Hooligans ieri e oggi

di Francesco Marinoni

In questi ultimi giorni si è sentito parlare molto di calcio, per via del naufragato progetto SuperLega che si proponeva di rivoluzionare in senso elitario le competizioni europee. Contro questa idea si è da subito registrato un malumore piuttosto diffuso, fra tifosi, giocatori e allenatori, in difesa dei valori sportivi e del calcio in particolare come un qualcosa che vada oltre un semplice spettacolo che genera una montagna di denaro: il calcio come passione, innanzitutto. Vero è che questa passione, specialmente in un Paese come l’Italia, caratterizzato da una forte tradizione calcistica, la si percepisce effettivamente ed è un elemento sicuramente di grande rilievo e che contribuisce all’importanza e al seguito dei club e della nazionale.

Il tifo tuttavia è fatto di persone molto diverse, che vivono l’amore per la propria squadra ognuno a modo proprio: c’è chi la segue sempre allo stadio, chi da casa propria, chi solo quando vince… Ci sono elementi però che si distinguono maggiormente dagli altri, per cui vedere la partita e supportare la propria squadra è più di un semplice passatempo: gli hooligans, come vengono chiamati nel loro Paese d’origine, l’Inghilterra, ovvero i gruppi che costituiscono il tifo organizzato (in Italia ci si riferisce a loro normalmente con il termine ultras).

Hooligans è l’appellativo con cui, a partire all’incirca dagli anni ’60, si inizia ad indicare le frange più violente dei sostenitori presenti negli stadi. All’epoca il calcio in Inghilterra è uno sport sempre più di massa, che mobilita ogni domenica centinaia di migliaia di persone in tutto il Paese riempiendo gli impianti per seguire le partite dei campionati nazionali. Quasi tutti i club principali hanno i propri gruppi di tifosi organizzati, ma anche squadre decisamente meno blasonate e provinciali possono vantare al loro seguito il proprio nucleo caldo di sostenitori. Il fenomeno cresce progressivamente negli anni e i gruppi diventano sempre più simili a vere e proprie gang: dai nomi (Chelsea Headhunters, la Red Army di Manchester sono solo alcuni esempi) ai cori, gli hooligans autocelebrano i propri atteggiamenti criminali e cercano costantemente gli scontri con gli schieramenti opposti. Le rivalità si creano per questioni di vicinanza geografica (si pensi per esempio al forte astio fra tifosi di Liverpool e Manchester United) ma non solo: le curve stringono anche patti fra di loro e non è raro che agli scontri fra due grosse tifoserie si aggiungano anche appartenenti a gruppi alleati. Un nucleo di tifosi del West Ham (gli Inter City Firm, ICF) arriva anche a stampare dei biglietti da visita, con la scritta “Congratulations, you’ve just met the ICF”, da lasciare una volta terminati gli assalti.

Gli hooligans, al contrario di quello che si possa credere, non sono sempre accomunati dall’appartenenza a una certa classe sociale: fra di loro ci sono imprenditori, operai, disoccupati, piccoli borghesi. Ciò che li tiene uniti è un senso di famiglia e di comunità, che va oltre la passione stessa per il proprio club: è questo che li spinge nelle risse, negli scontri con la polizia, negli agguati ai rivali. Guidato da un nucleo di pochi veterani, esattamente come un esercito i gruppi si muovono in modo compatto, il che li rende particolarmente pericolosi: per decenni in Inghilterra la domenica è un giorno in cui non mancano feriti e, in casi più gravi, anche morti.

La risposta da parte del governo si traduce in una massiccia presenza di polizia, che viene impiegata stabilmente per provare ad arginare gli atti di violenza, ma con scarso successo: proprio la profonda organizzazione dei tifosi li rende anche estremamente difficili da contenere, grazie alla fitta rete di contatti che permette di sfuggire ad arresti e condanne. Le stesse tifoserie rivali si danno appuntamenti in luoghi prefissati per gli scontri, in modo da evitare l’intervento delle forze dell’ordine. A tutto questo si aggiunge l’inadeguatezza di molti impianti sportivi, che, insieme a una pessima organizzazione del flusso di persone e degli eventi, porta a vere e proprie stragi, fra cui si ricordano quelle dell’Heysel e di Hillsborough: da qui partirà tutto il processo di rinnovamento degli stadi, con l’introduzione di misure di sicurezza e controllo che garantiscano l’impossibilità che eventi come questi si ripetano.

Oggi alcuni di questi racconti sembrano un lontano ricordo: se è vero che hooligans e ultras non sono certo scomparsi, raramente, rispetto al passato, si assiste a gravi episodi di violenza che li riguardano. Viene da chiedersi come sia stato possibile passare da una situazione così esplosiva a quella di oggi in così poco tempo. Sicuramente un ruolo l’hanno giocato le severe misure giudiziarie pensate esplicitamente per gli stadi, che hanno progressivamente svuotato sempre di più le curve dagli storici capi e che però, allo stesso tempo, hanno rafforzato un atteggiamento che è sempre rimasto fondamentalmente repressivo nei confronti dei tifosi, più o meno violenti. Forse la vera differenza però, ricollegandosi all’argomento iniziale, l’ha fatta la progressiva e sempre più massiccia commercializzazione del “prodotto” calcio: con l’ingresso delle televisioni è iniziato un progressivo spostamento del focus dell’attenzione dallo stadio al più ampio business dell’intrattenimento e, oltre alla partita, diventa sempre più importante tutto ciò che ci sta intorno. L’aumento dei prezzi dei biglietti è sintomatico di questo processo e  ha portato lo stadio ad essere un luogo sempre più frequentato da persone pronte ad assistere a uno spettacolo piuttosto che a fare il tifo per una squadra, con tutte le conseguenze che questo implica.

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