Grassi in saldo

di Francesco Marinoni

Molto spesso, nel sentire comune, pensando alle patologie più gravi e diffuse viene in mente come prima cosa il cancro: probabilmente a causa della notevole esposizione mediatica che di cui gode e alle numerose morti che provoca, il tumore è percepito come uno dei rischi maggiori a cui una persona può andare incontro. In realtà, ormai da parecchi anni, nei paesi occidentali la prima causa di morte[1] (soprattutto per gli uomini ma anche per le donne) sono i disturbi cardiovascolari. È un dato che fa riflettere, ma che è facilmente spiegabile.

Alla base di queste malattie infatti, oltre a numerosi altri fattori di rischio (il fumo di sigaretta tra gli altri), ci sono soprattutto certe abitudini alimentari scorrette che vengono prepotentemente diffuse dal consumismo imperante che caratterizza la società in cui viviamo e i cui effetti sono chiaramente visibili in tutte le fasce d’età. In particolare, uno dei Paesi in cui questa problematica è più grave sono gli Stati Uniti e i dati sono allarmanti: il 39.8 % degli adulti e il 20.6 % degli adolescenti americani sono obesi[2].

Come si spiegano questi numeri così alti? Sarebbe stupido e semplicistico pensare che tutti coloro che sono in sovrappeso semplicemente mangiano troppo. Il vero problema di fondo è la qualità e il prezzo dei cibi consumati dall’americano medio. Innanzitutto, è necessario chiarire che la cultura del cibo a cui siamo abituati in Italia, per cui il pasto è anche un momento importante di aggregazione sociale, all’estero non è così presente: molto spesso il pranzo è considerato più una perdita di tempo che un pasto vero e proprio e viene consumato in fretta, magari anche durante il lavoro. Questo porta inevitabilmente a una richiesta di cibo facilmente reperibile e a basso costo, che è naturalmente l’idea alla base dei fast food. Non è un caso che queste grandi catene siano nate proprio negli Stati Uniti: quasi il 40 % dei cittadini li frequenta quotidianamente, anche solo per uno spuntino[3]. Anche la recente impennata dei servizi di consegna a domicilio rientra in questo discorso del consumo di cibo rapido e comodo: ormai non è più nemmeno necessario uscire di casa o dall’ufficio per poter consumare il proprio pasto. L’impulso alla maggiore produttività passa anche da questo e contribuisce a svuotare il pranzo del significato più ampio che noi italiani siamo abituati ad associargli.

La società capitalistica chiaramente non fa altro che cavalcare queste tendenze: la disponibilità di cibo a basso costo, fra supermercati e fast food, è ormai diventata la prassi, con una gara al ribasso a chi offre i prezzi migliori che va naturalmente a scapito della qualità. Questo si riflette per esempio negli allevamenti e nell’agricoltura intensivi che, minimizzando i costi di produzione e massimizzando lo sfruttamento delle risorse, immettono sul mercato prodotti al limite degli standard sanitari (che negli Stati Uniti sono molto meno rigidi che in Europa) ma che sono accessibili a tutti. E che soprattutto sono estremamente malsani per le sproporzionate quantità di calorie, zuccheri e grassi che contengono.

Il problema chiaramente non è passato inosservato: le campagne contro la cultura del junk food sono ormai diffuse da parecchi anni, ma la scelta di consumare alimenti di qualità (per esempio biologici) si scontra con l’impossibilità di battere la concorrenza delle grandi aziende in termini di distribuzione e prezzo di vendita. La conseguenza è che mangiare sano diventa una scelta solo per le famiglie che hanno la possibilità di farlo con costanza, che possono scegliere di pagare di più per un alimento disponibile anche a un prezzo inferiore. Se a questo si aggiunge che comunque spesso in famiglia i figli non vengono educati a un’alimentazione corretta si ottiene il quadro dipinto dai dati.

Il problema dell’obesità si può quindi ricollegare innanzitutto a una questione economica, prima che culturale. Fino a che esisteranno aziende il cui obiettivo primario è l’abbassamento a ogni costo del prezzo di vendita e fino a che queste domineranno il mercato, diventa difficile pensare a un’inversione di tendenza verso un’alimentazione più corretta. La questione del cambiamento climatico potrebbe essere la chiave in questo senso, date le numerose polemiche che ha generato sul consumismo e lo sfruttamento illimitato delle risorse del pianeta, ma al momento non è sicuramente fra le priorità della politica, in particolare del presidente Trump.


[1] Dati Eurostat del 2015

[2] Dati di Centers for Disease Control and Prevention

[3] Dati di Centers for Disease Control and Prevention

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