Democrazie al limite

di Francesco Marinoni

Quando si pensa a un colpo di Stato, la nostra mente evoca probabilmente immagini di militari, palazzi in fiamme e guerriglia nelle strade. La storia tuttavia, in particolare quella contemporanea, ci insegna che non sempre le cose accadono in questo modo. I golpe striscianti e subdoli, le prese di potere attraverso mezzi diversi dalla forza bruta avvengono e spesso, proprio per questo motivo, tendono a passare pericolosamente in sordina. Anche in una democrazia infatti, specie se giovane e fragile, non sempre i passaggi politici sono del tutto cristallini e il rischio di derive autoritarie non è mai del tutto escluso. Senza scomodare gli esempi del ‘900 (Hitler, ricordiamolo, passò dalle elezioni prima di assumere pieni poteri), concentriamoci su un caso molto più recente: il Brasile. Un Paese, in cui solo dal 1988 è stata ristabilita la democrazia dopo gli anni della dittatura militare, che ha sperimentato sulla propria pelle quanto possa essere difficile la transizione da un ordinamento politico a un altro. E quanto questo processo possa portare con sé molte insidie.

Il Brasile, come ben noto, fa parte dei cosiddetti BRICS (Brasile, Russia, India, Cina e Sudafrica), ovvero quelle nazioni considerate come le nuove potenze nascenti in rapido sviluppo. Grazie infatti alla enorme disponibilità di materie prime e forza lavoro, il Paese ha attirato su di sé l’attenzione delle grandi multinazionali, con un conseguente enorme flusso di capitali investiti. Questo, naturalmente, ha fatto gola alla nascente classe politica brasiliana, che fin da subito è stata coinvolta in numerosi casi di corruzione sistematica: nei primi mandati i partiti principali (MDB, PTC e PSDB) si sono spartiti ad ogni elezione le posizioni di potere e con esse le grosse fette di denaro delle grandi aziende.

La conseguenza, naturalmente, è stato un progressivo aumento delle disuguaglianze, con una massa sempre crescente di popolazione in condizioni di povertà estrema. In quegli anni fa il suo esordio sulla scena politica un personaggio nuovo, che promette idee rivoluzionarie e si batte per i diritti degli ultimi: è Luiz Inácio Lula da Silva, leader del Partido dos Trabalhadores (Partito dei Lavoratori), che diventerà un personaggio chiave delle vicende politiche brasiliane. Nel 2002, dopo diversi tentativi, vince le elezioni e diventa Presidente. Durante i suoi due mandati mette in atto riforme di vitale importanza, che aiutano molte persone in condizioni disperate a raggiungere condizioni di vita dignitose.

A succedergli è Dilma Rousseff, con un passato da oppositrice del regime, scelta da Lula come candidata del PT per le elezioni del 2010. Uno degli impegni principali della nuova Presidente è la lotta alla corruzione dilagante. Con il lancio della cosiddetta Operazione Autolavaggio nel 2014, anno in cui Dilma viene rieletta per il suo secondo mandato, la magistratura ottiene mezzi d’indagine, strumenti punitivi e libertà d’azione per incriminare moltissimi esponenti politici, scoperchiando il vaso di Pandora delle tangenti che sistematicamente coinvolgono tutti i principali partiti. In particolare, lo scandalo riguardante la compagnia petrolifera Petrobas è uno dei più importanti e diventa l’occasione perfetta per il candidato Presidente sconfitto, Aécio Neves del PSDB, di rivalersi sulla sua avversaria.

Infatti, anche il partito di Lula viene coinvolto nelle indagini: spunta un appartamento, apparentemente donato all’ex Presidente da persone coinvolte nello scandalo. Le indagini continuano e si distingue particolarmente un magistrato, Moro, che accusa direttamente Lula di corruzione e riciclaggio di denaro. Il consenso popolare di Dilma subisce un notevole calo: pur non essendo coinvolta in prima persona, la sua immagine è infangata da quella del partito. Le piazze iniziano a riempirsi di manifestanti che chiedono la deposizione della Presidente, spinte dalle opposizioni che si appellano a Moro come salvatore del Paese. Gli altri partiti infatti approfittano della situazione per attaccare tutte le politiche portate avanti da Dilma, arrivando (nel 2016) a una richiesta di impeachment, che viene fatta arrivare al Senato.

La Presidente viene deposta anche con i voti dei deputati alleati di governo, pur non essendo di fatto coinvolta in nessuna indagine, e il suo posto viene preso dal vice Temer, esponente dell’MDP. I senatori durante il voto si riempiono la bocca di parole in difesa della legalità, ma la manovra che avviene è strettamente legata a motivi politici. Lo strumento prezioso della Operazione Autolavaggio è ormai una vera e propria arma che i partiti utilizzano per infiammare le piazze e manovrare i consensi. Il colpo di grazia, però, arriva durante la campagna elettorale seguente.

Lula, ricandidatosi, è dato ancora avanti nei sondaggi. Il suo principale avversario è Jair Bolsonaro, ex capitano dell’esercito ai tempi del regime, che rivendica con orgoglio il suo passato e spinge per un Brasile che svolti pericolosamente a destra. È proprio in questo momento che il processo dell’ex presidente arriva a una conclusione: Lula viene condannato, pur in assenza di prove effettive riguardanti lo scandalo dell’appartamento, ed è costretto a ritirarsi dalla corsa, lasciando al suo avversario la strada completamente spianata.

Il seguito già lo conoscete: Bolsonaro diventa il nuovo presidente del Brasile nel 2018, nonostante fino all’ultimo il Paese sia diviso fra le manifestazioni dei suoi sostenitori e quelle in favore di Lula. I messaggi nostalgici lanciati sono molto chiari e hanno fatto il giro del mondo. Con la sua elezione, il Brasile ha dimostrato quanto una fragile democrazia sia costantemente in pericolo e come un regime militare sconfitto possa tornare anche senza un esercito.

Per approfondire le vicende politiche brasiliane consiglio la visione di Democrazie al limite, documentario disponibile su Netflix.

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