Work in progress

di Marta Naldi

La protesta dei gilets jaunes (in italiano gilets gialli) è una costante nelle piazze francesi dal 17 novembre 2018. Nato da un video divenuto virale su Facebook, il movimento aveva come primo obiettivo le misure del governo per scoraggiare l’uso della macchina. Rapidamente, però, il fronte si è ampliato sino ad assumere i contorni di uno scontro sociale: poveri contro ricchi, metropoli contro periferie.

Leggendo le rivendicazioni, molto eterogenee tra loro, il filo conduttore tra la maggior parte di esse è il bisogno di maggior sicurezza e la richiesta di misure contro la precarietà non solo economica ma anche sociale. Macron non solo ha ritirato l’aumento delle tasse sulla benzina, dei pedaggi autostradali e le altre misure dissuasive dell’uso dell’automobile ma ha concesso anche incrementi salariali e detassazione degli straordinari. Nonostante fossero state accolte le loro richieste iniziali, i gilets gialli non si sono fermati. Sabato dopo sabato le vie delle grandi città sono state teatro di scontri e invettive.

La rabbia è esplosa fra chi non si è sentito garantito e i politici, soprattutto il governo, che non hanno saputo rappresentare i loro interessi. Un altro episodio insomma della serie “Crisi di rappresentanza”, ormai edita in tutto il mondo seppur con diversi format.

I gilets gialli cercano un modo per far sentire direttamente la loro voce. In Italia, il MoVimento Cinque Stelle nasce da un analogo bisogno di democrazia diretta. Tuttavia, le modalità e i mezzi impiegati sono differenti. Il movimento italiano utilizza una piattaforma come fosse un’agorà. I francesi, in piazza, ci sono scesi davvero. Nonostante ciò, le manifestazioni sono organizzate via web e tra i militanti serpeggia l’idea di presentarsi alle elezioni europee come partito.

In cosa questa nuova organizzazione dovrebbe differenziarsi da quelle già esistenti? In che senso può salvaguardare il contatto con la cosiddetta base? Se i vecchi partiti si son rivelati insufficienti come poter trovare nuove forme di rappresentanza? La convivenza tra individui e popoli necessita di compromessi e, dunque, di corpi intermedi. Pensare di abbattere le forme usate sino ad ora senza fornire alcuna soluzione alternativa è pericoloso e imprudente. Oltre a istanze distruttive servono atteggiamenti propositivi. Se un tempo il partito era espressione di un blocco sociale, oggi le società sono più frammentarie e non di rado ci si riconosce solo parzialmente in programmi diversi.

Sorprendentemente, in Francia una proposta interessante è arrivata dal bersaglio attaccato. Macron sta incontrando numerosi sindaci, prossimi ai bisogni e alle necessità del territorio. L’iniziativa sta riscuotendo un tale successo che si vorrebbe prolungarla. Intanto negli ultimi sabati l’onda dei gilets gialli sembra progressivamente scemare; del resto, quando le istanze di ascolto, partecipazione e proposizione alla base di questo movimento vengono accolte, esso non ha più ragion d’essere ed è destinato molto probabilmente ad esaurirsi.

Resta il problema di come colmare la distanza, nella complessità delle società moderne, tra il bisogno di rappresentanza delle democrazie e quello di riconoscimento in esse dei cittadini. Vari laboratori si sono succeduti negli ultimi decenni (Occupy Wall Street, Podemos, etc), ma tanto lavoro resta ancora da fare.

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