Quando le scale smetteranno di menarci

di Francesco Marinoni

Il 22 ottobre 2009 Stefano Cucchi moriva a Roma, mentre era sottoposto a custodia cautelare nel carcere di Regina Coeli. Si tratta sicuramente di uno dei casi più eclatanti riguardanti la giustizia italiana degli ultimi anni; anche, e soprattutto, grazie alla costante battaglia dei familiari di Stefano, in particolare della sorella Ilaria, per cercare di fare luce su ciò che lo ha portato a perdere la vita.

L’elevata risonanza mediatica del caso ha stimolato, negli anni, anche la produzione di contenuti di vario genere ad esso ispirati, come canzoni, documentari e lungometraggi. Di questi il film Sulla mia pelle (2018), diretto da Alessio Cremonini e con Alessandro Borghi nel ruolo di Stefano, è sicuramente uno dei meglio riusciti e di maggior impatto, sia dal punto di vista puramente cinematografico sia per le modalità con cui è stato scelto di trattare un argomento così delicato.

Sulla mia pelle, prima di essere un docufilm che racconta l’ultima settimana di vita di Cucchi, è innanzitutto un dramma di un’intensità travolgente per lo spettatore che si pone di fronte allo schermo. Il protagonista, magistralmente interpretato da Borghi, è naturalmente la figura centrale attorno a cui si sviluppano tutte le vicende: lo seguiamo, giorno per giorno, nella lunga e dolorosa agonia che lo spegne a poco a poco davanti ai nostri occhi. La sofferenza di Stefano passa come un coltello freddo e tagliente attraverso l’atmosfera cupa della cella, circondata dall’indifferenza di chi lo ha osservato andarsene senza fare nulla e dallo sconcerto di chi, fino all’ultimo, si è scontrato contro tutti per provare a salvarlo. Tutto questo si amplifica nella scena in cui viene comunicata alla famiglia Cucchi la morte di Stefano, in cui è davvero difficile trattenere le lacrime, siano esse di rabbia o di disperazione.

Ma, come detto, Sulla mia pelle non è solo una pellicola ben riuscita; è infatti interamente basata sugli atti dei numerosi processi che, in seguito alla morte di Stefano, sono stati istruiti per chiarirne le circostanze e che hanno portato alla condanna a 12 anni per due carabinieri accusati del pestaggio che lo ha ridotto in fin di vita. Nel film (che è uscito prima della sentenza sopracitata) la scena del pestaggio è però stata tagliata, una scelta che rende il messaggio di denuncia che il regista ha voluto veicolare ancora più sottile e mirato. Ci viene semplicemente mostrato il protagonista prima e dopo, lasciando allo spettatore il (facile) compito di mettere insieme i pezzi e, in prima persona, prendere posizione.

Il caso Cucchi può e deve far riflettere, perché uno Stato che uccide indossando la divisa di chi dovrebbe proteggere i propri cittadini non può lasciare indifferenti. Purtroppo, nel dibattito pubblico troppo spesso si sono sentite a questo proposito frasi come “in fin dei conti se l’è cercata”, “quando spacci droga devi pensare alle conseguenze” o “un criminale in meno”. Ma da quando la pena di morte è diventata accettabile in un Paese in cui è stata abolita? Davvero si può ritenere giusto che una persona, colpevole o innocente che sia, possa meritare una sorte simile?

Fino a prova contraria, Stefano Cucchi è e rimane una vittima di violenza di Stato. Punto. Niente può giustificare quanto accaduto in quella caserma e il fatto che qualcuno possa anche solo pensarlo è un segno che dovrebbe preoccupare. Anche perché non si tratta dell’unico caso. I nomi di Federico Aldrovandi e Giuseppe Uva, per citarne alcuni, ci ricordano che Stefano non è stato il primo. Da cittadini che credono nella Giustizia e nella Legalità non possiamo permettere che chi dovrebbe garantirla abusi del proprio potere. Tutti sappiamo chi è Stato; sulla pelle di Stefano e di tutti gli altri.

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