Dei delitti delle pene

di Elisa Morlotti

Dead man walking è un film di Tim Robbins, girato nel 1995, che racconta le vicende di un condannato alla pena di morte e di una suora, la sua guida spirituale. Matthew Poncelet è un cittadino statunitense colpevole di violenza sessuale e omicidio, e per questo viene condannato a morte. Accompagnato da suor Helen Preajan, Matthew confessa le sue colpe e chiede perdono alle famiglie delle vittime quando ormai si trova sul lettino per l’iniezione letale. Quello che stupisce del film è l’empatia che riesce a farci provare per il condannato, sebbene sia autore di un crimine tremendo e sia estremamente arrogante sia durante sia dopo il processo. I temi trattati dal film sono impegnativi e pieni di risvolti morali e sociali: la pellicola ci fa riflettere sulla crudeltà e sulla legittimità della pena di morte, sull’importanza per le famiglie delle vittime di una risposta penale a un delitto, sul valore rieducativo della detenzione e della pena in generale.

Il titolo del film è dato dalle parole con cui negli Stati Uniti un condannato nel braccio della morte viene accompagnato dalla sua cella alla sala dell’esecuzione. Negli ultimi decenni le esecuzioni e le condanne alla pena capitale sono diminuite di molto e durante la presidenza Obama molti condannati hanno potuto ottenere la grazia oppure una commutazione della pena all’ergastolo senza condizionale. Eppure non possiamo parlare di un progressivo abbandono della pena di morte. Infatti, nel luglio 2019, il ministro della Giustizia William Barr ha annunciato che riprenderanno le esecuzioni federali, sospese de facto da una quindicina d’anni. Il ministro ha giustificato la sua decisione dicendo di voler “sostenere lo stato di diritto americano, in rispetto alle vittime e alle loro famiglie.” Queste parole fanno sorgere spontanee due questioni. Anzitutto, se non si può negare la legittimità della pena, che è prevista appunto dall’ordinamento giuridico statunitense, di sicuro è bene chiedersi se la pena di morte possa essere considerata rispettosa degli ideali costituzionali e se non sia necessario riscrivere e correggere il codice penale. I cittadini americani sono spaccati a proposito di questo argomento: secondo i sondaggi, circa la metà dei cittadini è favorevole alla pena capitale, mentre poco più della metà vorrebbe che venisse abolita. L’altra questione che le parole di Barr sollevano è la seguente: l’esecuzione dell’autore del delitto può in qualche modo lenire il dolore delle vittime e delle loro famiglie? Il rispetto di cui Barr parla non dovrebbe piuttosto passare attraverso azioni di sensibilizzazione e di sostegno sociale alle vittime?

Oltre ad essere prevista a livello federale, la pena capitale è attualmente in vigore in 32 Stati degli USA, ma in 9 di essi viene applicata una moratoria. Nei restanti 18 Stati questo tipo di pena è stato abolito e non è previsto dall’ordinamento giuridico. Il dibattito a proposito della validità della pena di morte all’interno della società statunitense è ancora aperto. I sostenitori argomentano la propria tesi con la necessità di maggiore sicurezza sociale e con l’effetto deterrente della pena. In realtà non è mai stato provato che la certezza della pena di morte faccia desistere da un proposito criminale e non si nota nessuna differenza fra il tasso di criminalità negli Stati abolizionisti e in quelli in cui la pena capitale è ancora in vigore. Negli Stati Uniti inoltre la questione della pena di morte è strettamente legata a quella del razzismo. Anche se la forbice si sta riducendo negli ultimi decenni, c’è una netta sproporzione, in percentuale, fra il numero di neri condannati a morte e giustiziati e quello dei bianchi. La pena di morte, oltre ad essere una punizione irrevocabile e che viola il diritto alla vita, è anche molto spesso sinomino di discriminazione e repulsione sociale.

È indiscutibile la necessità di una punizione dopo un reato: una società democratica si basa su un patto sociale ed è giusto punire chi trasgredisce le leggi che garantiscono una convivenza pacifica. La giustizia gioca quindi un ruolo fondamentale nel mantenere coesa e pacifica la società. La sua sfida più grande sta nel punire chi commette un reato senza dimenticare che la pena ha una funzione essenzialmente rieducativa e riabilitativa: ogni pena che non abbia lo scopo di educare il punito alla vita sociale e di reinserirlo nella comunità è semplicemente una vendetta e un delitto legalizzato.

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