E allora la Cina?

di Francesco Marinoni

La Cina, negli ultimi anni, ha progressivamente scalato qualsiasi tipo di classifica a livello internazionale: una popolazione che ad oggi rappresenta circa il 20 % di quella globale, un’economia in continua espansione in tutti i settori e un’influenza geopolitica internazionale che è arrivata a fronteggiare la strapotenza degli Stati Uniti. In tutto questo, inevitabilmente, il gigante asiatico è arrivato anche a primeggiare in un campo ben poco invidiabile: quello dell’inquinamento. Del resto, con un Paese che sta vivendo un boom economico che il mondo occidentale ormai non ricorda più, la produzione di rifiuti e le emissioni sono arrivate ad essere la fetta più grossa di tutto l’inquinamento prodotto sul pianeta.

Per questo motivo, ultimamente, con il dibattito sul climate change che sta diventando sempre più una delle grandi questioni che l’umanità si trova ad affrontare, viene facile puntare il dito sulla schiera di Stati che stanno avendo una crescita esponenziale paragonabile a quella occidentale fra ‘800 e ‘900, di cui la Cina è sicuramente il leader ma a cui si aggiungono India, Brasile, Nigeria e tanti altri. L’accusa è di essere il vero freno alla possibilità di invertire la rotta, che impedisce qualsiasi possibile sforzo da parte del mondo occidentale: a cosa serve fare sacrifici e ripensare l’intero sistema produttivo ed energetico quando dall’altra parte del mondo si fa l’esatto opposto?

Ecco, come spesso accade, diventa comodo appellarsi a questa narrazione estremamente semplicistica che, pur essendo basata su dati innegabili, risulta essere fin troppo superficiale. Un primo elemento interessante che si può prendere in considerazione è la quantità di CO2 prodotta pro-capite, da cui si vede come la Cina abbia un valore che è meno della metà di quello degli USA[1] (7.5 contro 16.5 tonnellate pro-capite). Non solo, se si volesse fare una classifica delle “colpe” da imputare alle singole nazioni, la quantità di emissioni storiche è decisamente maggiore per tutto il mondo occidentale, che nel processo di industrializzazione ha prodotto una quantità di gas serra enorme.

Pur tenendo in considerazione questi presupposti, è innegabile come nel prossimo futuro che ci attende la posizione della Cina sulla questione del climate change, così come quella di tutte le grandi potenze, sarà fondamentale per cercare di contenere i danni sempre più irreversibili che l’attività umana sta producendo. È interessante quindi andare a vedere in che modo il gigante asiatico si stia ponendo riguardo alla questione. Anche qui, l’opinione comune tende spesso a pensare che ci sia indifferenza totale da questo punto di vista nel Paese, ma la realtà è piuttosto diversa.

Seppure le emissioni complessivamente siano destinate a crescere anche nei prossimi anni, numerosi studi hanno calcolato che il picco verrà probabilmente raggiunto diversi anni prima di quando si era inizialmente pensato, seguendo gli andamenti attuali: la previsione iniziale era per il 2030 mentre i dati attuali suggeriscono che dovrebbe avvenire fra il 2021 e il 2025[2]. Mentre su queste ipotesi c’è in generale un cauto ottimismo, un discorso più complesso è la riconversione delle fonti di energia a sorgenti non-fossili, processo per cui la Cina potrebbe fare più fatica a raggiungere gli obiettivi dell’accordo di Parigi del 2015.

Le misure del governo cinese puntano decisamente verso una svolta che avrebbe un ruolo determinante, anche perché nel Paese l’inquinamento, soprattutto atmosferico, è una realtà con cui i cittadini sono costretti a convivere ogni giorno. Nelle grandi città infatti la qualità dell’aria è preoccupante e questo è la causa di circa 1.1 milioni di morti all’anno in tutto il paese[3], per cui il governo si trova nella posizione di dover assolutamente fare qualcosa per migliorare la situazione. In questo senso infatti, le misure restrittive per ridurre le emissioni sono già presenti, soprattutto per limitare l’uso di veicoli privati. La grande prova sarà però senza dubbio la questione dell’energia, che ha un impatto sia sul mondo industriale sia sul consumo nelle grandi città.

Il grosso problema della Cina in questo momento è infatti la sua dipendenza dai combustibili fossili (attualmente il 63 % dell’energia elettrica è prodotta da carbone, petrolio e gas naturale)[4], ma anche in questo campo il Paese si sta mostrando determinato a compiere dei passi avanti: gli investimenti fatti mostrano appunto come il 55 % delle risorse è stato destinato alle energie rinnovabili[5], che nelle previsioni dovrebbero arrivare a coprire il 57.1 % del fabbisogno totale nel 2040[6]. La Cina è, in questo momento, a tutti gli effetti leader nel campo delle rinnovabili, sia in termini di fondi stanziati sia in termini di progetti (il 76 % dei brevetti sulle energie rinnovabili sono cinesi)[7].

Insomma, dal quadro che emerge, il ritratto diffuso che si ha in mente della Cina quando si parla di inquinamento appare alquanto impreciso. Sicuramente il Paese avrà un ruolo cruciale, con le scelte che farà, nella questione climatica, ma questo non deve assolutamente essere un alibi per tutti gli altri Stati, che dovranno fare la loro parte. Nascondersi dietro queste argomentazioni non è solo sbagliato ma anche estremamente pericoloso e le dichiarazioni di alcuni leader in questo senso non fanno presagire nulla di buono. Le grandi democrazie possono scegliere se assumere un ruolo di primo piano nella lotta per salvare il pianeta o restare nel loro angolo a contare i danni dei vicini.


[1] The World Bank, dati del 2017

[2] Marlowe Hood, phys.org

[3] Ernest Kao, South China Morning Post

[4] International Energy Agency, dati del 2016

[5] Dati da China Global Energy Finance

[6] Proiezione della International Energy Agency

[7] EMW Law LLP, dati del 2017

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