Hum aurat

di Elisa Morlotti

Unite dallo slogan “hum aurat” (tradotto, “noi donne”), migliaia di pakistane hanno manifestato lo scorso 8 marzo per denunciare le ingiustizie e le violenze che molte di loro devono subire abitualmente. La Aurat march non è stata organizzata da alcuna associazione o movimento particolari, ma è frutto dell’ondata di femminismo che si sta diffondendo negli ultimi anni in Pakistan, Paese in cui la condizione della donna è fra le peggiori al mondo. Purdah (la pratica che vieta alle donne di mostrarsi agli uomini in determinate occasioni e le obbliga a indossare il burqa), matrimonio infantile, violenze e molestie, delitti d’onore mai adeguatamente puniti sono solo alcuni esempi di ingiustizia nei confronti di moltissime donne. Portavoce e difensori di questo aspetto della cultura pakistana sono soprattutto i gruppi religiosi islamici presenti sul territorio, che interpretano alcune pagine del Corano leggendovi la superiorità dell’uomo rispetto alla donna. Anche per questo motivo, la marcia delle donne è stata vista come un attacco ai valori culturali e tradizionali del Pakistan ed è stata oggetto di critica da parte di molti leader religiosi e politici; alcune attiviste e organizzatrici dell’evento sono state contattate su internet e minacciate di stupro e di morte.

Considerata la situazione, stupisce il fatto che, negli ultimi anni, una parte del corpo di polizia della regione di Khyber Pukhtunkhwa, regione fra le più conservatrici del Pakistan, sia composta da donne. In realtà, la scelta di arruolarle nella polizia, specialmente nei nuclei antiterrorismo, è solo strumentale e non è dovuta ad alcun ideale di parità di genere o di uguaglianza. In poche parole, la presenza femminile fra le forze armate è necessaria per poter operare e compiere arresti senza inimicarsi la popolazione locale. Infatti, per la cultura pashtun, gli agenti maschi non possono perquisire una donna con il burqa, né entrare in qualsiasi ambiente di un’abitazione in cui non ci siano solo uomini. La partecipazione femminile alle operazioni militari, quindi, ha semplificato molto gli arresti di terroristi e integralisti armati: solitamente, i primi agenti ad entrare in un’abitazione durante un’irruzione sono donne, che allontanano le ragazze presenti e permettono ai colleghi di intervenire. Se non si operasse così, probabilmente la popolazione locale, molto legata alle tradizioni pashtun, si ribellerebbe alle forze di polizia, favorendo i gruppi terroristici presenti in Pakistan.

La necessità di arruolare delle poliziotte è nata dopo il 2007, anno in cui molti gruppi armati integralisti si sono uniti sotto la bandiera del Ttp (Tehrik-i-taliban Pakistan). Nei tre anni successivi, il Ttp ha rivendicato 240 attentati, che hanno causato tremila morti e più di ottomila feriti. La presenza di organizzazioni terroristiche in questa regione, che confina con l’Afghanistan, è una conseguenza dell’intervento armato statunitense sul suolo afghano dopo l’11 settembre 2001. Molti integralisti afghani si sono rifugiati in Pakistan, trovando accoglienza e appoggio fra i leader religiosi più estremisti, in particolare quelli legati alla Lal Masjid (la moschea rossa) di Islamabad. Gli estremisti hanno iniziato a sfruttare alcuni aspetti della cultura del posto per attaccare bersagli istituzionali e statali. Anche le donne hanno contribuito agli attacchi: per loro era estremamente facile nascondere armi o esplosivi sotto il burqa. Da qua, appunto, la necessità di avere nei corpi di polizia anche delle figure femminili, che potessero quindi perquisire donne senza mancare di rispetto alla cultura locale.

Le poliziotte pakistane vedono nei loro confronti un atteggiamento positivo, poiché i colleghi si dimostrano gentili, aperti e persino protettivi. Il dubbio è che questa accoglienza non sia dovuta ad una nuova mentalità riguardo alla questione femminile, ma piuttosto semplicemente al fatto che ormai le donne sono necessarie e indispensabili per le forze armate del Pakistan. A proposito del suo lavoro, Rizwana Hameed, la prima donna a capo di una stazione di polizia di soli uomini, ha affermato: «Non ha senso sbattere la testa contro il muro per cancellare la differenza. Noi trasformiamo la differenza in un’arma». La speranza è che quest’arma, oltre che a livello militare, funzioni sul piano sociale; che vedere anche solo poche donne rispettate e tenute in considerazione aiuti i pakistani a capire che le loro connazionali devono avere gli stessi diritti e le stesse opportunità.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...