Paris is burning

di Ernesto Martellaro

Parliamo di drag queen. Parliamo della New York anni ’80, quella “difficile” e violenta. Parliamo soprattutto di appartenenza.

Il film-documentario Paris Is Burning (1990) di Jennie Livingston, senza banalizzare questi temi, ma ritraendoli in tutta la loro autenticità con forza e sfrontatezza, ci accompagna nelle ball rooms newyorkesi in cui prendevano vita veri e propri show drag, tanto colorati quanto esagerati, chiamati semplicemente balls (“balli”). Sul palco di queste ball rooms, tanti giovani, avendo finalmente la possibilità di assecondare la propria vocazione creativa, si sfidavano in performance di ogni tipo e riuscivano a diventare quelle “star” che tanto sognavano nella vita reale. Trucco, abiti, calze e nessun limite, nessuna censura, se non quella imposta dalle grida o dalle risate della sala. Creatività, carica erotica e voglia di uscire da categorizzazioni sessuali troppo strette convergevano in uno spazio che finiva per diventare un rifugio.

Perché appena oltre i confini di queste sale, la realtà sapeva essere assai dura. «Tu sei nero, maschio e gay. Ti faranno vedere i sorci verdi. Se vuoi farcela, dovrai impegnarti come non avresti mai pensato», dice qualcuno all’inizio del film. Le strade dei sobborghi di New York negli anni ’80, a quanto pare, erano spietate. Violenza, criminalità e povertà non erano certo sconosciute, e di sicuro non lo erano per chi partecipava ai balls, per chi era omosessuale e per quelli che vedevano la distinzione tra i “generi” in maniera “anormale”. Tutto ciò, in un istante, poteva diventare emarginazione e discriminazione, traducendosi molto spesso nella perdita delle proprie famiglie, spaventate da figli che decidono inspiegabilmente di indossare “abiti da donna”.

E si comprende, così, un’altra singolare dinamica descritta da Jennie Livingston nel film: i partecipanti a ogni competizione appartenevano a una delle tante “famiglie drag”, cioè gruppi, intesi come clan o fazioni, che avevano a capo una “mamma drag” e che si sfidavano nelle performance di ciascuna serata. Queste famiglie drag, per molti giovani, erano essenziali per costruire un nuovo senso di appartenenza e sentirsi al sicuro in un contesto tutt’altro che semplice. Rappresentavano innanzitutto il desiderio – umano – di sentirsi accettati e, al contempo, costruivano un concetto di famiglia che ancora oggi faticherebbe ad essere compreso ed accettato.

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