Tangentopoli: la fine di un’era?

di Francesco Marinoni

Il 1992 è stato sicuramente un anno cruciale nella storia recente del nostro Paese e ha rappresentato, per alcuni aspetti, un forte elemento di rottura rispetto alla stagione precedente, in particolar modo a livello politico. È l’anno dei grandi attentati di mafia: il 23 maggio il giudice Giovanni Falcone, la moglie Francesca Morvillo e tre agenti della scorta vennero uccisi da una bomba nella strage di Capaci e poco dopo, il 19 luglio, trovarono la morte anche il collega Paolo Borsellino e cinque agenti della sua scorta nella strage di Via d’Amelio. Due eventi che sconvolsero l’intero Paese, dando l’immagine di uno Stato non in grado di proteggere i suoi rappresentanti contro un’organizzazione criminale che non si poneva alcuno scrupolo nel combatterlo.

Tuttavia, il 1992 verrà ricordato anche per un altro motivo: una serie di indagini inizia a far luce sul più grande scandalo di corruzione italiano, che prenderà il nome di Tangentopoli. Il 17 febbraio Mario Chiesa, esponente di spicco del PSI milanese, viene arrestato nell’atto di incassare una tangente di 7 miliardi di lire da un imprenditore brianzolo. Data la sua posizione all’interno del partito, Chiesa viene immediatamente dipinto come un caso isolato, in primo luogo dal leader Craxi, per cercare di salvare l’immagine e contenere il caso, che fin da subito però appare impossibile da nascondere. Già nelle elezioni politiche dello stesso anno si registra un calo di consensi considerevole per i grandi partiti, con la crescita di forze emergenti (fra cui una certa Lega Nord, che tutti conosciamo bene) che cavalcano questa onda di indignazione nei confronti di ciò che le indagini stanno iniziando a rivelare.

Il terremoto non si ferma: il 12 settembre dello stesso anno Sergio Moroni, esponente del PSI, si toglie la vita in seguito al coinvolgimento nelle indagini e nell’anno successivo una pioggia di avvisi di garanzia colpisce tutti i principali partiti tradizionali. La bufera imperversa e il 20 aprile 1993, in seguito a una grande manifestazione di protesta a Roma, si assiste allo storico evento del lancio delle monetine contro Craxi, che diverrà poi un simbolo ricordato a lungo negli anni successivi: in seguito a questo episodio, lo stesso leader del PSI ammette per la prima volta l’esistenza dei “finanziamenti” diretti verso il suo partito. Nelle indagini in corso si distingue inoltre in particolare un magistrato, Antonio Di Pietro, che diventa il simbolo di questa battaglia condotta per scoperchiare il più grande vaso di Pandora della politica italiana: un nome che sicuramente molti di noi ricorderanno per le sue alterne fortune politiche in anni più recenti, ma che in quel momento diventa una figura di riferimento cruciale agli occhi dell’opinione pubblica.

Qualcosa a un certo punto però sembra rompersi: nel 1994 il Paese torna al voto e un certo Silvio Berlusconi è il vincitore delle elezioni, sceso in campo pochi mesi prima, dando inizio di fatto a una nuova stagione della politica italiana. Nello stesso anno avviene anche la fuga di Craxi in Tunisia e viene approvato dal parlamento il controverso decreto Biondi (13 luglio), che ammorbidisce il trattamento per le persone coinvolte in indagini per reati di corruzione: sono i primi segnali che l’opera di “liberazione” della classe politica sta prendendo una piega poco incoraggiante. In seguito a questi eventi lo stesso Di Pietro, insieme al pool di magistrati che si sta occupando dell’indagine (che verrà ricordata con il nome Mani Pulite), chiede di essere assegnato ad altri incarichi, in segno di protesta.

Il primo governo Berlusconi ha vita breve e già il 19 dicembre 1994 perde la fiducia del parlamento: viene sostituito da un governo tecnico guidato da Dini. Si chiude così la cosiddetta Prima Repubblica, aprendo una nuova stagione della politica italiana, che fin da subito però, per quanto sulla carta sia popolata da molti esponenti nuovi, sembra avere molta affinità con i meccanismi e le modalità di chi li ha preceduti. L’interesse per le indagini viene progressivamente distolto, in primis dallo stesso Berlusconi, ma con un accordo trasversale più o meno da tutte le forze politiche. L’eredità di tutto questo si trascina poi fino ad oggi, dove assistiamo a un panorama politico in cui gli scandali di corruzione, sebbene mai abbiano raggiunto la portata di Tangentopoli, non sono certo episodi sporadici che facciano pensare che quanto avvenuto nel 1992 sia bastato a cambiare radicalmente il sistema. La corruzione era e resta uno dei problemi endemici dello Stato italiano, i cui effetti pesano fortemente sul funzionamento degli apparati statali e quindi, di conseguenza, su tutti noi cittadini.

Se c’è una cosa che Mani Pulite ci ha sicuramente lasciato in eredità è un sentimento di sfiducia e diffidenza profonda verso chi ci governa, che si è declinato in movimenti che, con maggiore o minore successo, hanno provato a portare avanti ideali di cambiamento radicale e rovesciamento dello status quo nello scenario attuale che molti definiscono come la “stagione dei populismi”: quel che è certo è che, fino a oggi, nessuno si è tuttavia dimostrato in grado di dare davvero un cambio di registro tale da poter affermare che il problema della corruzione appartenga solo al passato. 

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