Il divoratore di mondi

di Samuele Togni

La vastissima immaginazione di Leo, bambino di sei anni che poi è diventato un anziano sull’ottantina (ma prima passando da un’adolescenza selvatica a un’adultità strana e incomprensibile, precedentemente costruita sulla base di un feto prodotto senza controllo e così via), nasce da piccoli avvenimenti avvenuti fuori dal tempo e dallo spazio, quelle piccole immagini mentali molto spesso identificate con la parola “ricordi”.

A sei anni Leo fa cadere involontariamente un pezzetto di pane dal terrazzo, direttamente nel giardino di casa sua. Vorrebbe scendere subito a raccoglierlo, volando giù dai 18 gradini di scala che lo separano dal piano terra, sfidando a tutta velocità gli ostacoli imprevedibili di una famiglia disordinata, sperando di rimanere in accordo con la legge dei cinque secondi commestibili insegnatagli dalla mamma Rita, ma il primo ostacolo, una pallina colorata, lo distrae per ovvie ragioni e Leo si scorda delle sue precedenti intenzioni. Il giorno dopo sta giocando con la pallina nel giardino e ritrova il suo pezzetto di pane, circondato e letteralmente assaltato da un’orda incontenibile di formichine affamate. Non si dimenticherà di questa immagine.

A otto anni Leo rientrando da scuola trova il papà Gigi nell’orto, intento a strappare da un rosmarino cinque o sei manciate di rametti per l’arrosto. L’immagine è chiaramente quotidiana, ma Leo non l’aveva mai vista prima, perciò viene salvata per sempre nella memoria.

A sessantaquattro anni Leo guarda il telegiornale e scopre che la deforestazione dell’Amazzonia sta raggiungendo il livello del “non si torna più indietro”, le fotografie dall’alto proposte dal tg si incollano senza motivazione specifica ai suoi neuroni.

A tre anni Leo percepisce il bagnato in ogni angolo del suo pigiamino. Ha appena fatto un brutto incubo e piange. Ha appena sognato Mornbrgs71bis3, mostro spaziale esageratamente grosso e cattivo, professione: divoratore di mondi; nel sogno: divoratore del pianeta Terra, degli amici di Leo, dei genitori di Leo, di Leo stesso e, bleah, anche del pigiamino bagnato di Leo.

A ventinove anni Leo è in viaggio di nozze con Sara, in un agriturismo assistono alla trasformazione del latte in formaggio e nello specifico nella formazione della crosta da parte di una miriade di batteri o da una più generale muffa. Chiaramente indimenticabile.

Oggi Leo ha ottant’anni e, a metà tra l’annoiato e il divertito, scrive questa breve ricetta per Mornbrgs71bis3, divoratore di mondi.

Prendere il pianeta Terra, lavarlo quattro o cinque volte con piogge acide, dopodiché centrifugarlo nel mixer avendo l’accortezza di non scordare monsoni, maremoti, terremoti e altri piccoli cataclismi, il sapore ne risulterà più naturale e la consistenza risulterà maggiormente amalgamata. Quindi estirpare alla maniera di Gigi (vedi capitolo 4 sezione b – L’orto) ogni residuo di flora rimasto dopo i primi due step, senza buttare via nessun rametto. Questi, una volta lavati, saranno utili per speziare un ottimo arrosto di Marte o uno più delicato di Mercurio (si veda anche “Mercurio tartufato, pag. 883). Per capire se l’estirpazione della flora è stata eseguita in maniera sufficiente, fotografare dall’alto le zone tipicamente verdi del pianeta, per esempio l’Amazzonia, dalla foto tutto risulterà più chiaro e sarà quindi più facile capire dove ancora occorre deforestare. A questo punto è necessaria un’adeguata dose di maestria ed immaginazione per il prossimo passaggio, ma se siete cuochi non più inesperti non c’è da preoccuparsi, possederete già queste qualità. Quello che occorre fare è tenere il pianeta in mano e iniziare a sgranocchiarlo, seppur ancora incompleto, senza finirlo. Quindi è necessario far cadere quel che ne rimane nel proprio giardino, fregarsene della regola dei cinque secondi, ed abbandonarlo involontariamente per 24 ore nel terreno.

Questo passaggio serve per far fare il cosiddetto lavoro sporco ai batteri presenti nel pianeta, ovvero la trasformazione dell’impasto primordiale derivato (impasto simile al latte, vedi appendici – via Lattea) in formaggio. L’involontarietà è fondamentale perché i batteri, nome scientifico “esseri umani”, agiscono di loro spontanea volontà solo se credono di possedere il loro pianeta, perciò è necessario far credere loro di essersene scordati. Un trucco potrebbe essere quello ci distrarsi con un gioco, una pallina o altri pianeti. Infine, passate le 24 ore, si vada nel giardino a controllare il risultato: i batteri dovrebbero aver trasformato tutta quanta la superficie del pianeta in cemento, una sorta di crosta all’apparenza dura, ma davvero deliziosa e croccante, mantenendo all’interno del piatto una consistenza invece morbida e vellutata, chiamata “fragilità”.

Bon Appétit , Mornbrgs71bis3, e mi raccomando, evita i pigiami bagnati in futuro.

Leo

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