Intervista a Roberto Turati

di Francesco Marinoni

L’anno scorso, anche Bergamo finalmente ha avuto l’occasione per la prima volta di ospitare la parata del Gay Pride. Abbiamo parlato con una delle persone che ha contribuito alla realizzazione di questo storico evento: Roberto Turati, giovane Presidente del Comitato Bergamo Pride dal 24 ottobre scorso.

Altro: Come nasce il tuo impegno in Bergamo Pride e da quanto tempo hai iniziato a fare attivismo?

Roberto: Ho iniziato a fare attivismo a partire dall’ultimo anno di liceo, nel quale è iniziata la mia prima esperienza in Arcigay, dapprima come volontario negli eventi e successivamente entrando a far parte del Comitato. Mentre l’anno scorso non si è riusciti ad essere del tutto compatti nella organizzazione del Pride, quest’anno abbiamo finalmente un Comitato unico, ed essere stato proposto come Presidente è per me un grande onore e un impegno a cui dedico ormai gran parte del mio tempo. Sono contento di avere ottenuto la stima e la fiducia di molte persone che non mi conoscevano, e soddisfatto di essere riuscito a unire le forze fra le varie associazioni per i diritti LGBT. L’obiettivo del Pride di quest’anno è cercare di dare un senso più politico all’evento e abbiamo infatti inserito nel documento quattro rivendicazioni per concretizzare il grande risultato, in termini di numero di partecipanti, dello scorso anno.

A: Nel vostro Comitato prevalgono i giovani o gli attivisti di più lunga data?

R: Tanti di coloro che oggi ne fanno parte sono alle loro prime esperienze di attivismo quindi sì, c’è un buon nucleo giovanile all’interno del Comitato. Non mancano chiaramente anche figure storiche del movimento a Bergamo, che rendono l’insieme abbastanza eterogeneo: si va dai 16 anni fino anche ai 50.

A: Spesso vi siete ritrovati a portare avanti battaglie e a scendere in piazza insieme ad associazioni femministe come per esempio Non una di meno: come vivete il dialogo con queste altre realtà?

R: È un rapporto che definirei dialettico: di recente si è visto con l’8 marzo e il Congresso di Verona come il movimento femminista sia vicino alle nostre istanze, ma non è chiaramente sovrapponibile. A livello locale per esempio la relazione con Non una di meno è ottima, ma non si può dire la stessa cosa in generale. Sicuramente ci sono affinità quando si parla di violenza di genere ed è anche vero che movimenti come quello che hai citato stanno prendendo una direzione trans-femminista, ma ci sono inevitabilmente delle diversità di impostazione. La volontà di combattere battaglie comuni comunque ci permette di unire le forze quando possibile, anche tenendo conto che all’interno del Comitato ci sono posizioni molto diverse su questi argomenti e il mio ruolo è anche quello di cercare di mediarle. Chiaramente le rigidità da entrambe le parti non aiutano questa collaborazione: credo che lo spirito giusto sia riconoscere i meriti altrui e allo stesso tempo portarne di propri. In ogni caso, il Congresso è stata un’ottima occasione di condivisione di sensibilità ed esperienze: a Bergamo va il merito di aver promosso attivamente la stesura di un unico comunicato per cinque Pride lombardi (Milano, Monza, Varese, Brescia oltre a noi). Spero sia il primo passo per un futuro di sempre maggiore collaborazione.

A: Credi che in Italia sia possibile in un futuro arrivare a superare certi stereotipi, che appaiono ad oggi ancora molto radicati nella società? In particolare, quanto pesa la presenza della Chiesa?

R: In un futuro prossimo non credo, ma più avanti sicuramente. Secondo me è necessaria una comprensione reciproca, sia da parte delle associazioni LGBT verso mondi che faticano a recepirle sia viceversa. Penso che molto in questo senso dipenda dall’educazione di genere nelle scuole, che nel nostro Paese è ancora molto scarsa, e nelle famiglie. Parlando del mondo cattolico invece, vorrei evitare di cadere in facili stereotipi. Ci sono stati episodi spiacevoli da parte di alcune frange, peraltro minoritarie, legate alla Chiesa, ma credo sia inevitabile riconoscere e accettare che l’Italia sia un Paese in cui le radici cattoliche sono fondamentali. Certo, questo ci pone su piani diversi rispetto ai paesi con cultura anglosassone in cui infatti sono nati i primi movimenti LGBT. Non la vedo per forza come una cosa intrinsecamente negativa, basta soltanto prenderne atto e agire di conseguenza. Parlando di Bergamo nello specifico apprezziamo il fatto che l’Eco abbia scelto quest’anno di dedicare un trafiletto alla nostra conferenza stampa, a differenza dell’anno scorso in cui il Pride era stato completamente ignorato. Dopodiché sicuramente molti passi ancora sono da fare in questo senso.

A: Da un punto di vista politico, vedi al momento in Italia una forza che a tuo parere si sta impegnando seriamente per i diritti LGBT?

R: Sinceramente no, non con continuità quantomeno. Sicuramente la legge sulle unioni civili è stata un passo avanti, ma è ancora insufficiente per molti versi. I partiti coerenti da questo punto di vista sono forse +Europa e alcune parti della sinistra, ma per il resto si tratta principalmente di esponenti singoli. Anche portare avanti provvedimenti contro gli hate crimes, molto condivisibili, ha trovato ostacoli in diverse forze sia di Destra sia di Sinistra. In generale, il clima politico è abbastanza contraddittorio, con le varie forze che ospitano al loro interno sia elementi più progressisti sia più conservatori. Bisogna sfruttare le occasioni politiche per ottenere dei miglioramenti, per quanto possibile: a noi resta il dovere di stimolare i partiti e portare avanti le nostre battaglie, attenzionando provvedimenti negativi come il DDL Pillon e allo stesso tempo promuovendo idee nuove. In particolare, siamo molto indietro per quello che riguarda le persone transessuali e intersessuali, di cui si parla troppo poco, tema che infatti costituisce uno dei punti delle rivendicazioni del Comitato Bergamo Pride. Gli altri sono una revisione del Diritto di famiglia, una legge che prevenga e sanzioni i reati di violenza di matrice omo-lesbo-transfobica ed un corso di autoformazione sulle questioni di genere in seno alla pubblica amministrazione. Abbiamo inoltre previsto la possibilità che la PA si doti di un doppio tesserino per utenti e dipendenti transgender, sulla scia della buona pratica già adottata da UniBG.

A: Quale pensi sia il ruolo dei nuovi mezzi di comunicazione nelle vostre battaglie?

R: In generale sono un ottimo strumento se utilizzati correttamente: tramite i social è più facile far conoscere le iniziative delle associazioni oppure, per esempio attraverso le chat di incontri, una persona che pensa di essere sola al mondo ha l’occasione di entrare in una comunità più ampia. Chiaramente non aiuta la semplificazione che questo modo di comunicare porta con sé: la banalizzazione mediante l’uso di stereotipi non aiuta il realizzarsi di un dibattito su argomenti complessi. Dobbiamo sforzarci di utilizzare gli strumenti che abbiamo in modo corretto e l’unico modo per affrontare un dibattito pubblico velenoso è smettere di esserlo: spesso si tende ad attaccare il proprio nemico usando gli stessi metodi.

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