Piccolo discorso sull’industria alimentare

di Ludovica Sanseverino

Era il 20 agosto del 2018 quando l’allora quindicenne Greta Thunberg, attivista ambientalista svedese, decise di scioperare ogni venerdì durante l’orario scolastico davanti al Parlamento del suo paese per chiedere al governo di diminuire le emissioni di anidride carbonica. Successivamente Greta continuò la sua battaglia dando luogo al movimento giovanile Fridays for Future, un’organizzazione di protesta formata principalmente da giovani studenti che deliberatamente decidono di non frequentare le lezioni scolastiche per scendere in piazza a manifestare, chiedendo e rivendicando azioni atte a fermare il riscaldamento globale e il cambiamento climatico. Anche a Bergamo, lo scorso 27 settembre del 2019, si è svolto il Friday for future,che ha visto scendere in piazza più o meno 5mila studenti e studentesse.

In tutto il mondo la questione ambientale sta prendendo le redini delle amministrazioni, o almeno ci prova, ma tra tutti gli slogan urlati dai manifestanti ne manca decisamente uno: quello contro il settore alimentare. Il business del cibo consiste uno dei più grandi capitali al mondo e, in Italia, il suo fatturato nel 2018 ha raggiunto i 140 miliardi di euro segnando una crescita del 2% sui 137 miliardi registrati nel 2017. Un settore, insomma, sempre più in crescita dato che, con la popolazione mondiale in costante aumento, c’è sempre più richiesta.

Avendo partecipato personalmente alle manifestazioni per la salvaguardia dell’ambiente, l’occhio mi cade decisamente su cartelloni che hanno come slogan “Non c’è ambientalismo senza anticapitalismo”. Il primo pensiero che mi viene in mente è che lo slogan è veritiero, ma non esisterebbero capitalismo e capitalisti senza GRANDI consumatori. E noi facciamo parte della sfera dei GRANDI consumatori alimentari. Basti pensare che nel mondo si spreca oltre un terzo del cibo prodotto, di cui l’80% sarebbe ancora consumabile, e con il cibo che viene buttato via vengono sprecati anche terra, acqua e fertilizzanti.Soprattutto bisogna prendere in seria considerazione le emissioni di gas serra che sono necessarie per la produzione alimentare. In una ricerca che è stata condotta dall’University of Chicago è stato rivelato che le nostre scelte alimentari incidono sul riscaldamento globale quanto le nostre scelte in materia di trasporti e, secondo dati ancora più recenti, con ricerche effettuate dall’ ONU e dalla Pew Commission (commissione nata per far fronte ai problemi dell’industria della carne), l’allevamento intensivo e il suo bestiame contribuiscono ai cambiamenti climatici ad un livello molto più alto rispetto ai mezzi di trasporto. Difatti, si afferma che: «l’allevamento di animali è responsabile del 37% delle emissioni antropogeniche di metano, che ha un potenziale di riscaldamento globale (GWP) 23 volte superiore a quello della CO2, e del 65% delle emissioni antropogeniche di ossido nitroso, il cui GWP è 296 volte quello della CO2. I dati attuali quantificano anche il ruolo della dieta: gli onnivori contribuiscono alle emissioni di gas serra sette volte più dei vegani.”[1]

In sostanza, mangiare carne e derivati animali va contro l’idea di ambientalismo. Ma il dito, in questo senso, non deve essere puntato sui giovani. Bisogna puntarlo invece sulle istituzioni scolastiche, che non fanno il proprio dovere ed evitano di parlare di alimentazione e di come funziona esattamente un’industria alimentare, non educando i ragazzi e le ragazze a delle scelte alimentari consapevoli. Non si parla neanche a fondo di quanto questo tipo di industria sfrutti i propri dipendenti nell’intensiva produzione di carne e derivati animali, limitando sempre più la produzione autonoma di contadini e allevatori.

Ma non si parla solo di carne e bestiame; anche alcuni alimenti vegetali come il mais e la soia impoveriscono il nostro pianeta dato che l’incremento esponenziale della loro produzione sta portando allo sfruttamento di una fetta sempre maggiore della superficie terrestre, divorando intere foreste e praterie. Ma questa crescita deriva soprattutto dalla inarrestabile richiesta di mangimi destinati agli allevamenti intensivi animali. I fattori dannosi che vengono messi in atto da queste tipologie d’industrie devono essere resi noti e, soprattutto, bisogna consapevolizzare i consumatori sul mondo che c’è dietro la produzione di ogni alimento; sugli ingredienti che vengono utilizzati nella loro fabbricazione (che per la maggior parte delle volte sono dannosi alla salute), su dove vengono prodotti, su quanta energia viene sprecata e su quante risorse vengono rubate al nostro pianeta. Le nostre piccole ma grandi scelte alimentari influirebbero in maniera sostanziale sul cambiamento ambientale ma trovo molto facile dichiarare guerra alle amministrazioni da un computer. Non è facile, invece, cambiare le proprie abitudini.

Consiglio la lettura di questi testi nella speranza di renderci consumatori più consapevoli:

J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali

E. Schlosser, Fast Food Nation; il lato oscuro del cheeseburger globale

Fonti web

http://www.oneplanetfood.info/sprechi-alimentari/

https://www.beverfood.com/industria-alimentare-italiana-fatturato-2018-140-miliardi-crescita-2-wd/

https://ilmanifesto.it/la-soia-una-monocoltura-che-impoverisce-il-mondo/


[1] J. Safran Foer, Se niente importa; perché mangiamo gli animali, Ugo Guanda editore, Milano, 2017, p. 67

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