Fratelli (d’Italia)

di Elisa Morlotti

«Uniamoci, amiamoci,/ l’unione e l’amore/ rivelano ai popoli/ le vie del Signore»: queste parole non sono tratte da un canto religioso, come ci si potrebbe naturalmente aspettare, bensì costituiscono i primi quattro versi della terza strofa del Canto degli Italiani, meglio conosciuto con il nome di Inno di Mameli. Quando cantiamo il nostro inno nazionale infatti, ci dimentichiamo ogni volta di ben 44 versi.

Composto nel 1847 dal giovane mazziniano Goffredo Mameli, il testo di questo canto vede la luce in un contesto storico caratterizzato da un fervente patriottismo, che avrebbe poi portato, durante l’anno seguente, alla prima guerra d’indipendenza. Il forte desiderio di costruire un’identità nazionale si legge in molti passi del canto e, in effetti, tutto l’inno è un incitamento a combattere per la liberazione e l’unità della penisola italiana (il famoso ritornello «Stringiamoci a coorte,/ siam pronti alla morte;/ l’Italia chiamò» ne è la prova più evidente). Leggendo anche solo la prima strofa, quella cantata abitualmente, si nota come il testo sia carico di riferimenti classici, che spaziano dalla mitologia alla storia, con il ricordo della dea Vittoria, del comandante Scipione e delle legioni romane. Ricordando la vicenda illustre di Roma, Mameli intende forse presentarci il nostro Paese come il naturale erede dell’Impero: dopo un periodo di buio e di torpore, l’Italia è pronta a rivendicare la propria grandezza e importanza fra gli altri Stati europei. L’intento di questo inno è, appunto, quello di destare orgoglio e determinazione nel lettore (o meglio, nell’ascoltatore, grazie al contributo compositore Michele Novaro). Per questo, se da una parte Mameli ci ricorda che «Noi siamo da secoli/ calpesti e derisi», dall’altra ci mostra che siamo capaci di reagire e combattere, attraverso la celebrazione di molti episodi di lotta contro la dominazione straniera. Anche la musica contribuisce a questo, in quanto rende il canto un vero e proprio inno marziale: in questo senso, il «sì» finale, aggiunto da Michele Novaro, risuona nelle nostre orecchie come un grido di guerra.

I sentimenti che suscita il Canto degli italiani oggi ci sono poco familiari, quasi estranei, soprattutto perché non sentiamo più il bisogno di costruire una nostra identità nazionale. Eppure questo inno può dirci ancora tanto, come ha voluto anche mostrarci Benigni sul palco di Sanremo nel 2011. Il Canto degli italiani ci ricorda, anzitutto, che il nostro Paese e le nostre libertà hanno un enorme valore, in quanto frutti di un grande sogno e del sacrificio di tanti uomini. Ci richiama alle nostre responsabilità di cittadini, all’unione e alla solidarietà. Soprattutto, ci dice che, prima ancora di sentirci e proclamarci italiani, è fondamentale essere fratelli d’Italia.

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