Intervista a Oltre l’Orto

di Rosamarina Maggioni

Oltre l’Orto è un progetto nato a fine 2020 da un gruppo di ragazzi Bergamaschi che hanno deciso di investire parte del proprio tempo nella coltivazione e gestione di un Orto Comunitario a Villa di Serio (BG). Quella degli orti non è certamente una realtà nuova per il territorio bergamasco, ma andiamo a sentire i diretti interessati per cogliere la particolarità di questa iniziativa ancora nascente, che promette di portare molti frutti (e verdure).

Altro: Partiamo dal principio, come è nata l’idea di creare il progetto Oltre l’Orto, e quale significato ha il nome che avete scelto?

Orto: L’idea è nata una sera di fine agosto da due ragazzi del gruppo attuale che si sono chiesti: “Come potremmo fare qualcosa di concreto sul tema ambientale, che si inserisca nelle nostre comunità e ci permetta di fare rete anche con gruppi con esigenze simili a noi?”. Di Ambientalismo se ne parla nei termini più svariati e, anche se riconosciamo di poter essere solo una piccola parte del cambiamento necessario, ci sembrava importante poter fare qualcosa di pratico e incisivo sul nostro territorio, senza la pretesa di “cambiare il mondo chiudendo il rubinetto”, ma gettando un piccolo seme: pensiamo infatti che se vogliamo cambiare qualcosa dobbiamo essere noi i primi fautori di quel cambiamento, esserne i portavoce. Abbiamo pensato, allora, di realizzare un Orto Comunitario, provando a coinvolgere conoscenti, amici e facendo girare la voce. Con tutte queste idee e sogni a novembre dell’anno scorso abbiamo creato un gruppo formato da numerose persone interessate, che man mano si è consolidato fino a stabilizzarsi su 15 ragazzi e ragazze che partecipano assiduamente. Abbiamo scelto di non costituirci come associazione, vista la precocità del gruppo e tutte le difficoltà burocratiche annesse, ma abbiamo comunque deciso di darci un nome, un logo, una mail ufficiale e una pagina Instagram, per presentarci alla comunità come gruppo organico e trasparente. Il nome che abbiamo scelto, dopo numerose discussioni, è stato “Oltre l’Orto”, perché se è vero che il nostro punto di partenza, il nostro nucleo concreto e simbolico è l’orto, come gruppo puntiamo ad utilizzare questo più come un bellissimo mezzo per spingerci “oltre”. Volevamo creare un posto, un luogo, dove si poteva mettere le mani nella terra, tornare a quello che è il contatto primario con la natura per essere in prima persona “sensibilizzati” da essa, un luogo aperto a chiunque e gradevole per tutti, i cui frutti potessero essere raccolti da coloro che sarebbero passati. Un luogo di scambio di idee, opinioni, un luogo dove chi volesse avrebbe potuto conoscere e avere notizie sul riscaldamento climatico, un luogo educativo nel quale la natura diventa maestra. Abbiamo immaginato un posto dove chiunque è il benvenuto, non solo chi la pensa come noi ma soprattutto chi non la pensa come noi, in quanto non c’è nulla di più arricchente di un dialogo formato da voci agli antipodi. Tutti i nostri sforzi sono stati sempre preceduti da  ampie riflessioni, condivisioni di punti di vista ed è tuttora interessante vedere come un approccio molto teorico e alle volte un po’ astratto, se alimentato dalla discussione, pian piano si focalizza in una realtà possibile.

A: Come avete fatto ad ottenere un terreno in utilizzo?

O: Il terreno è stato un grosso scoglio: le nostre esigenze ne richiedevano uno ampio e accessibile, dove accanto all’attività orticola potessero situarsi spazi per l’aggregazione. Insieme a questo partivamo da un fondo cassa nullo: la nostra idea era di recuperare un terreno incolto, sfruttando poi donazioni per portare avanti l’attività. Chiaramente scontrandoci con la realtà siamo dovuti scendere al compromesso: non abbiamo trovato un terreno particolarmente ampio, né particolarmente accessibile, ma allo stesso tempo abbiamo avuto la fortuna di conoscere un proprietario che ci ha ceduto gratuitamente un terrazzamento con una fantastica vista sui colli di Villa di Serio, con un ottimo terreno e anche alberi da frutto selvatici. Questo ci ha portato a rinunciare all’idea di poter organizzare eventi ampi direttamente “nell’orto” (senza escludere, però, iniziative più piccole, per esempio di stampo didattico), ma in questo non vediamo necessariamente un limite, piuttosto una sfida: pur tenendo l’orto come luogo di riferimento, questo ci spinge a metterci in gioco direttamente all’interno della comunità, cercando l’appoggio di altre realtà simili alla nostra, come anche di spazi più ufficiali.

A: Cosa avete già piantato? Quando avete in programma di raccogliere i primi frutti del vostro lavoro e come pensate di gestirli?

O: Il lavoro è partito da febbraio con la lunga preparazione del terreno, che era un prato incolto. A marzo abbiamo potuto piantare i primissimi ortaggi: cipolle (di tre tipi differenti), scalogno, aglio, topinambur e anche rucola e prezzemolo a spaglio. Nel mese di aprile abbiamo proseguito con le piante da foglia: lattughe, coste, erbette e altre insalate. Da questo mese pianteremo gli ortaggi più tipici: pomodori, melanzane, zucchine, zucche, peperoni, fagioli e fagiolini. Il nostro obiettivo è quello di avere la più grande varietà possibile, cercando di recuperare germogli biologici e rispettando le esigenze delle piante e del terreno. Coltivando diversi ortaggi raccoglieremo così tutta l’estate fino all’autunno, in cui vorremmo avviare anche qualche coltura più tipicamente invernale. Sul tema della gestione del raccolto ci stiamo ancora confrontando in modo approfondito: da un lato c’è l’esigenza di restituire a chi ci ha sostenuto e, in modo più ampio, alla comunità in cui siamo inseriti i frutti del nostro lavoro, dall’altro ci scontriamo con la realtà di un terreno piuttosto ristretto, che non ci consente tutta questa libertà. Per ora, il primo anno di raccolto, punteremo ad una parte di autoconsumo e una parte da destinare a coloro che ci hanno sostenuto e che si sono interessati al progetto, con la volontà di sfruttare l’orto soprattutto come luogo di incontro e non di produzione: pensiamo che i veri frutti da restituire alla comunità non siano tanto gli ortaggi, quanto la bellezza del lavoro, della relazione, del rispetto dell’ambiente, del mangiare sano e senza sprechi, dell’incontro tra natura, cibo e cultura.

A: Com’è l’organizzazione interna del vostro gruppo? C’è qualcuno di voi che è competente nel settore agricolo?

O: Nel nostro gruppo dividiamo il lavoro principalmente in due fasi: l’aspetto decisionale e di discussione, che riserviamo a riunioni infrasettimanali, e poi la parte di lavoro “sul campo”, che richiede maggiore tempo e fatica. Il gruppo è sostanzialmente composto da 15 persone che partecipano con maggiore assiduità a tutte le fasi del progetto ma abbiamo numerosi sostenitori, che ci danno spesso aiuto nel lavoro pratico. Nessuno di noi è competente in ambito agricolo e la vera sfida è stata (e continua ad essere) anche questa: un continuo lavoro di autoformazione, ma anche di affidamento a chi da esterno risulta particolarmente esperto. A tutto il lavoro legato all’orto si lega poi il lavoro di relazioni con il “mondo esterno”, cioè con la comunità e con altri gruppi simili al nostro. Questo per noi è essenziale: farci conoscere e conoscere a nostra volta significa fare rete, cioè essere più incisivi nel messaggio che vogliamo trasmettere e soprattutto creare relazioni, che sono ciò che permettono a progetti di questo tipo di realizzarsi fino in fondo.

A: Come mai vi siete definiti un Orto comunitario? Che idea c’è dietro questa definizione?

O: Le realtà orticole sono molte presenti sul territorio di Bergamo: c’è chi ha un orto proprio, chi ne gestisce uno con gruppi di famiglie, ci sono realtà di orti sociali, che lavorano con la dimensione della fragilità e della marginalità, e aziende agricole che puntano sull’orticoltura biologica e sostenibile. Noi volevamo puntare a realizzare un orto comunitario, cioè un orto che divenisse luogo di incontro e scambio, dove la comunità in cui viviamo potesse incontrare la terra, potesse partecipare attivamente al lavoro e coglierne i frutti. La parola comunità deriva dal latino communitas, ovvero partecipazione nel senso di un munus,  un obbligo, ma anche un dono, che sia communis, appunto comune. L’orto è sicuramente un munus che richiede sforzo, ma che regala poi i suoi frutti. Metaforicamente, ma non troppo, ci sembrava significativo ripartire la fatica e moltiplicare i beneficiari della raccolta. Siamo ragazzi di vent’anni e per noi l’orto è prima di tutto un luogo di relazioni e amicizie.

A: Avete anche uno spazio sui social per condividere i vostri progressi?

O: Abbiamo una pagina Instagram chiamata oltrelorto dove postiamo settimanalmente news e aggiornamenti, una mail (oltrelorto.bg@gmail.com) dove chiunque può scriverci per ulteriori informazioni, e anche un  gruppo Whatsapp (raggiungibile dal link in bio sulla pagina Instagram), dove possono inserirsi coloro che sono maggiormente interessati, in cui cerchiamo di tenere aggiornati sui progressi dell’attività e diamo informazioni su iniziative e progetti inerenti all’orto.

A: Che programmi avete nel prossimo futuro?

O: Attualmente stiamo portando avanti con grande impegno il lavoro all’orto, che richiede molto tempo e una continua opera di documentazione. Nonostante questo, vogliamo già iniziare a lavorare sulla parte sociale e di rete con altre associazioni. In questo senso parteciperemo ad un Bando indetto dalla Rete giovani Val Seriana insieme ad un altro gruppo giovanile già presente da tempo sul nostro territorio, Coltivare comunità, i quali hanno in gestione il Non solo del mercato agricolo di Alzano Lombardo. Con il sostegno reciproco vorremmo sviluppare un progetto di formazione per i nostri due gruppi e di successiva restituzione al territorio tramite attività didattiche, incontri e iniziative simili. La volontà è di lavorare sulla relazione con il territorio e di proporre delle attività inclusive e stimolanti, gettando magari le basi per progetti futuri: un orto è un luogo, uno spazio di aggregazione e ci piacerebbe fosse un centro propulsore e una fucina di molto altro, di oltre!

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