Brexit: il capolinea della politica europea?

di Francesco Marinoni

Il 23 giugno 2016 uno degli eventi politici più sorprendenti e significativi degli ultimi anni ha scosso l’Europa: il referendum sull’uscita dall’Unione Europea del Regno Unito ha visto la vittoria del Leave, sulla spinta della campagna elettorale di Nigel Farage, leader dell’United Kingdom Independence Party (UKIP). Ad oggi le difficoltà di un accordo bilaterale hanno impedito che l’espressione di voto diventi realtà e negli anni sono emerse tutte le difficoltà legate a un processo mai verificatosi in precedenza e dalla portata politica, economica e sociale enorme. Nonostante questo, i risultati delle elezioni europee, che hanno visto nel Regno Unito la vittoria del Brexit Party del redivivo Farage, dimostrano come l’opinione degli elettori inglesi non sia stata scalfita dalle difficoltà riscontrate per rendere effettiva l’uscita dall’UE.

Farage ha infatti costruito la sua campagna elettorale solo ed esclusivamente sul leitmotiv dell’uscita a ogni costo, abbandonando anche la linea più soft dei Tories che fin dall’inizio erano stati sostenitori del Leave. La retorica del riprendere in mano il controllo del proprio Paese, del tornare ai vecchi valori di una volta e del privilegiare gli inglesi (che è un eco del Make America great again che ha segnato il trionfo di Trump) si è rivelata vincente e ha convinto moltissimi elettori a votare con una scarsissima consapevolezza delle conseguenze.

A proposito di questo voto e più in generale per quanto riguarda la politica degli Stati europei, è evidente come i populismi e i nuovi nazionalismi attirino principalmente l’attenzione e l’interesse delle persone più anziane: una fetta sempre più consistente dell’elettorato in molti dei Paesi più sviluppati, che hanno visto la propria nazione, in un passato abbastanza recente, in una posizione di sovranità e rilevanza internazionale maggiori rispetto ad oggi. La globalizzazione e il progressivo smantellamento degli imperi coloniali hanno avuto come risultato una perdita notevole di peso politico dei singoli Stati, il tutto accompagnato dall’ascesa delle nuove potenze mondiali.

Fra tutte le nazioni, il Regno Unito è sicuramente quella che più ha vissuto, insieme alla Francia, questo fenomeno. Il popolo inglese si è ritirato sulla propria isola abbandonando gradualmente un Impero di estensione intercontinentale: proprio a questa grandezza perduta si appellano i messaggi populisti. La generazione del Leave è quella che ha assistito a questo processo, con un contemporaneo aumento esponenziale delle disuguaglianze sociali che ha portato a un impoverimento del ceto medio a vantaggio di pochi ricchi. È proprio questo infatti il target principale degli slogan di Farage: più che da ideologie razziste o strettamente di destra, gli elettori del Brexit Party sono accomunati da un desiderio di riscatto e di maggiore rilevanza economica e sociale. Non è un caso infatti che il partito abbia tolto voti sia al Labour sia ai Tories, relegandoli a percentuali a dir poco sorprendenti, considerato il forte bipolarismo che aveva caratterizzato la politica inglese per molti anni.

E le nuove generazioni come si collocano in questo scenario? Ci sono segnali di un’inversione di tendenza? Un dato che sicuramente fa riflettere è che fra i giovani domina l’astensione, mentre i più anziani sono i più affezionati al voto: alle elezioni europee hanno votato il 28 % degli aventi diritto fra i 18 e i 24 anni e il 51 % di quelli sopra i 50 anni[1]. Come si può spiegare questo fenomeno? La risposta probabilmente deriva da fattori diversi ed è piuttosto complessa. Sicuramente l’offerta e i programmi politici poco guardano ai giovani, in primo luogo perché, ragionando in ottica puramente elettorale, sono una percentuale molto bassa dei votanti, soprattutto nei Paesi più sviluppati, e allo stesso tempo perché, a parte poche eccezioni, la classe politica e i leader principali sono dei “dinosauri della politica”, cresciuti in un mondo completamente diverso da quello odierno e che faticano ad adeguarsi al cambiamento sempre più rapido della società (basti pensare ai passi da gigante compiuti dal mondo digitale negli ultimi anni). I cosiddetti millenials fanno quindi fatica a riconoscersi in qualche partito o a costruire una propria coscienza politica perché non trovano le risposte alle domande e ai problemi che si pongono (che sono spesso incomprensibili agli occhi di chi ha una mentalità irrigidita dal tempo) e soprattutto hanno pochissimi interlocutori con cui potersi confrontare.

Un esempio lampante di questo scostamento è il dibattito sui cambiamenti climatici. Dalle elezioni europee, risulta evidente come la crescita dei Verdi in quasi tutti i principali Paesi sia soprattutto espressione del voto dei giovani; tuttavia non dappertutto questi movimenti hanno ricevuto la stessa attenzione e rilevanza politica. Se infatti in Germania i Grüne hanno toccato il record del 20.5 %, in Italia Europa Verde non ha nemmeno superato la soglia di sbarramento, attestandosi intorno al 2 %: questa differenza è evidentemente legata a una presenza molto più duratura del partito nello scenario politico tedesco e soprattutto a una precisa intenzione verso un tema che diverrà sempre più cruciale nei prossimi anni e che, purtroppo, nel nostro Paese ancora non si è manifestata.

Quello dei cambiamenti climatici è solo uno dei grandi temi cari alle generazioni più giovani (probabilmente il più importante) e potrebbe e dovrebbe essere un punto di partenza per la creazione di un nuovo orizzonte politico. Non sarà possibile arrivare a eliminare completamente il contrasto generazionale fra persone che inevitabilmente sono nate e vissute in contesti completamente diversi, ma è evidente che nel futuro prossimo bisognerà cercare in qualche modo di limarlo. Se gli europei invecchiano sempre di più, non possiamo permetterci che l’Europa, e il nostro pianeta con essa, subiscano lo stesso destino.


[1] Dati Euronews

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