Passi Roventi

di Paola Gea

Nasce nella periferia isolata e consacrata è la sua sorte: 

negli anni bui e senza miti, con i fratelli di quartiere  

ad altari criminali lega le sue mani, sposa l’anima e la morte  

cresce con un solo dolore: a scuola dello spaccio non c’è amore 

solo cenere di mozzicone e polveri bianche sotto la luna  

ninna nanna che ti sveglia in prigione: esce rientra, si perde per strada  

ma una è la spada, la miccia che indossa il giorno in cui si scava la fossa, una 

è la pista del terrorista. Quel giorno prende il Corano per mano 

si reca dal vecchio predicatore, bussa e gli chiede: “Dov’è il redentore?” 

l’imam gli sussurra in segreto: “Impara a cercare l’onore e raggiungi i tuoi veri fratelli”  

lui va, si osserva allo specchio, sente un cuore che vorrebbe rispetto 

a scaldarlo non è stato l’affetto, ma una fenice che chiede vendetta 

con le sue ali si invola: impara a pregare il vento divino, un mattino raggiunge la vetta  

del monte vicino alla Mecca. Allah sfiora il suo caldo petto  

“L’alba porterà con sé un nuovo sole, sei pronto a bruciare da vero messia 

io intanto ti aspetto nel cielo, e quando compirai la liturgia 

sempre il tuo nome sarà ricordato e sarà il tuo volto lodato”. 

Ritorna a ovest la sera stessa, saluta la madre gli amici del cuore 

dalla periferia francese, con passi roventi e con il sangue di un divino rancore  

bussa alle porte del traditore: lo spoglia nella sua camera ardente,  

notti di fuoco ad Occidente. Si fa esplodere, con l’odio  

accende benzina nel mattatoio. Ogni volta che brucia è un macello 

poi rinasce dalle ceneri e affila il coltello: è la jihad del musulmano,  

si scontra col lusso pagano. Grida il kamikaze il canto del cigno, ultima e violenta preghiera  

di un corpo che si fa polveriera: l’omicidio si giustifica con il suicidio del martire  

e solo il sacrificio farà ricordare all’occidentale  

quale sia il peccato originale: libertà, libertà di fare del male.  

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