Intervista ad Adriana Lorenzi

di Francesca Ariano

Adriana Lorenzi è una scrittrice e formatrice nell’ambito della scrittura di esperienza, nonché direttrice editoriale del giornale “Spazio – Diario aperto dalla prigione” della Casa Circondariale di Bergamo. Abbiamo chiacchierato un po’ con lei riguardo al suo lavoro.

Altro: Cosa si intende per “formatrice nell’ambito della scrittura di esperienza”?

Adriana Lorenzi: Significa che tengo laboratori di scrittura dove invito le persone a trasformare gli eventi della loro vita in racconti scritti. Lavoro con ragazzini nei centri diurni, con gli anziani, con gli operatori, i volontari, gli insegnanti… in realtà molto diverse.

A: Quando e come è nato il suo progetto all’interno del carcere?

AL: Lavoro nella Casa Circondariale di Bergamo dal 2002. Mi avevano sentito parlare del lavoro con gli anziani e l’allora segretario della CISL mi propose di fare qualcosa presso il carcere. Cominciai con un laboratorio con le donne, che poi è diventato un laboratorio al maschile.

A: Come concepisce il rapporto tra scrittura e detenuti?

AL: Credo che la scrittura permetta ai soggetti di ripensare la loro esistenza in un’ottica riparativa ma soprattutto generativa. Io non mi occupo di scrittura terapeutica, però raccontare in maniera diversa alcuni pezzetti della propria vita aiuta a riconsiderare alcune cose e a trovare l’energia giusta per il futuro. In carcere ci sono persone che sono lì per un reato e che sono definite dal reato, nel senso che loro si considerano dei “reati che camminano”. Io voglio lavorare sul fatto che sono anche altro, sono padri, madri, figli, fratelli, sorelle, mogli, mariti, compagni, e faccio in modo che riescano a credere ancora in loro stessi e in possibilità future. La cosa che mi colpisce sempre è che si presentano come i redattori di “Spazio”: sono detenuti, e tuttavia aggiungono un’identità diversa a quella che li definisce.

A: Come funziona il laboratorio di scrittura?

AL: Gli incontri sono organizzati in questo modo: c’è una parte introduttiva teorica di discussione, poi leggo un brano letterario che faccia da stimolo e si passa a scrivere. La scrittura è individuale e pretendo il silenzio. Alla fine si legge ad alta voce quello che si è prodotto. Io scrivo insieme a loro, quindi c’è una totale uguaglianza, e affrontiamo i vari argomenti tenendo presente che non si tratta di dare informazioni, di una dissertazione sul tema, ma di usare l’aneddoto per raccontare.

A: Qual è la differenza tra laboratorio e corso di scrittura?

AL: Il mio è un laboratorio e non un corso di scrittura. Da me vengono soggetti che hanno avuto percorsi difficili, fatica con la scuola e io devo conquistarli a utilizzare la scrittura. Si scrive in presenza, che è la modalità laboratoriale, in modo che i partecipanti non sentano la pressione del dover fare bene. La cosa fondamentale è l’espressività, non la correttezza del testo. A me interessa che loro si fidino di questo strumento, anche perché nei momenti in cui io non ci sono la scrittura deve diventare un accompagnamento, una compagnia, un mezzo di crescita e di sviluppo personale.

A: Come funziona “Spazio”?

AL: Il giornale attualmente si sostiene sulle donazioni e sulle offerte. “Spazio” è da pochissimo online, ma a noi serve cartaceo per darlo ai detenuti. Si tratta di un modo per divulgare le notizie dal carcere sul carcere. Noi facciamo informazione solo nel senso che raccontiamo attività svolte all’interno del carcere, come il forno, la saletta per estetista e parrucchiera, il laboratorio di ceramica.. Il giornale ha però un’impronta più letteraria.

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