Davide e Golia

di Susanna Finazzi

Sembra proprio che per il Venezuela non ci sia più nulla da fare. Le falle nel sistema sono così grandi che non si capisce come possa ancora rimanere a galla, ma Maduro non si arrende. Si aggrappa al socialismo di Chávez e alla poltrona presidenziale nella speranza di diventare una leggenda della rivoluzione.

Ormai per lui è troppo tardi. Come ogni dittatore è innamorato del potere, ma non ha né il carisma né il capitale sufficiente per replicare l’età dell’oro di Chávez. Fin da quando è salito al potere ha cercato di ingozzare i venezuelani di retorica chavista e adesso le persone o sono dalla parte del presidente o muoiono protestando. Il sostegno dell’esercito non fa più alcuna differenza per Maduro, perché la maggioranza della popolazione non vuole più saperne del socialismo e piuttosto che vivere ancora un giorno di dittatura è disposta a scende in piazza fronteggiando la polizia.

Tutto sommato, però, al Presidente va bene così, almeno finché ci sarà qualcuno su cui esercitare un potere. Gli ingranaggi del sistema di Maduro stridono e si bloccano uno dopo l’altro, ma riescono ancora a spremere i poveri quel tanto che basta a mantenere il tenore di vita dell’élite.

In questa situazione i venezuelani sono disposti ad accettare chiunque non sia Maduro e Juan Guaidó lo sa molto bene. Per questo a gennaio si è proposto come nuovo presidente ad interim, decidendo che lui è l’uomo giusto per risolvere la crisi del paese. Il semplice fatto che si opponga a Maduro gli dá la credibilità necessaria perché molti governi esteri lo riconoscano come legittimo capo di stato. Guaidó è un volto giovane tra le facce arrugginite del potere e la sua iniziativa sembra l’unico modo in cui il Venezuela può scrollarsi di dosso gli strascichi del vecchio regime. A prima vista pare che Guaidó sia il nuovo Davide che sconfigge i ricchi e potenti Golia della dittatura socialista, ma in questa versione della storia c’è qualcosa di poco chiaro.

Un presidente ad interim si nomina, per definizione, in situazioni di vuoto di potere, ma questo non è il caso del Venezuela. Il paese non ha bisogno di un governo, ma solo di un governo decente: la pretesa di Guaidó alla poltrona presidenziale equivale a un golpe, anche se lui si è appellato alla Costituzione. Tutto sommato, Juan Guaidó non è un Davide qualunque, ma uno che punta ad essere Golia. Diventare un gigante, però, non è facile e il Venezuela è schiacciato non da uno, ma ben due sogni di grandezza troppo pesanti da sostenere. Le tonnellate di aspettative internazionali aggravano la pressione della crisi e mentre si prende una decisione il popolo è torchiato ancora più ferocemente dalla macchina statale.

La soluzione al crollo del Venezuela non può essere democratica. Sia Maduro che Guaidó fanno promesse che non possono mantenere, uno perché non ha più potere e l’altro perché non l’ha ancora ottenuto. Il loro braccio di ferro si riduce allo sbriciolarsi a vicenda per ottenere un grammo di autorità alla volta. In nessun caso ci deve essere spazio per l’opposizione, perché entrambi i politici basano il loro programma sull’eliminare l’avversario ed essere gli unici in corsa per la presidenza. È evidente che non ci sono le premesse per una soluzione indolore e le conseguenze saranno tutte a carico del paese.

Il politico ottocentesco Lord Acton scriveva che «il potere tende a corrompere e il potere assoluto corrompe in modo assoluto», cosa quanto mai evidente nel Venezuela di oggi. Ormai non si tratta più di mantenere in vita la rivoluzione, ma di tutelare la propria posizione politica a qualunque costo.

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