Omo de panza

di Beatrice Marconi

Nell’immaginario collettivo i disturbi alimentari vengono classificati come una forma di disagio quasi esclusivamente femminile e anche a livello statistico è effettivamente schiacciante e inequivocabile la sproporzione tra il dato relativo alle ragazze (95% dei casi di DCA, Disturbi del Comportamento Alimentare) e quello relativo ai ragazzi.

Questi numeri sono facilmente comprensibili se si pensa quanto i disturbi alimentari siano in parte – rimane da stabilire quanto – legati anche a influenze sociali (di immagine, di modelli, di canoni), che costituiscono l’artiglieria pesante dell’allucinata corsa alla bellezza che storicamente è sempre stata più femminile che maschile. Gli esempi si sprecano: modelli televisivi, riviste specializzate, giocattoli infantili, in generale una sessualizzazione costante e recidiva delle donne, che spesso viene indicata come principale responsabile dei DCA dalle stesse vittime dei disturbi. Tuttavia la reale entità di queste influenze è senz’altro troppo complessa e articolata per essere sviscerata in questa sede.

Anche prescindendo dal dato sopra riportato, si potrebbe tentare di proporre un’analisi “alla buona” grazie ai potenti mezzi che la tecnologia ha messo al nostro servizio: è sufficiente digitare “anoressia” o “bulimia” (per citare solo i DCA più conosciuti) su un qualunque motore di ricerca di immagini per accedere a una schiera infinita di ragazze incurvate, con costole sporgenti e guance scavate. Questo ci porta ad osservare che ad avere un volto femminile è perlomeno l’iconografia del disturbo alimentare. Agli uomini colpiti da questi disturbi si riservano al contrario pochi paragrafi marginali, citazioni pro forma e poco altro, a meno che la ricerca non sia specifica.

Si potrebbe aggiungere poi che le pressioni riguardanti l’aspetto fisico legate al maschio sono tradizionalmente scollegate dall’imperativo della magrezza, onnipresente (anche se sempre più impronunciabile) quando si parla di bellezza femminile, occidentale e non solo. Si pensi anche solo al contesto della moda, verso il quale convergono le ire di coloro che pretendono di cercare un colpevole univoco per disturbi tanto complessi quanto lo sono i DCA: all’estrema magrezza femminile in passerella raramente corrisponde un analogo maschile (più all’insegna della tonicità).

Per reazione, anche questa tutta al femminile, si è allora imposto, dal basso, un “contromodello” curvy, al quale prestano sempre più attenzione tanto gli dei dall’alta moda quanto le catene d’abbigliamento low cost. Il risultato, però, non è stata una battaglia alla conquista di una maggiore inclusività, bensì una sorta di lotta di fazione, taglie 46 contro 38, a colpi di body shaming, il cui fine è ancora una volta l’affermazione del valore assoluto di una “normalità” misurabile in chili.

Il sesso maschile sembra invece vivere con maggiore serenità il rapporto con la propria forma fisica, tanto che stappa ancora un sorriso il detto che mette “panza” e “sostanza” in rapporto di diretta proporzionalità.

E tuttavia, riguardo l’incidenza dei DCA nel sesso maschile, rimane un dubbio, ben lontano dall’essere un capriccio retorico: se ne parla meno perché si verifica in misura minore o si verifica in misura minore perché se ne parla meno? E ancora: evitare l’argomento ha come esito lo scongiurare quei processi di malsana emulazione (particolarmente frequenti soprattutto fra i più giovani) o piuttosto isola ancor di più gli uomini che ne soffrono?

Rispondi

Inserisci i tuoi dati qui sotto o clicca su un'icona per effettuare l'accesso:

Logo di WordPress.com

Stai commentando usando il tuo account WordPress.com. Chiudi sessione /  Modifica )

Google photo

Stai commentando usando il tuo account Google. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto Twitter

Stai commentando usando il tuo account Twitter. Chiudi sessione /  Modifica )

Foto di Facebook

Stai commentando usando il tuo account Facebook. Chiudi sessione /  Modifica )

Connessione a %s...