Il metodo mafioso

di Francesco Marinoni

Sin dall’unità d’Italia, ormai più di 150 anni fa, il nostro paese non è mai stato uno dei più semplici da tenere sotto controllo per lo Stato centrale. Le profonde divisioni interne, le particolari conformazioni geografiche di alcune regioni e una secolare tradizione di piccoli Stati in guerra fra loro sono elementi che hanno facilitato la nascita e il grande sviluppo di organizzazioni criminali in alcune aree, dette mafie, soprattutto nelle regioni del meridione. Ancora oggi, nonostante gli sforzi, la loro potenza e il loro controllo del territorio non sono stati del tutto abbattuti per numerosi motivi, fra cui anche quelli sopra citati.

Ma la caratteristica fondamentale delle mafie, quella che le accomuna nelle loro diverse forme, è la maniacale organizzazione a diversi livelli di potere, che permette loro di gestire con un numero di uomini tutti gli aspetti degli affari e della gestione. Fra i vari piani poi ci sono diversi gradi di segretezza, in modo tale che le informazioni riservate sono condivise e conosciute solo dalle persone più fidate; mentre la base della piramide è costituita perlopiù da sicari e uomini impiegati per il lavoro sporco, al vertice i boss vivono in luoghi spesso sconosciuti anche a gran parte dei membri dell’organizzazione, controllando e gestendo tutto avvolti in un’aura che in alcuni casi li ha resi delle vere e proprie leggende (si pensi alle figure di Provenzano o Di Lauro, divenuti veri e propri fantasmi nella loro latitanza).

Ma come è possibile, ci si potrebbe chiedere, che la malavita possa coinvolgere così tante persone, che spesso sono comuni cittadini? Qual è il segreto di una presa così forte sulla popolazione? Le mafie, come tutte le organizzazioni che hanno l’obiettivo di controllare affari e territori, sfruttano meccanismi di potere, manifestato e conquistato con mezzi molto diversi. Viene sicuramente da pensare agli atti intimidatori, alle stragi e agli episodi di violenza, ma non è tutto qui: uno degli strumenti più potenti è infatti senza dubbio il denaro, le possibilità che attraverso il crimine si aprono anche a un comune cittadino incensurato, soprattutto in aree in cui lo Stato è lontano e guadagnarsi da vivere è difficile.

Molto spesso poi a cadere nella “trappola” sono i giovanissimi, come mostra con crudezza il recente film La paranza dei bambini, tratto dall’omonimo romanzo di Roberto Saviano. I giovani ragazzini di Napoli protagonisti vedono nella camorra un’opportunità di fare soldi, che significano divertimento, aiuto per le proprie famiglie e soprattutto potere. Da semplici spacciatori arrivano a giocare il gioco degli adulti, decidendo di mettersi in proprio contro le cosche camorriste e assaporando la possibilità di diventare padroni. Emblematica in questo senso è la scena in cui il protagonista, Nicola, si affaccia dalla finestra del suo appartamento e osserva il mercato sotto di lui, assaporando il rispetto che la sua paranza si è guadagnata sugli abitanti del quartiere con le armi ma anche, per esempio, eliminando la pratica del pagamento del pizzo per i commercianti.

Si crea quindi una sorta di circolo vizioso, per cui la scelta non è più se entrare a far parte dell’organizzazione ma piuttosto se restarne fuori. Le mafie offrono paradossalmente tutto quello di cui si possa avere bisogno se si è disposti a lottare in un mondo crudele, fatto di vendette e tradimenti, che non risparmia nessuno. In una dinamica che ricorda molto quelle di alcuni animali che vivono in branchi, le varie famiglie si susseguono al potere scontrandosi in periodiche guerre, i cui vincitori dettano la legge per tutti fino a quando altri riescono a sconfiggerli. E se ai livelli più bassi le guerre si combattono sparando in strada, ai piani alti lo scontro si sposta in politica, nell’assegnazione degli appalti, nella gestione dei traffici di droga e prostituzione che generano i miliardi di cui ogni mafia ha bisogno per consolidare il proprio potere. Che appare ancora oggi molto difficile da scalfire.

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