En guerre

di Paola Gea

Chi combatte rischia di perdere

Ma chi non combatte ha già perso

Quale sia l’impotenza di una lotta che potremmo definire senza anacronismi lotta di classe, il regista francese Stéphane Brizé l’ha mostrato nel suo ultimo film, En guerre. Ma quanta sia la potenza di quella stessa lotta possiamo scoprirlo ad ogni angolo della trama e perfino nei suoi fondi chiusi. Da Brizé fino al britannico Ken Loach – per quanto riguarda l’Europa, ma si potrebbe andare ben oltre – uno dei pregi del cinema militante è proprio il testimoniare contro l’impunità di chi sfrutta il lavoro del più debole che gli sta sotto, in qualsiasi regione e a qualsiasi livello delle gerarchie di potere.

En guerre racconta una storia di conflitto sindacale: 1100 operai di una filiale rischiano di rimanere senza lavoro nonostante un accordo con la dirigenza, di due anni precedente, che avrebbe dovuto garantire loro un’occupazione di almeno cinque anni. Ad inasprire le rivendicazioni degli operai, inoltre, i profitti da record che l’azienda madre continua a registrare.

Brizé sceglie di seguire i lavoratori in assemblea o negli incontri con i dirigenti: attacchi e contrattacchi nel film avvengono spesso attraverso il dialogo. Tuttavia, fin dall’esordio, alle parole degli operai fa eco l’impasse del conflitto. In una delle prime scene il protagonista Laurent Amédéo, portavoce dei dipendenti organizzati, è seduto a un tavolo insieme ad alcuni lavoratori. Dall’altro lato siede la dirigenza. Entrambe le parti lottano con i numeri – la differenza è che dietro le cifre riportate dagli operai c’è sempre l’ombra di persone reali, di corpi in gioco per la sopravvivenza. Le loro proteste sono pertinenti, ma si scontrano con leggi del mercato pronunciate nel linguaggio sordo del profitto e della competitività.

Ad un certo punto, come spesso in guerra, occorre allora cambiare strategia: bisogna trincerarsi con i propri corpi, scioperare, negare la propria forza lavoro – unica arma che un operaio, in quanto operaio, può opporre al potere di chi maneggia quotidianamente la logica del mercato.

La tensione fra le parti in lotta, ma anche quella interna fra scioperanti e crumiri, stringe e innerva di pathos ogni scena, tanto da riuscire a preoccupare lo spettatore per più di un’ora e mezza. Non ci troviamo mai immersi nelle retrovie esistenziali del dramma di chi ha perso il lavoro: lungo quasi tutto il film, Brizé rimane sul lido di guerra, nel mezzo del continuo infrangersi dei cortei contro la macchina da presa. La rabbia è tutta lì, non nel ripiegamento doloroso di chi si rassegna.

Soltanto nell’epilogoil protagonista Laurent, in solitario, oltrepassa il campo di battaglia. E, paradossalmente, la sua azione è l’unica in grado didetronizzare i dirigenti, apparenti vincitori seduti sullo scranno del potere. È l’azione estrema – nel senso di terminale e di insuperabile: il martirio.

La scena è urtante, esce dichiaratamente dalla finzione. Sono gli ultimi minuti e Brizé ha passato il testimone a un’altra sceneggiatura: stiamo guardando il video di un cellulare anonimo. All’improvviso, le immagini escono dallo schermo e non c’è più la traduzione dell’arte, non c’è firma perché non c’è autore: è solo realtà che divampa in violenza. Viene da sospettare che Brizé abbia prestato il suo nome a questa storia perché fosse ascoltata, e per poi lasciare che franasse sul pubblico senza paraurti. Nessuno fa in tempo a chiudere gli occhi, o forse nessuno vuole, e infine la guerra deborda senza pudore oltre i confini dell’inquadratura, inondandoci dell’insindacabile testimonianza di come la massima impotenza è il potere più disarmante.

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