L’Italia del futuro

di Francesco Marinoni

Il Piano Nazionale di Ripresa e Resilienza, che contiene le proposte del governo italiano per accedere ai fondi europei pianificati in seguito alla pandemia, è entrato prepotentemente nel dibattito pubblico. Seppur finora la maggior parte delle riforme e degli investimenti siano stati presentati in modo molto poco dettagliato, limitandosi a linee guida generali che indicano le direzioni che si vorranno intraprendere da qua ai prossimi anni, sono chiare quanto meno le macroaree su cui il Governo è intenzionato a intervenire. Il piano è diviso in sei obiettivi principali, a cui sono state assegnate diverse fette dell’ammontare totale dei fondi: la parte più significativa è prevista per la transizione ecologica (per cui si prevedono circa 70 mld in totale), mentre al secondo blocco, destinato alla digitalizzazione, alla cultura e al turismo, andranno all’incirca 50 mld, ovvero approssimativamente 1/5 del totale.

Nelle intenzioni, tramite investimenti e riforme, si vorrebbe andare a colmare un gap evidente che l’Italia ha rispetto a molti Paesi del mondo occidentale per quanto riguarda l’utilizzo dei sistemi informatici e di internet, in particolare nella Pubblica Amministrazione, cui infatti saranno dedicati ben 11.15 mld. Il problema è in effetti piuttosto evidente e uno sguardo ad alcuni dati aiuta a farsi un’idea più dettagliata della situazione: al 2020 l’87.8 % delle PA locali utilizza ancora strumenti analogici e fra queste circa il 45 % ha protocollato in questo modo oltre la metà della propria documentazione; solo il 28.7 % utilizza una connessione tramite fibra ottica, con velocità oltre i 100 Mbps nel 17.4 % dei casi. Estremamente preoccupante è poi il dato sul numero di dipendenti che hanno seguito corsi di formazione su materie informatiche, che si attesta al 9.5 %. Questo ha un’incidenza evidente anche sulla qualità dei servizi offerti, per cui l’Italia è fra i Paesi europei che registrano la peggiore soddisfazione per l’operato della PA, fra lentezza, scomodità e complicazioni delle procedure.

Insomma, appare evidente che in questo senso degli interventi siano sicuramente necessari e urgenti. Il ministro che avrà un ruolo centrale è Vittorio Colao, il cui dicastero è espressamente dedicato all’innovazione tecnologica e alla transizione digitale. Stando alle sue dichiarazioni, l’obiettivo che si spera di raggiungere è innanzitutto migliorare la possibilità di accesso a internet dei cittadini, sia in termine di velocità di connessione sia di copertura, oltre a un progressivo impiego delle identità digitali (che già ad oggi esistono) per l’accesso ai servizi pubblici. Questo stesso discorso, nelle intenzioni del ministro, si estende anche alla PA, con una maggiore diffusione e condivisione capillare dei dati, aumento della fornitura di servizi in forma digitale e formazione del personale.

A questo punto viene da chiedersi, dato che sostanzialmente chiunque sarebbe d’accordo nell’avere uno Stato che funzioni meglio e fornisca maggiori opportunità di operare all’interno del mondo digitale per tutti, se gli obiettivi che il governo si pone e soprattutto gli strumenti con cui intende perseguirli siano realistici ed effettivamente realizzabili.

Per farlo, torniamo a dare uno sguardo alla situazione del nostro Paese: al 2019 la percentuale di famiglie italiane che hanno almeno un accesso a internet sono il 76.1 % del totale; un dato che, se confrontato con il 2009 (47.3 %), mostra un notevole incremento, a riprova che in un mondo sempre più digitale inevitabilmente cresce il numero di persone che, volenti o meno, utilizzano questi strumenti. Il dato naturalmente è nazionale e riflette solo in parte la situazione locale, che nel nostro Paese, dove il divario fra regioni è un fattore determinante, significa avere una visione solo parziale del problema. A questo andrebbe aggiunta anche un’analisi più dettagliata sul tipo di connessioni utilizzate, ma per non complicare ulteriormente la questione mettiamo da parte queste problematiche, anche perché in questo senso le intenzioni del Governo appaiono piuttosto chiare e vanno appunto nella direzione di ridurre queste disuguaglianze.

Scendiamo invece più nel dettaglio per quanto riguarda le famiglie con accesso a internet: sempre al 2019, appare evidente come siano le nuove generazioni ad avere un forte peso in questa statistica (tra le famiglie con almeno un minorenne è presente una connessione nel 96.3 % dei casi), mentre per le fasce di età più anziane vale il discorso opposto (solo il 35.3 % delle famiglie di soli anziani con più di 65 anni utilizza internet). Chiaramente il dato non sorprende in sé, anche perché è soprattutto la vita dei più giovani ad essere sempre più legata alle nuove tecnologie, sia in termini di lavoro sia per quanto riguarda relazioni sociali e svago. Fa tuttavia riflettere il fatto che, in un Paese che sta inevitabilmente andando verso un rapido invecchiamento della propria popolazione, si possa pensare, nell’arco dei 5 anni in cui i fondi verranno implementati, di operare una digitalizzazione massiccia così velocemente. Questo significherà, come già in regioni come la Lombardia avviene in parte, che per accedere ai servizi sanitari bisognerà utilizzare strumenti digitali, quali app e portali online, che presuppongono, oltre alla possibilità di avere una connessione, un minimo di capacità di utilizzo di questi strumenti, e ad avere in difficoltà in questo senso sono proprio le persone che statisticamente avranno più necessità di ricevere assistenza sanitaria, anche in un’ottica di maggiore utilizzo degli strumenti della telemedicina. Quello su cui si vuole riflettere non è tanto la necessità o l’utilità di accelerare sulla digitalizzazione, ma i necessari step complementari che occorrerà compiere per far sì di non lasciare indietro una grossa fetta della popolazione (ad oggi, quasi 1/4 degli italiani ha più di 65 anni). Pensare di fare tutto questo senza una campagna ben strutturata di accompagnamento e istruzione all’utilizzo delle nuove tecnologie significa lasciare molte di queste persone nel migliore dei casi ad affidarsi ai propri figli e nipoti, quando ci sono, nel peggiore a loro stesse.

Se il problema delle competenze digitali nelle persone più anziane è evidente, anche fra gli adulti in realtà la situazione non è molto migliore. Tornando al dato precedente sull’accesso a internet delle famiglie risulta che nel 56.4 % di quelle che non hanno una connessione il motivo è che nessuno dei componenti sa usare internet. Il dato non si discosta molto da quanto si osserva nelle famiglie di persone sopra i 65 anni (dove si attesta al 68.4 %), mentre è nettamente minore in presenza di minorenni (14.6 %). Per dare un’idea, la mancanza di capacità di utilizzo dello strumento incide nettamente di più rispetto ai costi della connessione stessa e delle apparecchiature necessarie (che spiega il 16.5 % delle famiglie non connesse). Il problema appare quindi evidente e riguarda sostanzialmente tutta la popolazione adulta, non solo in termini di offerta dei servizi pubblici ma anche per i suoi riflessi nel mondo del lavoro: secondo la Corte dei Conti UE più del 50 % della popolazione italiana è priva di competenze digitali e i dati sopra elencati si accompagnano perfettamente con questo scenario.

La domanda che viene da porsi è se, nelle intenzioni di chi darà forma all’Italia per il futuro, ci sia anche quella di avere uno sguardo che voglia essere il più inclusivo possibile verso una realtà del Paese chiarissima e problematica. L’esperienza della DAD, che ha riguardato un altro servizio essenziale come l’istruzione, ha contribuito a mostrare concretamente molte di queste difficoltà, con una crescita delle disuguaglianze (sia di reddito, sia territoriali) che non può e non deve essere ignorata. Per un’Italia che vuole viaggiare veloce non si può prescindere da una pianificazione dettagliata e massiccia dell’educazione digitale, che significa acquisizione delle competenze per la maggior parte della popolazione ma anche consapevolezza su come muoversi in sicurezza su internet, che espone naturalmente a molti rischi un utente poco informato o inesperto. Il punto di partenza non può che essere la scuola pubblica, dove il ruolo dell’informatica è ancora insufficiente, considerando la vitale importanza per la formazione delle nuove generazioni di questo ambito, ma è auspicabile che si estenda anche al di fuori di essa, per coinvolgere il più possibile i cittadini in una transizione che, se affrontata con poco criterio, rischia di generare molti più problemi di quelli che si propone di risolvere.

Dove non altrimenti indicato, i dati presentati sono tutti ISTAT.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...