Merda d’artista

di Ludovica Sanseverino

Ci troviamo nei prorompenti anni ’60. Gli anni dell’ascesa della tecnologia, della comunicazione di massa e della globalizzazione. Un tempo in cui l’arte ha bisogno, soprattutto, di essere rivalutata anche in campo tecnologico, mettendo in campo artisti che si impegneranno nel porre la tecnologia e la manipolazione dei media al centro delle loro opere, cercando di esercitare un’azione non solo estetica ma politica e sociale. Stiamo parlando di un’epoca in cui la libertà individuale e d’espressione viene richiesta a gran voce, sia agli inizi degli anni 60, simboleggiati dall’America di Kennedy, sia alla fine del decennio con le rivoluzioni culturali del ’68. Gli artisti conseguentemente si rifiutano di adottare metodi “tradizionali”, definiti “ricchi e borghesi”, per creare le loro opere, preferendo materiali poveri e presenti in natura.

Vediamo la nascita di un’arte definita “del consumo”, denominata poi all’inglese popular art (Pop art) dall’inglese e critico Lawrence Alloway, che già aveva iniziato a nascere anche prima dell’inizio del decennio. Un’arte riproducile in serie che in Italia viene presa assolutamente alla lettera da Piero Manzoni e la sua Merda d’artista; un artista che cavalca l’onda dell’arte concettuale dove, appunto, l’idea viene molto prima della realizzazione dell’opera stessa. L’opera di Manzoni fu creata nel 1961 e in sé sigilla un vero e proprio concetto provocatorio: Manzoni confezionò esattamente 90 scatolette (la dicitura esterna di ogni scatoletta recita: “Merda d’artista. Contenuto netto gr 30. Conservata al naturale. Prodotta ed inscatolata nel maggio 1961”) al cui interno dovrebbe essere presente ciò che viene dichiarato nell’etichetta. Le opere sono pensate per essere vendute a seconda delle quotazioni di mercato raggiunte dall’oro.

Ovviamente, le suddette scatolette non possono essere aperte, ergo bisogna fidarsi della parola dell’artista, che da solo l’ha eletta a opera d’arte. Al suo interno dovrebbe esserci del materiale da lui definito intimo, ma nessuno saprà mai esattamente cosa conterranno. Nel 2007, in un articolo del Corriere della sera, Agostino Bonalumi, amico di Manzoni, afferma che all’interno del barattolo è contenuto solo del gesso. Invece, nel 2008, Bernard Bazile esibì a Parigi una delle lattine aperte e all’interno era presente una lattina più piccola avente al suo esterno la stessa dicitura. Insomma, come si suol dire, una gran presa per il culo. Basti pensare che Vittorio Sgarbi, in una puntata de L’aria che tira, definì le suddette scatolette come “scatolette di merda”, associandole in parallelo al concetto delle fake news. E se lo dice Sgarbi…

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...