Il caso del detective annoiato

di Susanna Finazzi

In tutte le storie c’è bisogno di un vero cattivo. L’eroe non può starsene in pace e per questo serve un antagonista, che spunti nei momenti meno opportuni per dare una spintarella al racconto. La storia della letteratura ha visto “carogne” di ogni tipo: buoni passati al lato oscuro, pagliacci che vivono nelle fogne, cattivi parziali e doppiogiochisti.

Nei suoi racconti sir Arthur Conan Doyle ha creato un cattivo da manuale: gli ha dato un ego smisurato e altrettanta intelligenza, l’ha fatto solitario, narcisista e incapace di provare senso di colpa. Poi l’ha messo al n° 221B di Baker Street insieme al dottor Watson. Sherlock Holmes non è un eroe convenzionale: se si analizza il canone – cioè tutti i racconti attribuibili con certezza a Conan Doyle – si trovano anzi moltissimi indizi del contrario, tanto che esiste una teoria secondo cui Sherlock Holmes è in realtà una geniale mente criminale.

Il movente? La noia. Holmes è uno dei personaggi più annoiati mai scritti, che senza un caso per le mani passa ore seduto in poltrona a iniettarsi cocaina nel braccio. Per tenere attive le sue cellule cerebrali farebbe qualsiasi cosa, compreso, forse, pianificare un bell’omicidio per ravvivare un po’ la giornata. Sarebbe molto semplice trovare la vittima perfetta, con un entourage di persone che vorrebbero vederla morta, ucciderla e lasciare tracce incomprensibili per la polizia. Così, ancora una volta, l’ispettore Lestrade bussa alla porta chiedendo a Sherlock Holmes di risolvere l’ennesimo caso inspiegabile.

Perfino l’acerrimo nemico di Holmes, il professor Moriarty, potrebbe essere un prodotto della mente contorta del detective. Holmes lo definisce “il Napoleone del crimine” dietro ad ogni attività illegale della città, l’unico la cui intelligenza è pari alla sua. Pare un po’ strano che nel canone Moriarty non compaia mai: nessuno lo vede o gli parla e tutto quello che si sa di lui sono vaghe informazioni fornite proprio da Holmes. Sappiamo che Moriarty è “molto alto e magro”, che ha la “fronte prominente”, gli occhi infossati e il viso sporgente in fuori. In pratica è il ritratto del criminale-tipo secondo la teoria di Lombroso, che afferma che i tratti somatici di una persona possono indicare la sua attitudine al male. Moriarty, l’antagonista, ha proprio l’aspetto da cattivo.

In un episodio della serie tv Sherlock Moriarty fa credere di essere in realtà un attore, assunto da Holmes stesso per impersonare il cattivo, e perfino il dottor Watson rischia di cadere nel tranello. In effetti è proprio Watson, nel racconto Il segno dei quattro, ad accusare Holmes di essere “una macchina calcolatrice” con comportamenti “inumani”. Picchiare i cadaveri con un bastone per verificare come si formano i lividi dopo la morte non è sicuramente indizio di una spiccata sensibilità. Una perizia psichiatrica di Sherlock Holmes non darebbe risultati rassicuranti, perché in molti tratti il suo carattere corrisponde al profilo del serial killer tradizionale. Egocentrismo patologico, con un interesse all’opinione altrui solo quando c’è il rischio di essere considerato stupido. Disprezzo per le leggi e le regole della società, frustrazione, ira, depressione e impulsività. Non c’è da stupirsi che in Sherlock il detective si autodefinisca “sociopatico”.

Sicuramente l’intenzione di Conan Doyle non era creare il nuovo Jack lo Squartatore, ma solo un eroe che non fosse perfetto nel senso vittoriano del termine. Anche se nel tempo le analisi letterarie di Holmes si sono sprecate e la tentazione di reinterpretare il personaggio ha dato vita ad alcuni adattamenti poco felici (vedi Sherlock Holmes vs Frankenstein),altre teorie basate sul canone sono invece abbastanza plausibili da permettere a Conan Doyle di continuare a riposare in pace.

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