Paul Is Dead

di Francesco Marinoni

«Le masse sono abbagliate più facilmente da una grande bugia che da una piccola».

Questa frase attribuita ad Adolf Hitler, uno che di fake news sicuramente se ne intendeva abbastanza, può essere utile per introdurre quello di cui vorrei parlare oggi. Si sa, di bufale piccole o grosse ne esistono a migliaia, ma alcune di queste in qualche modo conquistano di più e vengono alimentate anche a distanza di anni, diventando vere e proprie leggende. Eppure, la nostra storia, come tante altre, nasce da un’idea assurda di un personaggio fino a quel momento sconosciuto che, per qualche strano motivo, inizia a circolare e ad essere presa come un’innegabile verità.

Il nostro eroe è tale Russ Gibb, un DJ radiofonico di Detroit che, nel corso di una trasmissione il 12 ottobre 1969, riceve una telefonata di un radioascoltatore che sgancia la bomba: Paul McCartney, all’epoca uno dei personaggi pop più celebri al mondo, è in realtà morto nel novembre 1966 ed è stato sostituito da un sosia; le prove di questo avvenimento starebbero nelle stesse opere dei Beatles, in particolare nella canzone Revolution 9 contenuta nel White album. Invitato ad ascoltarne una parte al contrario, in cui si sentirebbero le parole «Turn me on, dead man», il nostro Russ Gibb appare fulminato da questa scottante rivelazione e la notizia inizia a girare, scatenando un vespaio di opinioni fra i fan dei Fab Four.

Inizia quindi la caccia alle prove: tracce riprodotte al contrario e copertine allusive sono solo l’inizio, ma quando i rumors iniziano a intensificarsi si ricorre addirittura all’analisi dei tratti facciali, della scrittura e al confronto fotografico. E a un certo punto il fenomeno assume una portata tale che sono gli stessi Beatles a seminare indizi e frasi ambigue nelle loro canzoni, consci del grosso regalo in termini di vendite della leggenda Paul is dead.

Volete un assaggio di queste prove schiaccianti? Ecco a voi una lista delle più chiacchierate:

– la celebre copertina di Abbey Road: forse il simbolo per eccellenza della band, questa copertina in realtà rivelerebbe oscuri significati. I Fab Four infatti sarebbero rappresentati in questo celebre scatto in una processione funebre: John, il primo da destra vestito in bianco, è il prete; Ringo, in completo nero, è l’addetto delle pompe funebri; Paul è naturalmente il morto che, secondo la tradizione indiana, va scalzo; George, vestito in abiti da lavoro, è il becchino. Ma non è finita qui. Se osserviamo la targa dell’automobile parcheggiata sulla sinistra della copertina, sulla targa si legge 281F, che è un chiaro riferimento all’età di McCartney se fosse vivo (28 if)[1]. Inoltre, sulla destra possiamo vedere un altro veicolo, una camionetta della polizia che all’epoca veniva usata nei rilevamenti sui luoghi degli incidenti stradali: come vedremo, Paul sarebbe morto proprio in seguito a uno schianto con la sua automobile.

– un’altra celebre copertina, quella di Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band: qui i riferimenti sono più sottili da cogliere e sono principalmente due. Il primo è nascosto nell’aiuola che occupa la parte bassa dell’immagine: i fiori gialli sulla destra hanno una forma che ricorda vagamente quella del celebre basso di McCartney e inoltre sembrerebbero comporre la scritta Paul? Per osservare il secondo invece dobbiamo dotarci di uno specchietto e posizionarlo esattamente a metà della grancassa al centro della copertina, riflettendone la parte superiore: apparirà la misteriosa scritta I one IX he die, un riferimento alla data del presunto decesso che sarebbe appunto il 9 novembre (11/9, con la notazione americana).

– la canzone A day in the life: contenuta in Sgt. Pepper’s Lonely Hearts Club Band, la traccia chiude l’album ed è una vera e propria narrazione della morte di McCartney in cui viene raccontato da John Lennon l’incidente mortale, avvenuto dopo che il cantante era passato con il rosso a un incrocio senza accorgersene. In questo caso non è nemmeno necessario riprodurre la traccia al contrario per arrivare alla clamorosa rivelazione.

– la canzone I’m so tired: riproducendo al contrario la fine della canzone si sente John dire «Paul is dead now, miss him, miss him, miss him».

– la canzone Strawberry fields forever: durante la fine della canzone Lennon sembra borbottare «I buried Paul».

Vi ho convinto? Se non dovesse bastarvi, una veloce ricerca vi svelerà ulteriori prove e indizi di uno dei più grandi complotti del mondo della musica. Naturalmente potrete anche imbattervi in qualche servo dei poteri forti che si è preso la briga di confutare questa brillante tesi, ma non dategli retta: per comodità faremo finta che non esistono.

Vorrei concludere questo articolo con l’opinione di Paul McCartney (o meglio, del suo sosia) riguardo a questa misteriosa vicenda:

«Sono vivo e sto bene, e non mi interessa delle voci sulla mia morte. Ma se fossi morto, sarei l’ultimo a saperlo.»


[1] In verità di anni ne avrebbe avuti 27 ma faremo finta che non sia così.

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