riuscito ad avere più successo di lui, perché evidentemente dotato di maggiori capacità e opportunismo. Naturalmente il mio argomento non è che i vari Gates, Musk o Bezos siano semplicemente persone che hanno vinto alla lotteria e non abbiano alcuna capacità, da cui conseguirebbe che le loro fortune derivino esclusivamente dalla “fortuna”, ma piuttosto che la vera questione non sia sempre ricondurre tutto all’abilità personale, staccandola completamente dal contesto. Per ognuno di loro che “ce l’hanno fatta” esistono sicuramente tantissime altre persone ugualmente “meritevoli” (se anche ci fosse un modo per misurarlo davvero, questo merito) che invece non potranno mai aspirare ad arrivare allo stesso livello di ricchezza, potere e influenza sul mondo.

Tutti questi discorsi dell’american dream hanno poi un altro aspetto storico interessante, che si può leggere nella storia di una nazione che, nel corso della sua fondazione, ha avuto a disposizione una quantità di territori e risorse decisamente sproporzionata rispetto alla popolazione: si potrebbe quindi pensare che un tempo forse molte più persone potessero davvero aspirare a migliorare notevolmente la propria posizione sociale, anche solo tramite il possedimento di terreni, per cui poi anche nei secoli a venire l’idea che la ricchezza potesse arrivare a tutti gli uomini di buona volontà è rimasta. Ad oggi, però, di questa possibilità rimane ben poco: la ricchezza maggiore viene spesso passata in buona parte per eredità ed è comunque limitata a un circolo di persone molto ristretto, il famoso 1 % che, però, nel tempo sta diventando sempre più piccolo e sempre più ricco. Non è un caso che all’arricchimento dei più ricchi corrisponda un aumento delle disuguaglianze e un progressivo spostamento verso il basso della “classe media”, come si può osservare direttamente nell’aumento dell’indice di Gini negli Stati Uniti negli ultimi 30 anni[1].

In definitiva quindi, ricollegandosi in qualche modo agli eroi, tema di questo numero di Altro, l’invito è a riflettere maggiormente sulle figure che spesso vengono prese a modello, cercando di andare oltre la celebrazione delle mirabolanti gesta per vedere cosa ci sta dietro, mettendo in discussione anche il concetto, spesso abusato, di meritocrazia. Una società in cui tutti hanno lo sguardo rivolto verso l’alto, verso chi ne ha raggiunto il vertice, spesso si dimentica di vedere le fondamenta su cui poggiano i loro piedi.


[1] Dati World Bank

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