Io

di Rosamarina Maggioni

Caro lettore, devo ammettere che nel momento di decidere l’assegnazione degli articoli per questo numero di Altro non ero sicura di voler scrivere quello che ora stai per leggere, ma dopo una lunga riflessione ho deciso di buttarmi e rischiare, consapevole del fatto che un’occasione del genere poteva non ricapitarmi. Oggi voglio parlarti di me e della mia relazione con il cibo, magari potresti ritrovarti in qualche aspetto della mia esperienza o magari no.

Partiamo dal principio: da piccola sono sempre stata una bambina con un sano appetito, mangiavo di tutto; al punto che, ancora senza denti, ad una grigliata di famiglia, avrò avuto si e no due anni, ho completamente ripulito una costina guadagnandomi l’appellativo di “gengivina”. Le amiche di mia mamma si complimentavano chiedendole come avesse fatto a insegnarmi a mangiare di tutto, quando per loro era un incubo capire cosa dare ai figli schizzinosi che facevano storie. Fin qui tutto bene: il mio appetito e la versatilità erano solo positivi. Il problema inizia a manifestarsi alle elementari, quando inizio a prendere più peso del dovuto, pur mangiando sano e in quantità ragionevoli. Vengo portata a fare diverse visite e si scopre che ho un problema di insulina (un ormone responsabile dell’assimilazione dello zucchero) molto probabilmente legato a fattori genetici (il ramo paterno della mia famiglia è sempre stato prosperoso diciamo).

A questo punto conosco per la prima volta un dietologo, figura che mi accompagnerà per molti anni a seguire, che mi prepara una dieta su misura in modo da abbassare il peso e che mi educherà alla cultura della corretta alimentazione, così da rendermi consapevole e pronta ad affrontare un problema che non sarebbe sparito nell’arco di poco tempo. La dieta viene consegnata alla mensa delle elementari che mi prepara piatti su misura, pesati e pensati per me. Quindi, mentre gli altri bambini fanno il bis e il tris di pizza io mangio spinaci e uova; a merenda loro prendono pane e nutella e io mangio una mela. Questa differenza tra me e gli altri inizia a notarsi e tutti mi chiedono perché non posso mangiare come loro. Io sono sincera e anche se un po’ timorosa della possibile reazione rispondo: “perché sono a dieta”. A quell’età i bambini sono innocenti e il fatto di giocare tutti insieme riesce ancora a cancellare le piccole differenze. Nessuno mi fa pesare la mia situazione e le elementari scorrono felici.

Arrivano le medie: l’inferno dantesco in confronto è nulla. Il mio corpo, come quello di tutti, inizia a cambiare, gli ormoni vanno a mille e il mio peso ne risente. Da bambini si inizia a diventare ragazzini e la cattiveria si insinua nel cuore e nella bocca. Vengo presa di mira per la mia forma fisica e parole come “grassa” e “balena” diventano pane quotidiano, dentro e fuori dalla scuola. L’autostima va sotto i tacchi e questo mi porta a manifestare comportamenti come non mangiare e vomitare di nascosto quel poco che assumo. Nella mia testa si crea una profonda dicotomia per cui mangiare del cibo, cosa che prima consideravo piacevole e che dovevo solo tenere controllata, ora diventa una azione negativa dalla quale devo astenermi. Nella mia testa la frase che si ripete sempre è “non mangiare, sei grassa, non mangiare”. Passo così tre anni, tra alti e bassi, giorni di digiuno e notti in cui mi strafogo perché non reggo la fame. Non rischio mai l’anoressia, non arrivo a smettere del tutto di mangiare come fanno davvero certe persone e così mi sento ancora peggio. Le visite periodiche continuando, a volte miglioro a volte no. Intanto ovviamente corpo e mente crescono, cerco di diventare più forte e sopportare queste situazioni nell’attesa che arrivi il liceo e con esso un cambio d’aria e di persone.

Finalmente vedo la luce in fondo al tunnel e una volta finito l’esame di terza media mi dico che ora la mia vita deve cambiare e così è in effetti. Continuo a fare una dieta che nel corso dei primi tre anni di liceo mi porta a raggiungere un peso-forma idoneo ai miei standard. Inizio gradualmente ad accettare il mio corpo e a riprendere un rapporto positivo con il cibo. Arriva la quarta e la maggiore età: finisco definitivamente la dieta e faccio l’ultimo controllo dal mio pediatra, un momento emotivamente forte, dato che dopo tutte quelle visite nell’arco di quindici anni avevo creato un rapporto di fiducia e amicizia con quel dottore; finito di visitarmi stampa tutti i risultati che nell’arco degli anni ha registrato sul computer, li mette in una cartelletta e me la consegna dicendomi: “Qui c’è la tua storia, devi essere fiera di te”. Quasi mi metto a piangere dall’emozione e lo abbraccio forte. Uscita da quello studio, con la mia cartelletta in mano, respiro l’aria fresca di aprile e ripenso a tutti gli anni passati: ai momenti belli e a quelli brutti, alle vittorie e alle sconfitte, alle lacrime e ai sorrisi; decisa a raccogliere ciò che di buono c’è stato e a mettere da parte gli aspetti negativi, pur senza dimenticarmene: dopo tutto anche quelli hanno contribuito a fare di me la persona che sono ora.

Ed eccomi qui, oggi, a scrivere questo articolo. È passato un anno dal giorno della visita e posso dire di aver trovato finalmente un equilibrio. Continuo a stare attenta a cosa mangio ma senza ossessività e un dolcetto ogni tanto me lo concedo. Sto bene con me stessa e ho imparato ad accettarmi per come sono.  In conclusione, l’intento nel raccontarti la mia storia è quello di trasmetterti un messaggio semplice ma importantissimo: amati per come sei, sempre e comunque.

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