Prospettive – Criminalità

Leonarda Cianciulli

di Susanna Finazzi

Se c’è una cosa che ho imparato in tribunale è che la verità non importa poi così tanto. Ho ucciso tre donne per derubarle, ma il pubblico – come lo chiamano i giornalisti – non vuole sentir parlare di rapine. Loro vogliono un altro tipo di storia, cruenta e triste, così ne ho inventata una. Ho riempito parecchi quaderni con i dettagli di come ho attirato tre donne sole e ricche a casa mia, di come le ho drogate e ammazzate a colpi d’ascia. Di come ho bollito ogni cadavere con la soda caustica, per farne saponette da regalare ai vicini. Nessuno ha mai messo in dubbio questa versione della storia e ora mi chiamano la Saponificatrice.

La parte migliore, però, è quella dei dolci. D’accordo, sono forte abbastanza da sciogliere cinquanta chili di carne e ossa in una pentola, ma mi serviva qualche dettaglio più macabro: i biscotti fatti con farina, zucchero e sangue umano sono stati un’ottima idea. Ho raccontato che li davo da mangiare ai miei figli per rompere una maledizione: sarebbero morti tutti se non avessi sacrificato qualcun altro al loro posto. L’amore di una madre fa sempre molto effetto: ho scoperto che se uccidi per il bene degli altri la gente perdona più facilmente.

Il verdetto finale è stato “vizio parziale di mente”. Pazza ma non troppo, quel tanto che basta a rendere verosimile la leggenda della Saponificatrice.

In fondo sapevo già come sarebbe andata a finire. Me l’aveva predetto una zingara leggendomi la mano: palmo destro carcere, palmo sinistro manicomio criminale.

Zodiac

di Lorenzo Caldirola

Innanzitutto complimenti se sei riuscito a tradurre questa mia lettera, meriti di sapere che fine ho fatto e quali sono le mie ultime parole. Ebbene sì, dopo una vita passata a soggiogare individui deboli e inetti al mio potere superiore è tempo per me di trascendere per godermi i frutti eterni di quanto ho seminato in tutti questi anni.

L’unica cosa di cui mi pento almeno in minima parte è non aver investito più energie affinché si creasse un culto della mia persona, come avrei sicuramente meritato. Ma sai, anche se mi sarebbe piaciuto così tanto avere un manipolo di illuminati che pur non conoscendomi di persona avrebbero emulato le mie gesta raccogliere consensi non è roba per me. Non sono mai stato un tipo granché socievole e con i miei omicidi non ho mai cercato di dare un segnale o di combattere alcuna battaglia che non fosse quella egoistica per la mia beatitudine eterna in Paradiso. E devo dire che ne è valsa assolutamente la pena, non c’è niente che faccia godere di più che tenere la vita di una persona tra le proprie mani e sgretolarla senza pietà e non c’è ricompensa più grande per questo sublime atto che la consapevolezza che tutte quelle persone delle cui vite ho disposto con feroce arbitrio in questo mondo rimarranno miei schiavi anche in Paradiso.

Ho goduto più che ho potuto in vita e mi sono assicurato di poter continuare a farlo dopo la morte, ho preso in giro poliziotti ed espertoni per anni e anni e adesso che la mia ora è quasi giunta realizzo che forse nessuno è mai stato felice quanto me.

Saluti dal Paradiso.

🕈

Tratto da una storia vera

di Rosamarina Maggioni

Mi chiamo Mike, ho 18 anni e sono stato condannato a morte.

La mia accusa: omicidio.

Era estate quando io e Amber ci siamo messi assieme. Tra noi andava tutto bene, io la amavo e lei mi amava, ma tra di noi c’era sempre l’ombra del suo ex, Jackson, che ogni giorno le scriveva, la assillava, le mandava foto e la insultava su Facebook. Così un giorno decisi di mettere fine a tutto questo: organizzai tutto con Amber, il suo fratellastro Kyle e Justin, un vecchio amico del mio quartiere. Dissi ad Amber di inviare un messaggio a Mike, dicendogli di voler tornare assieme e che lo avrebbe aspettato nel capanno vicino al fiume dove si trovavano quando erano fidanzati, lontano da occhi indiscreti.

Quando la sua macchina parcheggiò nel vialetto ripetei velocemente il piano a tutti per essere sicuri di non aver tralasciato nulla: Amber avrebbe aperto la porta a Jackson e una volta entrato sarebbe uscita subito e avrebbe chiuso il chiavistello (non volevo che vedesse quello che sarebbe successo). Dopodiché io, Kyle e Justin ci saremmo occupati di tutto il resto.

Avvenne tutto molto velocemente: Amber chiuse la porta dietro di sé, Kyle colpì Mike alla testa e Justin lo fece cadere a terra, io presi in mano la pistola rubata a mio padre e gli sparai a una gamba. Lui iniziò a urlare e a tentoni si trascinò sul pavimento cercando una via d’uscita ma altri due colpi partirono, finendolo del tutto, il suo corpo disteso sul pavimento e gli occhi sbarrati per la paura.

Non era un bel vedere, ma sparare mi aveva riempito di adrenalina, così finimmo quello che avevamo iniziato. Dovevamo liberarci del corpo: gli spezzammo le ginocchia, lo mettemmo in un sacco a pelo e lo bruciammo dietro il capanno. Una volta bruciato arrivò Amber, che mise le ceneri in un barattolo di vernice e le gettò nelle profondità di una cava di roccia calcarea sommersa.

Una settimana dopo i genitori di Mike denunciarono la sua scomparsa e iniziarono le indagini. In poco tempo tutto saltò fuori. Amber venne condannata all’ergastolo ma poi liberata per un cavillo legale, al momento dell’arresto non le erano stati letti correttamente i suoi diritti. Un secondo processo la condannò a 20 anni. Kyle e Justin si presero l’ergastolo senza condizionale.

Io mi sedetti sulla sedia elettrica.

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