Sogni di ogni genere

di Susanna Finazzi

L’inconscio è una delle zone più misteriose della mente umana e di conseguenza la più studiata. In particolare, la scienza è affascinata dal modo in cui sonno e inconscio entrano in contatto permettendoci di riassumere le nostre esperienze emotive e trasformarle in sogni.

Katherine Plumber-Kelly e Benjamin Jacobs, del Baylor College of Medicine di Houston, nel 2016 hanno avviato un progetto per studiare le funzioni del sogno nel percorso evolutivo dell’essere umano. Lo studio prevedeva la mappatura del cervello di alcuni volontari attraverso elettroencefalogrammi e tecnologie di neuroimaging, per confermare l’ipotesi che ci sia un nesso tra i sogni dettagliati, che siamo in grado di fare, e la nostra evoluzione rispetto agli altri primati. Quando sogniamo l’area più attiva del cervello è la corteccia visiva, perché siamo naturalmente portati ad elaborare le informazioni attraverso le immagini. Lo studio di Plumber-Kelly e Jacobs, però, ha evidenziato che, nella fase REM, la corteccia visiva delle donne è molto più attiva rispetto a quella degli uomini, che invece riescono ad elaborare meglio gli impulsi sonori.

Per analizzare questo fenomeno il team ha avviato un progetto parallelo a quello iniziale, questa volta studiando maschi e femmine separatamente. Ogni gruppo di persone è stato sottoposto a stimoli sia visivi che sonori e i risultati hanno – parzialmente – confermato le ipotesi. Non solo l’attività cerebrale delle donne raggiungeva dei picchi nell’area della corteccia visiva, ma il 42% dei soggetti era anche in grado di ricordare dettagli minuziosi dei propri sogni una volta sveglio. Negli uomini, invece, la reazione agli stimoli uditivi si limitava al momento del sogno, come dimostravano le variazioni degli encefalogrammi: una volta svegli, infatti, solo il 10% dei soggetti maschili riusciva ad associare un suono a un particolare momento del sogno.

Plumber-Kelly afferma che nessuno studio ha mai evidenziato una così profonda differenza di genere nel meccanismo onirico, definendo la capacità femminile di elaborare meglio le immagini una “scoperta in grado di rivoluzionare anche le ricerche in campo mnemonico”. Gli esperimenti sui topi in laboratorio hanno infatti evidenziato che alcune femmine, sottoposte nel sonno a un’iperstimolazione della corteccia visiva, possono risolvere i labirinti molto più in fretta dei maschi. Nel caso delle cavie, però, la differenza di genere non è così spiccata: molti topi maschi sono riusciti a trovare l’uscita nello stesso tempo delle femmine.

Non è ancora chiaro se nel cervello delle donne la capacità di rielaborare meglio i dettagli sia dovuta ad una mutazione genetica vantaggiosa o all’evoluzione, ma gli scienziati sono convinti che questa scoperta possa aiutare nella ricerca su alcune malattie che colpiscono i centri di memoria del cervello. Capire l’origine biologica di questo fenomeno potrebbe far avanzare le cure per amnesie di portata lieve causate da traumi, anche se il team del Baylor College non crede possa essere decisivo per patologie più gravi come il morbo di Alzheimer.

Jacobs e Plumber-Kelly hanno avanzato l’ipotesi che la differenza nel modo in cui uomini e donne recepiscono gli stimoli audiovisivi sia anche dovuta all’adattamento alle norme culturali. In altre parole, le donne potrebbero aver sviluppato capacità diverse dagli uomini in base ai ruoli sociali che hanno avuto nel corso della storia, teoria già ampiamente studiata in psicanalisi. Questo spiegherebbe, in parte, la differenza con i topi, ma non ci sono ancora risultati sufficienti per poter formulare una vera e propria legge sul genere del nostro cervello.

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