Giovane fino all’ultimo

di Francesco Ronzoni

Quando per la prima volta venni sconfitto, mi resi subito conto di essere vecchio. Fu un colpo forte per me, che mi lasciò un sapore amaro in bocca. Il tempo del mio regno era crollato, ormai ero passato in secondo piano, inutile agli altri e a me stesso. Dopo sedici anni di vita, dovetti ammettere che l’esperienza non può vincere la forza dei giovani. Uno spiraglio di quest’idea mi aveva già fulminato nove anni or sono, quando la mia gloria venne per la prima volta cantata in tutta la savana. Avvenne che, mentre sferravo il mio ultimo colpo sulla pellaccia di mio padre, graffiandolo mortalmente, intesi che la mia gioventù era la più forte arma di cui disponessi. Da quel momento in poi, ogni leone seppe riconoscere ed evitare il mio ruggito. Nella savana non c’era anima che non mi conoscesse. Le antilopi e le zebre salutarono molti cari a causa mia; gli elefanti e le giraffe rispettarono il mio territorio con venerazione e sottomissione; i giaguari ed i ghepardi, con il tempo, accettarono di fare banchetto con gli avanzi; mentre per le iene e per gli avvoltoi io fui una grande divinità: capace di procurare ingenti risorse di cibo, lasciavo dietro le mie spalle una montagna di carcasse, che ai loro occhi è il più lauto dei pasti. Ma la vita non mi concedette più di nove anni. Fu uno dei miei stessi figli che mi sfidò: giovane e scriteriato, si contrappose al mio passaggio e poi, ruggendo, mi invitò ad intraprendere uno scontro con lui. I miei istinti tremarono, consci della superiorità del nemico. Non avevo speranze di vincere il combattimento puntando sul fisico, così fui costretto a considerare bene le mie energie e pazientare, in attesa che il mio avversario mi attaccasse. Quando caricò, il suo scatto lo portò in alto sopra di me, a sufficienza da poter raggiungere la mia pelle con i suoi artigli acuminati ed infliggermi ferite superficiali. La mia agilità venne messa a dura prova e altrettanto fu per i miei muscoli. Cercai, allora, di sfruttare il momento di confusione, mentre entrambi rotolavamo ferocemente aggrappati l’uno all’altro, per mordergli il muso, mirando soprattutto ad accecarlo e a ferirlo alla mandibola. Chiusi le mie mascelle su di lui, ma non fui abbastanza veloce nel ritirarmi e i suoi canini affilati seppero raggiungermi ed infierire sul mio collo, aprendo una vecchia ferita. Ci dividemmo dalla nostra presa e, a quel punto, la situazione fu chiara a tutti, in particolare ai giovani leoni che ci osservavano, curiosi. Per me la storia tramontava, segnando l’alba di un nuovo regno; sebbene io fossi stato il più forte: tra tutti, l’unico imbattuto, la vecchiaia giunse anche da me. Fortunatamente questa vecchiaia che mi pesa tanto non durerà molto, giusto il tempo di dissanguarmi, così potrò finalmente ingrassare nuovi avvoltoi, continuando il ciclo della natura; e non potrei chiedere di meglio alla mia morte, se non di essere il principio da cui possa scaturire altra vita. Eppure io, adesso, sono ancora solo un vecchio e come tale mi abbandono nel ricordo e nella memoria, sperando di poter mettere una volta per tutte pace alla mia esistenza.

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