Prototipo

di Beatrice Marconi

Se dovessi proprio trovare un punto debole a Dio, direi sicuramente che progettare le donne non era uno dei suoi talenti. Ammettiamolo però, con Eva c’è stato un netto miglioramento (se tralasciamo tutta la faccenda della mela, chiaramente) rispetto al primo disastroso modello. 

Secondo i commentatori della Torah prima di Eva sarebbe infatti esistita un’altra donna, destinata ad essere compagna di Adamo: il suo nome era Lilith. Un primo indizio della sua esistenza è dato dalla discordanza tra il primo e il secondo capitolo della Genesi a proposito della creazione della specie umana. Inizialmente si legge infatti «Dio creò l’uomo a sua immagine, a immagine di Dio lo creò, maschio e femmina li creò» (Genesi, 1:27), mentre in seguito «Allora il Signore Dio plasmò l’uomo con polvere del suolo e soffiò nelle sue narici un alito di vita e l’uomo divenne un essere vivente» (Genesi 2:7) e solo dopo «Il Signore Dio plasmò con la costola, che aveva tolta all’uomo, una donna e la condusse all’uomo» (Genesi 2:22).  

E la frase che Adamo pronuncia vendendola è: «Questa volta essa è carne dalla mia carne e osso dalle mie ossa» (Genesi 2:22). 

La prima fonte storica che quella prima moglie fu proprio Lilith è l’Alfabeto di Ben Sira, risalente al X secolo. Secondo questo testo infatti Lilith, generata come Adamo dalla terra, avrebbe rifiutato di sottometterglisi durante il rapporto sessuale e l’uomo le avrebbe risposto in questo modo: «E io non giacerò sotto di te, ma solo sopra. Per te è adatto stare solamente sotto, mentre io sono fatto per stare sopra». Dopo questo scambio di battute Lilith sarebbe fuggita dal giardino dell’Eden, stabilendosi sulle coste del Mar Rosso e, accoppiandosi con vari demoni, avrebbe generato molti spiriti maligni. 

Come l’episodio del diluvio universale, anche la figura di Lilith si trova sia nella cabala ebraica che nelle religioni mesopotamiche, che accennano alla sua esistenza già nel III millennio a.C. (anche se è importante sempre ricordare che i personaggi della mitologia, di qualunque cultura e tempo, non hanno mai origine univoca). Nella tradizione sumera e babilonese esisteva una figura simile a Lilith, un demone con sembianze di donna che tentava gli uomini e divorava i bambini, incarnazione della femminilità “negativa”, quella della lussuria e della stregoneria. 

L’immagine di una femminilità ribelle e incontrollabile piacque molto ai movimenti che si battevano per l’emancipazione della donna, che dall’Ottocento scelsero Lilith come uno dei simboli del rifiuto del maschilismo e del patriarcato. 

Ecco quindi che ancora una volta siamo davanti a una scelta fra due tipi di femminilità, Eva e Lilith: la prima che, temendo di vivere da sola l’esilio, spinge Adamo a mangiare il frutto proibito con lei; la seconda che preferisce la solitudine alla sottomissione. È mio parere che per considerarsi femministe non sia obbligatorio recitare la parte delle streghe (come quelle tornate nel celebre slogan degli anni ’70): ciò che sia la madre dei viventi sia quella dei demoni ci insegnano è che dall’origine del cosmo siamo state create per scegliere. E chi siamo noi per rifiutare la natura che Dio stesso ci ha dato? 

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