Finché il mio corpo mi rassomigli

di Teresa Belli

Nascere in un corpo altrui o, per meglio dire, che è nostro ma non ci appartiene; nascere e sentire che quello che gli altri vedono di te non è altro che un’immagine distorta, falsata. È questa la realtà con cui deve convivere chi ha una disforia di genere, ovvero sente che il sesso biologico del proprio corpo non corrisponde al proprio vissuto interiore; in altre parole, una persona che si sente di appartenere al genere opposto rispetto a quello in cui è nato.

Oltre al disagio personale che si trovano a vivere queste persone nella ricerca e accettazione di sé, spesso estremamente difficoltosa, grava su di loro anche un pesante stigma sociale. Le condizioni di vita di uomini e donne transessuali sono sempre state particolarmente difficili nella nostra società, che per sua natura tende ad allontanare gli elementi che non rientrino in certi canoni. La necessità di dare una definizione, di incasellare tutto in un ruolo preciso, immediatamente individuabile, viene inevitabilmente a scontrarsi con un modo di essere che per propria stessa natura esce dagli schemi classici e li scardina. Così la persona transessuale suo malgrado ha sempre rappresentato uno specchio in cui l’uomo medio si rivede, denudato delle proprie certezze e dei rassicuranti precetti.

Non a caso sono sempre stati denigrati e ghettizzati, soprattutto associandoli alla prostituzione, nomea da cui a volte anche oggi faticano a distanziarsi.

Le battaglie per l’eguaglianza sociale  che si sono susseguite nelle ultime decadi hanno avuto come principale scopo quello di dare una voce, una rappresentanza ad un gruppo per troppo tempo sotto e malrappresentato. Ad oggi si può dire che  il processo  di accettazione in generale stia migliorando. Nonostante certamente nel 2019 non si possa ancora parlare di parità, ci sono degli esempi di un progressivo abbandono di certe resistenze. Per esempio il caso di Pauline Ngarmpring, donna trans che lo scorso febbraio si è candidata alla presidenza in Thailandia.

D’altra parte la situazione politica odierna generale è spesso, a riguardo, in controtendenza. Non è più un’eccezione che gruppi che facciano della “normalità“ la propria bandiera abbiano una certa influenza politica. Circostanza, questa,  che mina la fragile situazione di una categoria così divisiva per l’opinione pubblica.

Un sondaggio del 2015 dell’ agenzia europea dei diritti fondamentali (FRA) riporta che il 54% degli intervistati  sente di essere discriminato e il 78% non ha parlato con nessuno del proprio essere trans prima dei 18 anni. Ma il dato più preoccupante è che solo l’ 1 % dichiara di non aver mai subito minacce o violenze, mentre il 28% dice di essere stato aggredito fisicamente. Questi dati sono la prova di un gravoso disagio sociale e privato, triste fotografia di una società non in grado di aprirsi al diverso.

Citando Voltaire: «Il grado di civiltà di un Paese si misura osservando la condizione delle sue carceri», e le carceri di oggi possono essere viste come simboli di coloro che vengono allontanati, emarginati dalla vita comune. Ancora oggi trans, cross-dresser, gender variant e queer sono specchi che rivelano l’ipocrisia della società.

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...