Once upon a time in 2020

La mostra Once upon a time in 2020 di Spucches viene presentata allo Spazio Lambrate – Milano. Questo articolo è tratto dalle didascalie presenti in accompagnamento all’esposizione.

Sappiamo tutti che questo periodo passerà alla storia come uno dei più discussi dell’ultimo secolo: la cronaca è stata praticamente monopolizzata dal covid, ma anche l’arte se n’è occupata cercando di portare questa narrazione in un’ottica metaforica, pragmatica. Once upon a time in 2020 vuole tentare un azzardo e trovare un punto d’incontro tra questi due ambiti: può l’arte essere strumento di rappresentazione della realtà, sottraendo questo primato alla banalità della comunicazione di massa? Per rispondere a questa domanda Fabrizio Spucches affronta il covid offrendo vari punti di vista, nuovi, sorprendenti, sulla condizione umana in questo periodo. Scorci della storia contemporanea sotto gli occhi di tutti, ma che spesso non vogliamo vedere: dagli aspetti più nascosti della classe lavoratrice fino al divario (cresciuto a dismisura) tra ricchi e poveri. È ancora una volta l’economia a governare il modo di vivere e subire questa epoca? Ci sono poi due sezioni iconiche, che strizzano l’occhio alla storia dell’arte: la prima traccia una serie di ritratti surreali, dal sapore rinascimentale, che nei confronti del virus hanno un atteggiamento sacro e profano allo stesso tempo; la seconda invece una sequenza dedicata al nudo, al tabù che resiste nonostante ogni paradigma stia cambiando.

Se la retorica ha portato certa arte alla ricerca dell’eccentrico, ecco che Spucches invece vuole cogliere la brutale normalità, quella della noia e dell’alienazione. Il primo soggetto di questa serie è proprio lui, che costretto in casa durante il primo lockdown si autoritrae, per poi coinvolgere le persone del suo condominio, quelle della sua strada e poi di tutta Milano e oltre. Ecco allora che all’inizio Spucches va in strada e con la sezione Working Class Virus fotografa giovani e anziani, fattorini ed edicolanti, preti e prostitute, operatori della Croce bianca e cadaveri.  C’è un filo rosso che unisce i soggetti, ed è certamente la solitudine, condizione che spinge ogni luogo a farsi eremo. Il virus ha disperso la calca, ha cacciato la folle, costretto ognuno nel proprio nascondiglio, ha agito come un vigile urbano che interrompe la festa sul più bello e ci disarma, ci lascia soli. E si sa che quando si è soli si ha tempo per riflettere e l’isolamento comincia ad avere il sapore dell’abbandono. Dopo questa sezione Spucches si arma di un fondo bianco e gira per Milano cercando non ciò che è cambiato, ma ciò che resta uguale a se stesso: fa incrociare i poli estremi, i ricchi e poveri. Gli unici che con questa pandemia non hanno preso e non hanno guadagnato, perché sappiamo che chi era molto benestante prima è rimasto tale, chi era nullatenente pure. Ed ecco che in questi soggetti si coglie uno sguardo fastidiosamente vispo, che da una parte ti dice “cazzi tuoi se non hai più niente, io stavo bene prima e sto bene adesso” e dall’altra parte “cazzi tuoi se non reggi la situazione, io a differenza tua ci sono abituato a fare una vitaccia”. In queste foto c’è una sottotraccia ironica che si mangia la traccia drammatica. Arriviamo poi ai nudi, una serie più teatrale e intima: l’autore coinvolge un’associazione di naturisti, persone che ovviamente si svestono in funzione dell’altro, che sono nudi solo se qualcuno li vede. Negli occhi di questi soggetti c’è una disperata ricerca di un ritorno al passato, perché ci si può esibire solo se c’è un pubblico e come si può averlo se non si può più uscire? E qui entra in gioco un sottile perverso piacere del fotografo che permette loro di essere nudi, ma non proprio: serve la mascherina. Ecco che arriva subito, in chi vede queste fotografie, una sorta di cortocircuito estetico: cosa colpisce di più? Il fatto che siano gigantografie di nudi o la mascherina, quell’ oggetto che è il segno del tempo che viviamo? La ricerca di Spucches si chiude poi con la serie Once upon a time in 2020, che dà il nome a tutta la mostra: queste fotografie non sono fatte per strada o a soggetti che interpretano semplicemente loro stessi, non sono reportage; o meglio, diventano una sorta di reportage costruito, dove è Spucches a creare una realtà che vive attraverso l’allegoria. Le sue fotografie diventano crude e disturbanti. Mostrano una realtà a prima impressione assurda, di esseri umani che sembrano attori di una grande sceneggiatura senza logica, di una sequenza amara e ironica allo stesso tempo. Sono tutte immerse in un azzurro che è limbo, che è il cielo della scena finale di Miracolo a Milano, quando tutti riescono a liberarsi spiccando il volo. Ed è una libertà traumatica, di individui che in un modo o nell’altro hanno fatto i conti con l’impossibilità di integrarsi nel mondo. Spucches ha una capacità incredibile di stabilire un legame con i suoi soggetti e questo gli consente di poter offrire con le sue fotografie una struttura narrativa alle immagini, che trasporta chiunque la veda in una realtà parallela, sicuramente molto lontana della nostra comfort zone, ma che allo stesso tempo ci assomiglia. Questa mostra, la prima personale di Spucches di una lunga serie, ci costringe in un esercizio che avremmo volentieri evitato. Guardiamo i suoi soggetti, facciamolo da soli in silenzio. Troveremo una somiglianza con uno di loro, quelle donne e quegli uomini, disperati e carichi di costernata angoscia, con il loro disincantato amor proprio e con il sarcasmo cinico di chi non ne può più. Con la paura e la consapevolezza di essere diversi: siamo noi, punto, e non possiamo farci proprio niente.

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