Uccidere Bugs Bunny

di Susanna Finazzi

Non mangeremmo mai il cane dei vicini. Per quanto possa essere fastidioso sentirlo abbaiare tutta la notte al massimo potremmo servirgli un boccone avvelenato e buttarlo nell’immondizia, ma non ci passerebbe mai per la testa di imbottirci il panino del pranzo. I cani non si mangiano per principio, almeno nella cultura occidentale, che ha sviluppato il tabù degli animali da compagnia: se ti fa sentire meno solo non si può chiamare cibo. La definizione di tabù ha un interessante rimando alla religione, è il “divieto sacrale” di ogni atto o pensiero “non ammissibile alla coscienza”, cioè moralmente scorretto. Nell’Islam la carne di maiale era storicamente proibita come norma igienica, che dopo il salto di qualità è diventata un precetto religioso e quindi una regola morale. La stessa cosa vale per la vacca nell’Induismo: i Veda la indicavano come la carne riservata ai sacerdoti, così  alcuni re, per avere il sostegno della classe religiosa, ne proibirono per legge la consumazione al resto della società. La vacca sacra – e l’etica a cui fa riferimento – sono quindi un prodotto della storia politica e non un dettato morale di origine divina.

La disponibilità a mangiare un animale è influenzata dai trascorsi che esso ha con la nostra cultura di riferimento. In Cina il cane è presente in molti menù tradizionali perché all’epoca in cui in Occidente i lupi venivano addomesticati per essere animali da compagnia in Asia erano allevati come carne da macello. Questione di punti di vista, o meglio di punti di partenza. La storia insegna che spesso sono stati gli europei stessi ad esportare nel mondo l’usanza di consumare alcuni animali domestici: il termine hot dog, ad esempio, deriva dalla dubbia provenienza della carne venduta dagli immigrati tedeschi negli Stati Uniti di inizio Novecento. La città di Vicenza, qualche decennio fa, era famosa per la grande consumazione di carne di gatto, e non solo nei momenti di carestia in cui le persone erano disposte a mangiare qualsiasi cosa. Senza testa, coda né pelo il gatto somiglia così tanto alla lepre che tra le due guerre la carne era venduta in tutta Europa come “coniglio” d’importazione australiana.

I tabù alimentari spesso non si limitano alla coppia manichea Oriente – Occidente a cui tendiamo  ad affezionarci. Chiedete a un americano quando è stata l’ultima volta che ha assaggiato una bistecca di cavallo e probabilmente vi risponderà scandalizzato che i cavalli non sono da mangiare. A parlare non è solo l’eredità del Far West, dove il cavallo era il bene più prezioso di un cowboy, ma anche il fatto che la maggior parte degli equini macellati oggi proviene dalle corse ed è imbottita di steroidi e antibiotici: per gli americani la carne di cavallo equivale a uno scarto industriale, come gli imballaggi di cartone o i fiocchi di polistirolo.

Nel caso degli animali che consideriamo domestici entra anche in gioco il cosiddetto “effetto Bambi”, definito dalla psicologia come il rifiuto di mangiare esseri viventi i cui cuccioli siano morbidi e carini. Negli Stati Uniti i conigli non vengono allevati per la consumazione umana, perché alle persone ricordano Bugs Bunny e il coniglio di Pasqua: con il tempo il condizionamento culturale ha trasformato la suggestione di mangiare un personaggio dei cartoni animati in una questione morale a tutti gli effetti.

Non è una novità che la forma mentis della cultura di riferimento abbia una grande influenza sul giudizio personale, perché tutti portiamo addosso l’impronta di una società inquadrata in determinati valori morali. I tabù alimentari sono più forti di tanti altri condizionamenti socio-culturali: in Oriente, ad esempio, le uova fecondate sono una prelibatezza, ma in sostanza si tratta di farsi una frittata con un feto di pulcino. È vero, sono favorevole all’aborto, ma non avrei il coraggio di mangiarla.

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