Ombre cinesi sull’Africa

di Francesco Marinoni

Fra tutti i continenti, l’Africa nella storia recente è stato probabilmente quello che più ha vissuto lo sfruttamento delle risorse e l’influenza delle grandi potenze mondiali. Questo meccanismo non si è infatti sicuramente fermato con la decolonizzazione, assumendo forme diverse nel corso degli anni e protraendosi anche fino ai giorni nostri.

Per fare un esempio tutto italiano basta fare una ricerca sulle attività di ENI in alcuni Stati, fra cui spiccano due grandi scandali. Il primo riguarda l’assegnazione di un’area marittima nelle acque territoriali nigeriane per l’esplorazione alla ricerca di combustibile fossile, in cui sono coinvolti tutti i piani alti della dirigenza: le indagini hanno dimostrato come il diritto di sfruttamento sia stato concesso tramite il pagamento di una tangente da un miliardo di dollari all’ex ministro del petrolio Etete e ad alcuni intermediari, bypassando completamente il governo nigeriano.[1] Il secondo, raccontato lo scorso anno su L’Espresso, è incentrato sull’acquisizione a prezzo stracciato di una grossa riserva di gas naturale in Congo, con la complicità di Aogc, una società-satellite utilizzata da politici e imprenditori per intascare denaro e acquistare beni di lusso (in un Paese in cui metà della popolazione vive con un euro al giorno)[2]. Se a questo si aggiungono le numerose accuse mosse da alcune ONG di inquinare i territori circostanti le piattaforme e di assoldare milizie a protezione degli impianti[3], il quadro generale non è esattamente dei migliori, per quella che il Presidente Conte ha di recente definito «[un’azienda] che sta contribuendo ad affermare nel mondo l’eccellenza italiana in campo energetico, con attenzione particolare a tutti i processi che riducono la componente carbonica.»[4] Forse è il caso di rivedere l’idea di eccellenza che il nostro Paese vuole esportare all’estero.

Ma se gli interessi occidentali in Africa non sono certo un mistero, in tempi più recenti bisogna registrare la presenza di un nuovo ingombrante interlocutore che si interessa delle sorti del continente nero: la Cina di Xi Jinping ha infatti annunciato lo stanziamento di 60 miliardi di dollari di investimenti, a seguito del 7° Forum on China-Africa Cooperation (FOCAC 2018), svoltosi nei primi giorni di settembre dello scorso anno. Considerando che la stessa cifra era stata annunciata (ed elargita) nei tre anni precedenti, è chiaro che le mire cinesi sull’Africa sono sempre più concrete, ma le modalità con cui questo approccio è stato portato avanti si differenziano da quelle tipiche delle potenze europee e dagli Stati Uniti. Se da un lato infatti lo sfruttamento delle risorse è rimasto una costante, l’offerta messa sul piatto dalla Cina è decisamente innovativa, ed è stata accolta con favore dalla maggior parte delle nazioni africane. Anziché limitarsi ai cosiddetti “aiuti umanitari”, il piano di investimenti va molto oltre, con l’obiettivo ambizioso di dotare il continente delle infrastrutture di vitale importanza che sono uno dei più grossi freni al suo sviluppo. 

I motivi principali dell’interesse cinese sono la grande disponibilità di materie prime, necessarie alla crescita della nazione, l’allargamento del mercato di esportazione, che permette di contrastare la sovrapproduzione di merci, e l’acquisizione di un peso internazionale importante a livello geopolitico, andando a soppiantare progressivamente le potenze che negli scorsi secoli si erano alimentate anche e soprattutto grazie alle colonie.

Inoltre, «tutto il continente africano è incluso nel grande progetto di infrastrutture cinesi chiamato “nuova via della seta”. I cinesi hanno costruito la ferrovia che collega la capitale etiope Addis Abeba al porto di Gibuti, che sostituisce – e il simbolismo è forte – la precedente linea ferroviaria costruita dai francesi all’inizio del novecento. A Gibuti, un’ex colonia francese, c’è anche la prima base militare costruita dalla Cina fuori dal suo territorio nazionale.»[5] Il rapporto che si è venuto a creare è quindi vantaggioso per entrambe le parti e sta progressivamente riducendo l’influenza dei competitors storici, ovvero i Paesi occidentali, che tendono a vedere l’Africa più come un problema che come una risorsa. Esempio emblematico sono le parole di Trump, che ha definito «Paesi di merda» le nazioni da cui provengono la maggior parte dei flussi migratori.[6]

Naturalmente esiste anche un retro della medaglia: gli investimenti cinesi hanno determinato un indebitamento sempre maggiore degli Stati (il 14 % del debito dei paesi subsahariani è nei confronti delle banche cinesi), il che porta inevitabilmente a una sudditanza nei confronti del Paese creditore. Nonostante il presidente Xi Jinping abbia più volte dichiarato che gli investimenti non porteranno con sé interferenze nella politica nazionale, è chiaro che il ruolo della Cina come paese guida diventa sempre più importante per i leader africani.

Del resto, lo stesso presidente ha dichiarato: «Il mondo è sull’orlo di cambiamenti radicali. Vediamo come l’Unione europea stia gradualmente collassando e come stia rovinando l’economia americana. Tutto ciò porterà, nel giro di una decina d’anni, a un nuovo ordine mondiale, la cui chiave di volta sarà costituita dall’alleanza tra Repubblica Popolare Cinese e Russia».[7] Che questo nuovo ordine mondiale stia prendendo forma proprio in Africa?


[1] L’inchiesta è stata documentata dettagliatamente dal giornalista Luca Chianca di Report ed è citata in un articolo di Armando D’Amaro su Lo Spiegone.

[2] Ne parlano Paolo Biondani e Stefano Vergine su L’Espresso.

[3] Come si legge in un’intervista di Popoli a Elena Gerebizza, ricercatrice della Campagna per la Riforma della Banca Mondiale.

[4] Dichiarazione riportata in un articolo di Michele Arnese su Start Magazine.

[5] Citazione da un articolo di Pierre Haski pubblicato su France Inter e tradotto da Internazionale.

[6] Dichiarazione di Trump in presenza di alcuni parlamentari durante un incontro sul tema dell’immigrazione.

[7] La dichiarazione è riportata in un articolo di Fabrizio Poggi su Contropiano.

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