Lei, lui

di Paola Gea

Si ricorda molta luce, lunghi rettangoli di luce sul pavimento simili a strascichi di abiti da sposa. Aveva infilato il mozzicone della sigaretta nella bottiglia di whiskey di suo marito, aperto fin dal primo mattino. Era entrata nella luce della finestra più grande, quasi danzando, con frammenti del suo matrimonio nella testa ad ogni passo. Lucida – a dispetto dell’alcool inghiottito durante il giorno, per dare sangue alla metamorfosi, non si era mai sentita così determinata. Mancava solo il corpo, che non era cambiato molto dal giorno in cui se l’era trascinato sull’altare quasi fosse un manichino, ricoperto tutto di bianco perché non si vedessero i lividi. La stoffa era tanto spessa che la faceva sembrare farcita come la torta nuziale. A quel pensiero aveva riso da sola, alla finestra.

Si ricorda che intanto lungo il vialetto sfilava la vicina di casa. Una cascata di capelli posticci, un cappotto blu elettrico che non riusciva a rimpicciolire spalle e braccia, un metro e novanta per via degli stivali alti. Si faceva chiamare Wanda, e quando si presentava pronunciava il suo nome con accento francese, stringendo le labbra a forma di culo. I ragazzi la prendevano in giro. Ma il nome non era nulla, alla gente infastidiva di più tutto il resto: i vestiti sgargianti, il trucco, il seno finto e i muscoli, il profumo acre. Ogni tanto, Wanda usciva a fumare sul pianerottolo mentre lei stendeva o ritirava i panni. Le raccontava sciocchezze, tanti pettegolezzi, sempre con quella voce nasale e buffa tranne quando rideva. Quando rideva, il suo timbro sprofondava in suoni rauchi e scuri. Una volta Wanda le aveva detto se tu fossi un uomo mi innamorerei di te, e lei aveva sorriso, e prima di rientrare Wanda aveva aggiunto mi piaci perché mi chiedi se sto bene ma non vuoi sapere nulla di questa mia vita del cazzo.

Si ricorda che anche quel giorno aveva guardato Wanda entrare in casa, ma che poi era trasalita pensando che se Wanda era tornata dovevano essere quasi le sette. Del velo da sposa per terra non restava che qualche brandello di luce, mentre il sole tramontava segnando il ritorno del marito. Allora era corsa all’armadio e si era sollevata in punta di piedi per prendere la camicia. La stoffa era spessa e ruvida e aveva il suo odore. Se l’era messa, arrotolando le maniche enormi. Poi aveva preso un paio di pantaloni e una cintura, se li era infilati e ci aveva infilato dentro la camicia. Si era infagottata in quell’armatura calda e pungente. La mattina si era tagliata i capelli, li aveva lasciati lunghi solo due dita, come lui. Li aveva sporcati con del dopobarba perché odorassero.

Si ricorda che all’ultimo aveva preso del grasso per scarpe e se l’era spalmato sul viso con i gesti di chi si rade. Si era guardata allo specchio: nella penombra, gli assomigliava. Era tornata in salotto e aveva acceso un’altra sigaretta; qualche minuto dopo il marito era sulla soglia ubriaco.

Si ricorda che le aveva gridato hai fumato le mie sigarette, stronza, c’è odore di fumo – l’odore di alcool non avrebbe potuto notarlo tanto ne era immerso. Poi si era avvicinato, con i muscoli del braccio già tesi a sbatterla contro qualcosa, ma ecco che un altro odore familiare, troppo familiare l’aveva raggiunto prima che riuscisse a colpirla. Era l’odore del suo dopobarba, misto a sudore e tabacco. All’improvviso l’aveva guardata. L’aveva guardato. Erano uno di fronte all’altra, entrambi con una camicia a quadrettoni e confusi. Lei ad ogni respiro sentiva il proprio petto irrobustirsi – le pareva di essere alla stessa altezza del marito e di poterlo guardare dritto negli occhi. Lui aveva ancora la mano alzata, di colpo irrigidita. Chi sei, sei venuto per punirmi, aveva biascicato dopo un lungo silenzio. Dovresti vergognarti, aveva esordito lei e lui aveva sussultato – era il suo ritornello. Lei avrebbe potuto continuare il copione a memoria: dovresti vergognarti, non sei buona a nulla, nemmeno a darmi un figlio, sei una parassita e neanche sei riuscita a tenerti stretta i soldi di tua madre, io mi rompo la schiena in fabbrica ogni giorno e tu mi aspetti qui a casa con quel cazzo di sguardo, come se fosse colpa mia. Dopo quelle parole, di solito, lei si proteggeva la faccia con le mani e piangeva dando fuoco alla rabbia del marito con le lacrime. Ma quel giorno lui si era accucciato maldestramente sul pavimento e non osava guardarla. Da lì sentiva l’odore dei suoi scarponi di cuoio e immaginava la suola dura calciarlo più volte. Invece, lei si era piegata su di lui e, vinto l’impulso di strappargli braccia e gambe e rovinare la sua faccia fino a non riconoscerlo più, aveva iniziato a strappargli solo i vestiti. Questo momento, di solito, arrivava dopo i calci. Il marito la stendeva per terra e bloccandola con il suo peso la spogliava rudemente. Quel giorno lui si era sdraiato da solo, piangendo e lei seduta sopra di lui a cavalcioni gli ripeteva come una ninna nanna sanguisuga, puttana, testa di cazzo, stronza. Quando poi aveva visto la sua pelle nuda, bianca e integra, le era salito il sangue alla testa. Forse era la sbronza, o forse non era più lei a gridare e a graffiare, a tirare pugni come aveva sempre visto e sentito fare su di sé. Il marito si proteggeva il petto con le braccia, la bocca con le mani. Quella bocca che le aveva lasciato tumefatta tante volte, ora lei l’aveva sotto di sé. E proprio quando avrebbe potuto rompere il muso alla bestia aveva incrociato il suo sguardo e si era bloccata. Era il suo sguardo, che ora il marito le aveva rubato. Umido e spento quasi come gli occhi di un micio ancora cieco.

Allora si era alzata e aveva trascinato il marito con rabbia fredda verso gli avanzi della torta nuziale, non sazia ma con l’impressione di aver fatto indigestione per sempre, l’aveva tirato fino alla porta di casa e l’aveva sollevato con forza.

Non si ricorda se, una volta sul pianerottolo, era stata lei a spingerlo o se lui si era lasciato rotolare giù in strada. Wanda era uscita e lo guardava. Appoggiata alla porta di casa l’aveva osservata rientrare, prendere le bottiglie vuote e scaraventarle per terra, vicino al corpo del marito. Ma i gesti erano talmente aggraziati che sembrava stesse lanciando del riso.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...