Boom, baby: Italia, crollo della natalità e difficile ricostruzione

di Paola Gea

474mila nel 2016, 458mila nel 2017, 449mila nascite nel 2018. Si potrebbe ripercorrere la scala dei dati Istat all’indietro, anno dopo anno, fino a raggiungere il cosiddetto baby boom, ovvero il triennio 1963-1965 in cui è stato registrato un incremento demografico significativo in Europa e negli Stati Uniti. Ma sono altri gli anni, più vicini alla soglia del XIX secolo, a fare da anticamera all’attuale fenomeno del continuo calo delle nascite, o dell’invecchiamento della popolazione – a seconda del punto di vista. Nel rapporto Istat su natalità e fecondità del novembre 2018 si legge che, da una parte, le cosiddette baby-boomers (le donne nate tra la seconda metà degli anni Sessanta e la prima metà dei Settanta) stanno uscendo dalla fase fertile; dall’altra, le generazioni più giovani sono sempre meno consistenti. Queste generazioni scontano l’effetto del cosiddetto baby-bust, ovvero la fase di forte calo della fecondità del ventennio 1976-1995. Negli anni immediatamente successivi allo scoppio della crisi del 2008 si è registrata un’inversione di rotta: se dal 1995 il numero delle nascite per anno aveva ripreso ad aumentare, dal 2010 fino a oggi è precipitato, tanto che ogni anno si parla di “minimo storico”; e forse è stato proprio l’aver collezionato tanti minimi storici ad aver spinto, nel 2016, la ministra della salute Beatrice Lorenzin a prognosticare un “crac demografico” per gli anni a venire.

Questa discesa nella palude della natalità, dove le acque della fertilità ristagnano e sembra che nessuna politica sia in grado di bonificare efficacemente la situazione, non riguarda però solo l’Italia: se spostiamo lo sguardo più in là, ad oggi nessuno Stato membro dell’Unione Europea ha un tasso di fecondità che supera il cosiddetto “tasso di ricambio”,ovunque inferiore a 2,1 figli per donna – soglia che permetterebbe di mantenere le dimensioni della popolazione costanti nel tempo. In questa condizione si trovano quasi tutti i Paesi dell’OCSE, anche se l’entità del problema varia da Paese a Paese. Ma c’è qualcuno in particolare che è riuscito a invertire questa tendenza negativa meglio di tutti:la Svezia.

Nonostante il Paese scandinavo registrasse durante il baby-bust le stesse cifre a ribasso degli altri paesi, negli anni ‘90 è stato raggiunto un tasso di fecondità di 2,13: un punto di svolta, grazie all’adozione di efficaci misure di spesa pubblica per la natalità. Se guardiamo agli anni più recenti può essere utile un confronto con l’Italia: secondo le analisi di dati Eurostat, soltanto nel 2016 la Svezia ha speso per “social protection for family/children” il 3 % del PIL, contro l’1,8 % italiano e il 2,4 % medio dei paesi UE. In termini di euro pro capite, la Svezia si attesta su una spesa annua per persona quasi tripla rispetto a quella italiana (di 490 euro). Ciò significa che i benefici per le famiglie con figli assorbono il 10% della spesa pubblica totale svedese, contro il 6 % di quella italiana. Sebbene sia necessario sottolineare che la Svezia parte avvantaggiata per almeno due motivi – il debito pubblico è molto più basso di quello italiano e di conseguenza la spesa per interessi è molto limitata rispetto alla nostra, e inoltre l’evasione fiscale è quasi inesistente, mentre in Italia è intorno all’8 % del PIL – c’è un altro fattore da considerare oltre alla maggiore quantità di risorse a disposizione, un fattore probabilmente più pregnante dei numeri. Si tratta della qualità delle misure.

Il “modello Svezia”, coerente con il modello scandinavo di welfare, si caratterizza per poche e semplici misure rivolte a tutta la popolazione. L’unica condizione per poter richiedere il sostegno economico riguarda solitamente l’età del figlio a carico. Le prestazioni sono erogate in forma di sussidi monetari o di agevolazioni nella fruizione di servizi pubblici (per esempio asili nido o trasporto pubblico locale), mentre sono totalmente assenti interventi dal lato della tassazione. Al contrario, il sistema italiano è frammentato in tante piccole misure di importo e durata limitati, spesso riservate solo ai nuclei familiari in condizioni di disagio economico.

Il congedo parentale svedese è tra i più generosi al mondo: 480 giorni complessivi a disposizione dei due genitori, di cui 390 retribuiti all’80 % dello stipendio medio incassato negli otto mesi precedenti la richiesta. In Italia, invece, il congedo parentale – da cui sono esclusi disoccupati e lavoratori domestici – si può ottenere per un massimo di 300 giorni, con un’indennità pari soltanto al 30 % dello stipendio. A differenza di quanto avviene in Italia, inoltre, la percentuale di padri che usufruiscono del congedo parentale in Svezia è molto elevata.

Per quanto riguarda il “bonus bebè”,in Svezia le cifre si aggirano attorno ai 1.455 euro annui per ogni figlio al di sotto dei 16 anni; l’equivalente italiano – introdotto a partire dal 2015 – prevede invece un assegno di 960 euro annui, destinato per un solo anno alle famiglie con indicatore ISEE inferiore a 25mila euro (il doppio dell’importo per le famiglie con ISEE inferiore a 7 mila euro).
Anche in merito agli asili nido la Svezia si distingue considerevolmente dall’Italia. Grazie al tetto imposto alle rette degli asili (che varia da zero a 134 euro al mese in base al reddito familiare, mentre in Italia, a Lecco, è stata toccata la vetta di 650 euro), secondo i dati OCSE del 2015 una famiglia svedese con due figli al di sotto dei 3 anni e in cui entrambi i genitori lavorano spende mediamente soltanto il 4 % del proprio reddito per pagare le rette. Considerando inoltre l’azione propulsiva degli asili aziendali, non stupisce che in Svezia, secondo i dati Eurostat del 2017, oltre il 50 % dei bambini fino a 3 anni frequenti una struttura per l’infanzia, mentre l’Italia si ferma al 29 %, un dato che si espande e si comprime lungo il divario tra nord e sud, fino ad arrivare al 33 % dell’Emilia-Romagna contro l’8 % della Campania. Oltre alla mancanza di una cultura dell’asilo nido, le ragioni dietro questi dati sono numerose: l’unico strumento di sostegno introdotto in Italia, il “bonus asilo nido”, prevede un rimborso delle spese sostenute per un importo pari a 1.000 euro annui per 3 anni; la carenza di asili nido e le rette elevate orientano le scelte delle famiglie verso contesti abusivi (soprattutto nel Sud) o verso l’aiuto informale dei parenti.

Oggi, il ministro della famiglia Lorenzo Fontana indica tra le cause principali del calo di natalità l’aborto, ma non può nascondersi dietro questo fantoccio per legittimare l’incessante invecchiamento della popolazione, perché se guardasse ai numeri del contesto internazionale si accorgerebbe che più aborti non significano necessariamente meno nascite. Secondo dati Eurostat, i tassi di natalità netti più alti del 2016 sono stati registrati in Irlanda, Svezia, Regno Unito e Francia. Al contrario, i più bassi si registrano negli Stati membri del Sud – tra cui Italia, Portogallo e Spagna. Nello stesso anno il maggior tasso di abortivitàogni 1.000 donne in età fertile (15-44 anni circa) si è registrato in Svezia, Regno Unito e Francia, mentre i tassi più bassi sono stati registrati in Italia, Portogallo e Spagna.

Il ministro Fontana dovrebbe, piuttosto, chiedersi quali possano essere le reali misure da adottare per invertire la tendenza di crisi demografica. Oltre a quelle generali volte alla ripresa economica, infatti, sarebbero imprescindibili delle politiche adeguate disupporto alla genitorialitàfinora mancate negli ultimi anni. Oltre alle invettive contro l’aborto e alla sacralizzazione della “famiglia naturale”, la manovra del governo gialloverde non ha fatto, per ora, che confermare le misure esistenti – ad eccezione del “voucher babysitter”. Le novità previste per il 2019 sono minime: l’importo del “bonus bebè” viene aumentato del 20 % a partire dal secondo figlio; il “bonus asilo nido” sale da 1.000 a 1.500 euro annui; il congedo obbligatorio di paternità passa da 4 a 5 giorni, mentre quello di maternità può essere posticipato fino al giorno del parto in presenza di una apposita autorizzazione del medico. È difficile credere che piccole variazioni di misure già in vigore possano avere un impatto positivo e significativo sui livelli di natalità. Per cominciare, sarebbe forse più opportuno provare a introdurre congedi sul modello svedese e maggiori sussidi per i servizi di cura per l’infanzia.

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