Roma, la capitale dei rifiuti

di Francesco Marinoni

Certi problemi ci accompagnano da talmente tanti anni che ormai nessuno si preoccupa più di capire cosa li abbia generati. Ci comportiamo come se esistessero da sempre, come se ormai si fosse messa in atto qualsiasi soluzione, senza esito, e allora tanto vale rassegnarsi. Quando ciclicamente queste problematiche tornano a fare notizia, in occasione di particolari emergenze, infiammano l’opinione pubblica e il dibattito politico, con tutti che si riempiono la bocca di grandi parole e regolarmente finiscono per non fare nulla di concreto, alimentando il circolo vizioso.

Ecco, cosa c’è di più ricorrente e cronico dell’emergenza rifiuti? Tantissime città italiane sono finite a turno sotto esame per le situazioni invivibili in cui i cittadini si ritrovavano a vivere, con le strade invase di scarti di ogni tipo, spesso anche tossici. Napoli, Palermo e soprattutto Roma sono sicuramente fra le più citate, ma è proprio la capitale a far parlare più spesso di sé, tanto che persino il New York Times si è occupato del caso con un conseguente notevole danno d’immagine.

Cerchiamo quindi di capire come mai, dopo decenni di crisi rifiuti e amministrazioni di qualsiasi colore politico, ancora oggi siamo qui ad assistere all’ennesima imbarazzante emergenza. Il primo grande nodo da cui bisogna inevitabilmente partire è un dato fondamentale: il comune di Roma è di gran lunga il primo per numero di abitanti (per avere un’idea, non basta sommare i cittadini di Napoli e Milano per eguagliare i romani) ed ha un’estensione territoriale enorme, quasi 1300 km2. Ne consegue che qualsiasi tipo di servizio opera su una scala completamente diversa dal resto d’Italia e, soprattutto, il quantitativo di rifiuti prodotto è impressionante: 1.7 milioni di tonnellate (quasi il 6 % del totale nazionale)[1] escono dalla capitale ogni anno, di cui solo 700mila è differenziato.

A questo punto è chiaro quale sia il prossimo nodo: 700mila su 1.7 milioni significa circa il 40 % di raccolta differenziata. Non proprio una cifra invidiabile, ma in realtà da questo punto di vista Roma non è nemmeno messa troppo male se raffrontata con il resto del Paese. Seppur ben lontana dai comuni “ricicloni”, soprattutto nel Nord Italia, da questo punto di vista riesce a fare meglio di altre città come Palermo, ferma al 20 % di differenziata. Da questo punto di vista dei progressi si stanno facendo con l’incremento della raccolta porta a porta, ma la scarsa educazione al riciclo dei cittadini e le inadempienze della disastrata AMA (la partecipata che si occupa della raccolta a Roma) fanno sì che togliere i rifiuti dalle strade sia di per sé già complicato.

Ciò che ha fatto scattare l’emergenza, tuttavia, non è la semplice incuria ma un evento ben preciso, ovvero l’incendio del Tmb sulla Salaria[2]. Per capire come questo sia un elemento fondamentale bisogna innanzitutto capire cosa sia un Tmb: si tratta di centri per il trattamento meccanico-biologico dei rifiuti, destinati per lo più ad ospitare la grossa fetta di indifferenziato, ma che di fatto non smaltiscono nulla. Si limitano a pretrattare ed essiccare i rifiuti, che dovrebbero poi concludere il loro ciclo in altri luoghi ma che spesso finiscono per stanziarsi e mettere radici in questi punti di raccolta intermedi (vi ricordate le famose ecoballe in Campania? La maggior parte non si è mossa da lì). Ecco, in Italia i Tmb sono 130 e ricevono ogni anno più del 30 % dei rifiuti urbani, fra frazione secca e umido non compostabile: vediamo quindi che il problema è in realtà in gran parte nazionale, dato che questa è stata la scelta adottata ovunque per lo smaltimento dell’indifferenziato.

Dove finiscono queste 10 milioni di tonnellate? Solo 1.7 viene smaltita in inceneritori a produzione energetica, mentre il 54.2 % termina il suo viaggio in una deliziosa discarica. Con un costo dai 40 agli 80 euro a tonnellata, spendiamo ogni anno dai 200 ai 400 milioni di euro per portare rifiuti destinati alla discarica in un centro che non li smaltisce. Non proprio un affarone, quantomeno per le tasche dei comuni.

Ma torniamo a Roma e al Tmb di Via Salaria. Già prima del rogo la città spediva buona parte dei rifiuti in altri Tmb, sovraccarichi e non in grado di gestire questa mole, e va tenuto conto che mancano centri di compostaggio, per cui all’indifferenziato si aggiunge buona parte dell’umido. Chiaramente, partendo da questa situazione, l’improvvisa chiusura di uno snodo fondamentale ha mandato completamente in tilt il sistema di raccolta, con i risultati che tutti abbiamo visto e letto sui giornali.

Comune e Regione, guidati rispettivamente da Virginia Raggi (Movimento 5 Stelle) e Nicola Zingaretti (Partito Democratico), hanno posizioni opposte su come risolvere la crisi. Mentre il secondo chiede l’apertura di una discarica in città, la prima resta dell’idea che la città non è autosufficiente e mai lo sarà da questo punto di vista, perciò sarà sempre inevitabile spedire una parte dei rifiuti prodotti altrove. Raggi inoltre evoca lo spettro di Malagrotta, l’ultima discarica operante a Roma che finì al centro di un grosso scandalo e venne chiusa dall’allora primo cittadino Marino nel 2009.

Difficile preferire una delle due posizioni, in quanto nessuna di esse può rappresentare una soluzione a lungo termine, e soprattutto difficile pensare che uno stallo sulle proprie posizioni dettate dalla contrapposizione politica possa giovare alla città. La via maestra da seguire è sicuramente aumentare sempre più la quantità e la qualità della raccolta differenziata, con la realizzazione di impianti di smaltimento specifici. Ma questo, come già visto, non è un problema solo di Roma. L’Italia deve iniziare a pensare seriamente a nuovi piani per il trattamento e lo smaltimento dei rifiuti, oppure rischierà in ogni momento di ritrovarsi all’improvviso sommersa dalla “monnezza”.


[1] Questo e i successivi dati sono presi da un’analisi di Chicco Testa, presidente di FISE-Assoambiente, su Start Magazine

[2] Per un approfondimento sull’incendio e su questo specifico Tmb si rimanda all’inchiesta di Marina Forti per Internazionale

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